Giovanni Gentile
Giovanni Gentile

Di MARIA TERESA MURGIA *

[…]

Non si può procedere in nessuna direzione se essere e nulla sono identici. Se si seguita, se il pensiero da quell’unità perviene a qualcos’altro, continua Trendelemburg, è perché esso “aggiunge” un altro elemento, ovvero immette il divenire. Quindi il divenire non sarebbe il risultato immanente all’essere stesso, cioè frutto di una riflessione interna, ma “intruso”, originato dall’intuizione, dall’esterno, e non fondato logicamente.

Spaventa in parte dà ragione a Trendelemburg, in quanto afferma che è assolutamente vero che per avere il divenire è necessaria la differenza, ma sostiene che è Hegel stesso a dire che per pervenire al divenire, per darsi il movimento, c’è bisogno oltre che dell’identità della differenza; tuttavia, Hegel non spiega perché, posta l’identità, la differenza.

È facile vedere, che Trendelenburg ha ragione, in quanto piglia, dirò così, il pensiero hegeliano nella posizione in cui lo trova: Hegel fa consistere l’Essere e il Nulla nella indeterminatezza, e da ciò conchiude la loro identità; dunque, dice Trendelenburg, essi non sono altro che identici, non possono essere per nulla differenti. Giacché, in che l’Indeterminato, la quiete, si distinguerebbe dallo stesso Indeterminato, dalla stessa quiete?[1]

Il compito che Spaventa si prefigge è proprio quello di definire la differenza tra essere e nulla non spiegata nel testo hegeliano, non ricorrendo a qualcosa di esterno come all’intuizione teorizzata dal grande critico tedesco di Hegel, ma di fondarla logicamente e di attuare in questo modo una autentica “riforma” della logica hegeliana.

Il problema della dialettica hegeliana viene collocato così nello spazio limitato della prima triade della logica hegeliana.

Per Spaventa l’elaborazione di una adeguata riforma della logica di Hegel sarebbe la condizione per far cadere l’obiezione di Trendelenburg e, cosa più importante, consentirebbe di comprendere la portata della nuova logica dialettica.

Procedendo in questo senso, si pone la distinzione come problema cardinale e dirimente della validità della prima triade logica e, quindi, delle difficoltà della Logica tutta. Infatti senza la differenza non c’è movimento, divenire; se essere e nulla sono assolutamente identici, non si può procedere in alcun modo.

L’Essere è l’Indeterminato. Certamente è tale; e pure non è assolutamente tale. Indeterminato è il Non Essere, il Divenire, lo stesso Esserci, che secondo Hegel e i suoi interpreti (non sempre intelligenti) è lo stesso Essere determinato, ecc.; io dico: puro Essere, puro Nulla, puro Divenire, puro Esserci. Che significa ciò? Indeterminatezza. L’indeterminatezza, la indifferenza è la assenza del pensiero logico. L’Essere, dunque, è l’Essere indeterminato, e, se si vuole, l’indeterminato, ma pure si distingue dal Nulla, dal Divenire, ecc., e perciò non è l’indeterminato; se non avesse nissuna determinazione, non si distinguerebbe dal nulla, se non altro, ha questa determinazione  di essere indeterminato o l’Indeterminato, e perciò non è l’Indeterminato. L’Indeterminato, l’Indistinto assolutamente è l’impensabile; giacché pensare è distinguere.[2]

Essere e Nulla non sono identici perché entrambi indeterminati, ossia in quanto ambedue sono l’Indeterminato, dice Spaventa, ma per il fatto di essere tutti e due in quella unità che è il pensiero.

Il Non Essere non è il nulla, lo zero, la stasi, l’indeterminato, ma è la contraddizione dell’Essere, è l’Essere come Pensare. Pensare l’Essere come l’assoluto interminato, significa appunto pensarlo, distinguerlo, astrarlo da tutto quello che esso non è, quindi determinarlo. La contraddizione interna all’Essere, cioè il Non-essere, si pone originariamente nel pensiero che pensa l’Essere come l’Indeterminato, in quanto, pensandolo come tale, lo determina; difatti pensare significa determinare, distinguere.

Il filosofo di Bomba interpreta il Nulla hegeliano, non come un concetto aggiunto dall’esterno dal pensiero, ma come l’atto dell’Essere pensato che è il Pensare; il Non-essere c’è perché c’è l’Essere. Infatti quando pensiamo l’Essere, quando si pensa e non si può non pensare, si pensa sempre l’Essere; il pensiero pone l’Essere come l’assoluto pensabile, ovvero come l’oggetto assoluto del pensare, e, allo stesso tempo, esso stesso, l’essere, si dà come atto del pensare e del volere.

Se l’Essere che è posto come primo concetto astratto, si dà solo nell’orizzonte del pensiero e, quindi, in virtù di questo, esso è un fatto del pensare, originato dal pensare che nel suo attuarsi rende l’Essere tale, lo fa essere assolutamente l’Essere, assolutamente se stesso, medesimo a se medesimo. Questo Essere come trasparenza dell’Essere è il Pensare. L’Essere, dunque, non è senza il Non-essere, il quale, quest’ultimo, è perché sia l’Essere che è il Pensare.

In sintesi, la differenza tra Essere e Non Essere viene posta da quest’ultimo, che è il Pensare, nel pensiero stesso; quindi, la ragione della differenza è la identità, ovvero la ragione dell’Essere e del Non-Essere come tali, del loro essere come distinti, è il loro essere una cosa sola come Pensare.

Quanto all’Essere, poi, io non posso dire né cos’è, né perché è.  È perché è: ecco tutto. – Adunque, perché il No? Il Non Essere, la negazione? e dopo, e non ostante il Sì, l’essere, l’affermazione? Perché non è solo il Sì? Perché tutto non è Essere? Questo è lo stesso problema del mondo, lo stesso enigma della vita, nella sua massima semplicità logica. Quel che sappiamo è, che senza il Pensare non sarebbe il No, il Non essere; e chi nega, quegli che vince l’invincibile e fende l’indivisibile, cioè l’Essere, che distingue e contrappone nell’Essere medesimo in quanto medesimo ciò che è e ciò che non è: la generazione o geminazione dell’Essere; quegli che turba la tranquilla immobilità, l’oscuro impenetrabile sonno dell’assoluto e ingenito essere, questa infinita potenza, questo gran prevaricatore, è il Pensare.[3]

Trendelenburg che accusa Hegel di non fondare logicamente la differenza tra i due termini della prima triade sbaglia, sostiene Spaventa, giacché il filosofo di Stoccarda non si limita a enunciare l’Essere e il Nulla come distinti, ma vede che il Nulla è uno sviluppo immanente all’Essere, uno svolgimento che quest’ultimo opera dal suo interno, ravvisandolo come un di più rispetto al primo termine. Infatti Hegel non esclude la differenza dall’indeterminatezza, non si limita ad affermare l’identità di Essere e Nulla in quanto entrambi indeterminati, ma ammette un tipo di differenza più concreta, ossia fa consistere la differenza tra i due primi principi nel dover concepire il primo «come l’Essere e l’altro come il concetto dell’Essere, come l’Essere e il Pensare nel grembo stesso del Pensare»[4].

La differenza è lo stesso che l’unità in quanto essi sono entrambi il Pensare, il luogo originario in senso assoluto nel quale vengono posti dal Pensare stesso l’Essere e il Non Essere. Il Pensare quindi, fondando l’attività teorica e quella pratica, rappresenta il principio, il vero Primo.

La differenza e l’unità, come dice il filosofo di Bomba, devono essere «uno essere e una radice»[5], che è proprio il Pensare, perché si dia il divenire. Trendelenburg, invece, individua questo Essere e questa radice nell’intuizione e non nel pensiero puro. Questo avviene perché, secondo Spaventa, l’Essere non viene pensato come dovrebbe ‒ ovvero come il principio che si pone da sé e per sé e che, in quanto tale, non è separato, opposto al Non essere, al Pensare ‒ ma come separato dal Pensare, cioè dal vero essere. Trendelenburg identificando il divenire con l’intuizione compie quell’operazione surrettizia che egli attribuisce a Hegel, ovvero introduce essa dall’esterno. Questo accade perché Trendelenburg commette l’errore di non attribuire lo statuto del divenire al pensiero puro, il quale è stato di fatto contrapposto all’Essere.

Quando si va a vedere, Trendelenburg che accusa Hegel di non so quale intrusione, include egli stesso la volgare intuizione nel pensare, ponendo l’Essere fuori dal Pensare; egli quasi vorrebbe che l’Essere si muovesse da sé senza il pensare, fuori del pensare. Pare così che io possa dire: penso l’Essere, ma poi devo lasciar stare il pensare, e lasciar fare all’Essere. E questo sia il pensare puro: questo beato ozio, questo dolce far niente. Ma l’Essere così non fa né anche niente; e non fa, appunto perché non fa il pensiero; perché così non è più l’Essere, ma un essere, l’essere che io ho detto opposto e separato dal pensare, e non già solo distinto dal Pensare.[6]

Da quanto detto finora, si può capire l’apprezzamento di Spaventa per Werder e Fischer che procedono nella direzione di una fondazione evidente e immanente al pensiero della distinzione tra Essere e Nulla.

(pp. 45-51)

[1] B. Spaventa, Le prime categorie della logica di Hegel, in Bertrando Spaventa Opere, F. Valagussa (a cura di), V. Vitiello (postfazione di), Milano, I edizione Bompiani. Il pensiero occidentale, 2009, pag. 362.

[2] Ivi, pag. 357.

[3] Ivi, pag. 359.

[4] Ivi, pag. 361.

[5] Ivi, pag. 362.

[6] Ibidem.

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Maria Teresa Murgia, LIMINA MENTIS EDITORE,
dicembre 2015, nono volume della Collana AM

LA DIALETTICA GENTILIANA
Premesse e esiti

“Questo lavoro mette a tema il rapporto tra il pensiero di Giovanni Gentile e quello di Hegel. Il quale può essere affrontato nel modo più proficuo non prescindendo dalla potenza speculativa di Bertrando Spaventa ed esaminando il ruolo di ponte che il pensiero di questi ha rappresentato tra l’idealismo di matrice hegeliana e l’idealismo riformato d’impronta neoidealista. Per questa ragione un capitolo a parte è stato assegnato al padre del neoidealismo italiano, il quale non soltanto ha contribuito oltremodo alla realizzazione di una vera e propria cultura nazionale moderna di ispirazione idealista, ma è anche stato il pensatore che più efficacemente ha raccolto l’eredità filosofica hegeliana e che più originalmente l’ha rielaborata in chiave soggettivistica, caratterizzandosi come l’interlocutore per eccellenza di Giovanni Gentile.
Misurandosi con le pubblicazioni critiche di natura speculativa prodotte dai più autorevoli studiosi della dottrina di Gentile e, in particolar modo, della struttura interna dell’atto – il quale costituisce il principio del sistema del concreto gentiliano che prende origine da una rivisitazione in chiave attualistico-immanentista della dialettica hegeliana – si sono create le condizioni oggettive per una conoscenza non solo testuale e storica del pensiero gentiliano e, nello specifico, della dialettica che ne costituisce il nucleo concettuale, ma altresì di una comprensione degli esiti teoretici in esso intrinseci. Ciò consente di valutare al meglio la portata della “riforma gentiliana” e di ponderarne con maggiore consapevolezza lo statuto, rivendicato dal suo autore, di superamento della dialettica hegeliana.”

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Cenni biografici:

Maria Teresa Murgia (1984) ha intrapreso un lavoro di ricerca incentrato sulla filosofia italiana. Dopo gli studi su alcuni aspetti del pensiero di Croce prima e De Ruggiero poi, si è dedicata a Giovanni Gentile e in particolare al rapporto tra la dialettica gentiliana e quella hegeliana, conseguendo il titolo di Dottore di Ricerca presso l’Università degli Studi di Sassari (2014). I risultati acquisiti vengono qui pubblicati.