Contemporaneità ed emancipazione psico-spirituale: nuove inquisizioni e nuove resilienze 3/4

Di LENI REMEDIOS

Parte Terza

In Minima Mercatalia, nel capitolo dedicato alla fase odierna del ‘capitalismo speculativo’, Fusaro, nel quadro di un’osservazione generale riguardante gli intellettuali dal ’68 in poi – sostenitori di una falsa emancipazione e forieri di un edonismo gaudente del tutto in linea con l’assetto dominante – muove una critica importante verso il pensatore francese ed il movimento di pensiero da lui rappresentato: ‘l’edonismo spasmodico, l’emancipazione sessuale, la ricerca di autenticità, il modellamento e la cura di se stessi vengono così a costituire un’eterogenea costellazione di seduzione alcinesca promossa dal capitalismo stesso, in uno sfondo di tipo etico-estetico che favorisce la liberazione delle individualità ma senza mutare i tradizionali rapporti di forza economici e, anzi, occultandoli in misura sempre crescente. Lo scopo prioritario dell’azione diventa, per questa via, lo “scolpimento di sé” e l’arricchimento poliedrico del proprio io (la “cura di sé” a cui l’ultimo Foucault avrebbe conferito dignità filosofica), sempre nel quadro del movimento ultracapitalistico di distruzione di ogni istanza sociale e comunitaria  e di frammentazione iperbolica della società in atomi egoistici appagati solamente dal consumo’[1].

Quel che Hadot mette a fuoco nella ‘cura di sé’ Foucaultiana, è il fraintendimento proprio riguardo al concetto di sé. Questo è un punto estremamente importante, che va oltre la semplice diatriba fra due pensatori, bensì mette il dito nella piaga di una vexata quaestio, che riguarda filosofia, psicologia e spiritualità, ovvero il tema dell’identità. Chi sono io? Si chiede l’umanità da quando è nata. Scrive Hadot ‘(…) a me pare che la descrizione che Foucault propone di ciò che io avevo chiamato “esercizi spirituali” e che egli invece preferisce chiamare “tecniche di sé”, sia troppo incentrata sul “sé” o, quanto meno, su una certa concezione del sé’.

Portando ad esemplificazione la filosofia di Seneca, lo storico della filosofia ricorda come l’antico pensatore differenziasse fra “io” ed una sorta di “sé trascendente” (la definizione originale di Seneca è “la miglior parte di sé”) il quale, lungi dall’essere un nucleo separato dal mondo, s’inscrive in una sorta di ordine cosmico. Tale senso di universalità e di trascendimento innerva tutta la filosofia antica: ‘Il contenuto psichico di questi esercizi mi sembra radicalmente diverso. Il loro nucleo essenziale risiede, a mio avviso, nel senso di appartenenza a una Totalità: appartenenza alla Totalità della comunità umana, appartenenza alla Totalità cosmica’[2](corsivo nostro).

Captiamo qui una risonanza con la psicologia analitica junghiana, precisamente nell’elaborazione del processo di Individuazione.  Si tratta di un percorso che va dall’io al Sé: dall’io inteso come ego, come ‘soggetto della mia coscienza’[3] al Sé, inteso come ‘centro virtuale (che) deve esprimere un ente per noi inconoscibile, che non possiamo afferrare come tale (…). Esso potrebbe parimenti venir definito come “il Dio in noi”. Gli inizi di tutta la nostra vita psichica sembrano scaturire, inestricabili, da questo punto, e tutte le mete ultime e supreme sembrano convergervi’[4](nella terminologia junghiana il Sé con la maiuscola non va confuso con il sé del linguaggio comune, che potremmo identificare con l’ego, l’Io).

L’individuazione, processo a spirale in perenne movimento, prevede l’unificazione della propria personalità attraverso l’integrazione ed elaborazione dei contenuti inconsci, che altrimenti porterebbero a varie conseguenze, fra cui forme di scissione e/o proiezione dei propri contenuti rimossi su altri individui o addirittura gruppi (capro espiatorio). Si tratta di un percorso che porta al continuo trascendimento delle nostre istanze egoiche, a favore di una personalità più integrata ed in armonia con il circostante.

‘Eternarsi superandosi’ scriveva il sociologo G. Friedman, richiamando inconsciamente gli esercizi spirituali degli antichi[5] e risuonando con le parole di Jung.

Con la cautela che abbiamo richiamato all’inizio e tenendo conto dei rischi di riduttivismo sempre in agguato in un approccio interdisciplinare, vorrei qui richiamare l’attenzione su quell’elemento di trascendimento, di oltrepassamento delle istanze egoiche che, al di là delle differenze storico-contestuali e disciplinari, accomuna sia l’interpretazione della filosofia antica qui offerta, sia l’approccio spirituale, sia quello della psicologia del profondo.

Ora si capisce bene come la critica mossa da Fusaro e da Hadot alla ‘cura di sé’ s’inserisca proprio in un movimento di pensiero che contesta l’idea di soggetto come nucleo individuale autonomo, atomizzato, separato dal resto della natura e dal resto della comunità umana, visione veicolata dal trionfo del tecno-capitalismo all’apice del suo sviluppo.

E si scioglie qui anche un’apparente contraddizione: in questo senso correttamente inteso, la ‘cura di sé’ non implica affatto una forma di ripiegamento verso forme di vita privata, distaccata dal resto del mondo, il quale rimane lì come già dato, intrasformabile: attraverso il cambiamento di sé, inteso come auto-trascendimento e non come coltivazione dell’ego, s’innesca dialetticamente anche il cambiamento del mondo, poiché tutto è collegato con tutto: Pratitya Samutpada, recita l’insegnamento buddista, ovvero la mutua interdipendenza di tutto da tutto.[6].

Appartenenza alla Totalità della comunità umana, appartenenza alla Totalità cosmica’ dice Hadot.

La consapevolezza della propria appartenenza ad un meccanismo cosmico-universale e l’emancipazione dalle proprie ‘delusioni’ conduce in maniera naturale ad una serie di aquisizioni: il raggiungimento di uno stato di equilibrio e misura interiori, simili al metron richiamato dagli antichi[7], per cui il soddisfacimento dei bisogni non si confonde più con un perseguimento indefinito di desideri incontrollati (il cattivo infinito applicato alla psicologia, condizione ideale al fine della creazione di consumatori compulsivi) e, conseguentemente, il perseguimento della felicità collettiva non viene più individuato nell’accumulazione indefinita di risorse e territori, tra l’altro nefasta per la sopravvivenza del pianeta stesso[8].

Infine anche le neuroscienze, pur focalizzandosi naturalmente sull’attività cerebrale, arrivano ad un punto di convergenza interessante con l’ambito spirituale. Esse prima di tutto riconoscono, come fa la tradizione buddista, l’impermanenza dei contenuti mentali – sebbene lo facciano ovviamente sul piano puramente neurologico – attestando miliardi di dati, sensazioni e pensieri che entrano nel cervello umano un secondo dopo l’altro; inoltre dimostrano che, mentre noi ci vantiamo del nostro status di esseri razionali al pieno possesso delle nostre facoltà e della nostra libertà, sono le nostre ‘delusioni’ a farla da padrone, in particolare quelle che sfuggono ai meccanismi consci: ‘il cervello elabora un ammontare infinito di informazioni, dei quali per la maggior parte siamo inconsci. Tuttavia è spesso proprio questo tipo di informazione – cioè quella di cui siamo largamente inconsci – che ha l’influenza più significativa sui nostri pensieri, sentimenti e comportamenti – persino quelli che noi diamo per certo essere determinati coscientemente’[9].

Inoltre gli studi condotti sui cosiddetti ‘neuroni specchio’ rivelano come i meccanismi arcani del cervello non portino solo ad imitare i processi di apprendimento cognitivo (come l’atto di afferrare un oggetto), bensì anche ad interiorizzare le reazioni emotive agli eventi da parte di altri individui e addirittura le loro idee[10]. Un meccanismo che viene suffragato dalla stessa analisi dei processi sensoriali e che ha quindi una base biologica: quando percepisco un oggetto attraverso l’organo della vista, prima ancora che la visione raggiunga la corteccia occipitale – regione preposta all’elaborazione dei dati visivi – essa tocca un’area del talamo deputata alle emozioni, per cui noi ‘esperiamo una risposta emotiva ad un evento prima ancora di essere coscienti di averlo visto – e questo a sua volta ha una sua influenza su come lo vediamo’[11]. Ciò sta fornendo dei grossi risultati nell’analisi della formulazione dei pregiudizi e delle false convinzioni, formulazione da tenere  ‘distinta dalla mera mancanza di informazione’[12] e molto importante da disinnescare in un’epoca di informazione sensazionalistica, basata sulla promozione di reazioni emotive anziché delle facoltà critiche. Si direbbe anzi che la direzione sia quella di addormentare il più possibile queste ultime, a favore di un costante sovreccitamento della parte emotiva. Lo conferma Zimbardo, lo psicologo autore di The Lucifer Effect: Understanding How Good People Turn Evil ed ideatore del discusso esperimento della prigione di Stanford ‘Si tende a prendere la maggior parte delle decisioni  senza coinvolgere il ragionamento sistematico e le facoltà critiche degli individui nel gruppo’[13].

[Segue…]

LEGGI QUI LA PRIMA PARTE, LA SECONDA PARTE, LA QUARTA PARTE.

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[1] D.Fusaro, op. cit. p. 384.

[2] P. Hadot, Riflessioni sulla nozione di cultura di sé, in op. cit., p.171.

[3] C.G.Jung, Tipi Psicologici (1921), in Opere, vol. VI, Boringhieri, Torino, 1969, p.468.

[4] C.G.Jung, L’Io e l’inconscio (1928), in Opere, vol. VII, Due testi di psicologia analitica, Boringhieri, Torino, 1983, p. P. 176-177.

[5] Citazione ripresa da Hadot in apertura del suo saggio Esercizi spirituali, op. cit.

[6] Una visione che ricorda molto da vicino l’universo quantistico, dove la fisica newtoniana, valida nel macrocosmo dei rapporti causa-effetto, cede il passo alla danza cosmica degli elementi, intrecciati fra loro (entanglement) da equilibri molto più raffinati e sottili. Su questo si veda il mio Verità, scienza e potere.

[7] Si veda il capitolo 2 in D. Fusaro, op.cit., intitolato Nulla di troppo. La metafisica greca del limite.

[8] A proposito di ‘cattivo infinito’, G. Chiesa spesso ricorda come la fisica c’insegni che ‘Una crescita infinita in un sistema finito di risorse è impossibile’, in G. Chiesa, Prima della catastrofe, Piemme, Milano, 2013, p. 14.

[9] Laurie Manwell, In Denial of Democracy: Social Psychological Implications for Public Discourse on State Crimes Against Democracy Post-9/11, in The 9/11 Toronto Report, James Gourley Ed., Lexington (USA), 2012, p. 273, trad. mia.

[10] Ibid., p. 274.

[11]Si veda l’intervento di Laurie Manwell, neuroscienziata, di cui il testo riportato nella nota precedente è la trascrizione https://www.youtube.com/watch?v=NCY_vopQbRk.

[12]AAVV., There Must Be a Reason, in Sociological Inquiry, Alpha Kappa Delta, USA, May 2009, Volume 79, Issue 2, p. 142.

[13] P.G. Zimbardo, The Lucifer Effect: Understanding How Good People Turn Evil, Random House, New York, 2008, p. 267.  Nel 1971 Zimbardo era a capo di un discusso esperimento condotto dall’Università di Stanford, in cui un gruppo di studenti volontari – giovani sani e senza disturbi mentali – fu rinchiuso nello scantinato dell’ateneo, allestito come una prigione, e suddiviso in due sotto-gruppi, a cui venne chiesto di ‘recitare’ rispettivamente la parte di prigionieri ed aguzzini. Ben presto l’esperimento prese una piega inaspettata: realtà e finzione si mescolarono ed i ‘finti aguzzini’ cominciarono a perpetrare abusi veri sui loro prigionieri, in un crescendo inquitante di crudeltà. L’esperimento venne interrotto prima del previsto.

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