Contemporaneità ed emancipazione psico-spirituale: nuove inquisizioni e nuove resilienze 1/4

Di LENI REMEDIOS

Parte Prima

“It is the first responsibility of every citizen to question authority”

Benjamin Franklin

“If you are not able to throw away a concept, you will never be able to go ahead”

Tich-Nath-Han, maestro Zen

È la società contemporanea interessata a promuovere l’emancipazione psico-spirituale degli individui?

La nostra risposta è no: si tratta chiaramente di una domanda retorica. Tant’è vero che la dimostrazione risiede nella pura analisi delle sue premesse. Si vedrà da sé che la società contemporanea – intesa come complesso di rapporti economico-sociali – e la piena realizzazione psico-spirituale degli individui costituiscano una contraddizione in termini.

Naturalmente non si tratta di un’indagine originale: l’analisi e critica del reale in relazione all’individuo ha raggiunto vertici molto alti nella storia delle idee, come vedremo rapidamente in questo excursus toccando solo alcuni degli autori più eminenti. Eppure c’è da chiedersi se non vi sia il bisogno di ribadire con forza determinati concetti e di fare chiarezza. La nostra risposta stavolta è sì. La maggior parte di noi è convinta, per parafrasare Leibniz, di vivere nella migliore delle società possibili, all’apice dell’umana civilizzazione e che non sia concepibile un vivere altrimenti.

In un’epoca ipocritamente sospesa fra il trionfo dell’individuo nella altisonante retorica dei diritti universali e la realtà – per dirla con Foucault – delle menti e dei corpi addomesticati, sospesa fra l’esaltazione di un’idea confusa di libertà e nuovi meccanismi repressivi, in un’epoca siffatta, dicevamo, c’è invero bisogno di un’estrema chiarezza.

Incominciamo dai chiarimenti sui termini.

Per società contemporanea intendiamo il complesso di rapporti economico-sociali che, in questo particolare frangente storico, sono dominati dall’assetto capitalistico neo-liberista. Lungi dall’essere una visione parziale, la prospettiva economica innerva ed infetta tutti gli ambiti del reale, diventa insomma totalitaria ‘(…)perché ha sussunto sotto di sé ogni ambito della produzione, dell’esistenza e dell’immaginazione, del reale e del simbolico’[1]. L’assetto capitalistico ha bisogno, per mantenersi in vita, di individui deboli, separati dagli altri esseri umani e non umani, alienati, schizofrenici, infinitamente desideranti, dipendenti, facilmente manipolabili: senza queste condizioni l’attuale sistema economico collasserebbe.

Se si guarda alla storia della filosofia dell’Occidente si noterà che in essa si è dispiegato in maniera molto coerente il paradigma che ha portato alla determinazione del ‘soggetto formale’ moderno prima e del ‘soggetto dissolto’ poi[2], il quale presenta, di fatto, tutte le caratteristiche sopra elencate.

Ci si potrebbe inoltre aspettare che l’Occidente avesse in qualche modo assorbito la lezione di Nietzsche e l’avesse elaborata in maniera costruttiva: tutto è divenuto, tutto è derivato. Trasposto sul piano politico-sociale il discorso nicciano ci mostra come non esistano sovrastrutture eterne, immutabili, ma tutto è convenzione. Michel Foucault, come si sa, ha ripreso fortemente l’aspetto archeo-genealogico del pensiero nicciano, applicandolo a tutti gli aspetti della cultura e della storia. Max Weber, a suo modo, rielaborò ulteriormente questo concetto con la formulazione del disincantamento del mondo, privando la certezza del sapere scientifico degli aspetti magico-trascendenti, ma al tempo stesso privando anche la vita dalla sua domanda di senso. Siamo riusciti ad andare oltre, a risorgere dalle ceneri del terremoto nicciano, che ci ha lasciato in eredità un mondo destabilizzato, privo di fondamento e di senso?

Guardando alla contemporaneità quel che si scorge è un’immane contraddizione che si ripete a spirale in tutti gli aspetti del reale: da una parte l’oltrepassamento di ogni limite – diretta conseguenza del toglimento di ogni sapere che si ponga come epistemico – è un’evidenza innegabile, che si scorge sia nell’onnipotenza della tecnica, che progressivamente scavalca ogni barriera etica e normativa (Severino), sia nel cieco cinismo del mercato, che schiaccia diritti e conquiste sociali ottenute con battaglie decennali, in quanto ostacoli al proprio autosviluppo (Fusaro); dall’altra, però, assistiamo ad una sorprendente cristallizazione di nuclei di potere in entità imprescindibili, che arrivano addirittura – magari usando altre parole – a rivestire i panni del dogmatismo con stoffe moderne e baluginanti. Insomma il mondo del ventunesimo secolo sembra essere caduto preda di un enorme riflusso di ‘incantamento’, per usare alla rovescia la categoria weberiana.

“Io vi do questo segno” diceva lo Zarathustra di Nietzsche “ogni popolo parla la sua lingua del bene e del male; ed essa non è compresa dal vicino. Questa lingua ciascuno se la foggiò nei suoi costumi e nel suo diritto”[3].

Ma il nostro è un tempo in cui il linguaggio economico-finanziario si è fatto planetario, schiacciando tutti gli altri linguaggi, tutti i particolarismi e laddove non riesce a livellarli li incorpora, li invade, li contamina più o meno sottilmente, come si è detto poc’anzi. Parliamo tutti lo stesso linguaggio: in un contesto siffatto non c’è più un vicino con cui misurarsi. E se non c’è un vicino con cui misurarsi, un non-Io che aiuti l’Io ad auto-comprendersi, manca quell’interlocutore dialettico necessario a risalire alla propria identità, viene a mancare la percezione della formazione storica dei particolarismi, propri ed altrui, si rimane intrappolati nella prospettiva totalizzante de ‘l’unilateralità della coscienza occidentale [4]: di qui il linguaggio comune contemporaneo risulta intrasformabile, risulta ‘dato’.  L’uomo marcusiano ad una dimensione non può sapere che ne esistono altre di dimensioni, perchè esperisce solo la sua.

E così, in barba ad un secolo e mezzo di Nietzsche, Foucault e teorie critiche varie, ci ritroviamo nel ventunesimo secolo a rivestire col ‘manto purpureo degli onori’[5] nuclei di potere che hanno tutte le caratteristiche del Dio ucciso da Nietzsche, con le varianti che di volta in volta vengono evidenziate dalle poche menti immuni da siffatto meccanismo: dal mercato come divinità monoteistica, con tutti i vari rituali ed officianti di contorno (Fusaro, Tagliapietra) alla dittatura del presente e conseguente nichilismo politico in ambito politico-giudiziario, con un rafforzamento parossistico del potere esecutivo sull’onda dell’imperativo del ‘fare’ – e delle oligarchie che tale esecutivo accerchiano – e conseguente sminuirsi dei poteri rappresentativi del parlamento (Zagrebelski)[6] all’incredibile iperbole dell’apparato scientifico che, sia nel suo impianto teorico che nella sua instituzionalizzazione – fortemente imbevuta di politica, interessi privati e militari – ha progressivamente abbandonato le sue vesti di punto di vista metodologico sulla realtà per farsi dogmatica (Sheldrake, Del Giudice, Preparata, Charlton) [7]. Infine, come non coinvolgere un impianto mass-mediatico il quale, in mano a quegli stessi che determinano gli equilibri economico-politici del pianeta, si erge a narratore unico del reale? Una narrazione non molto dissimile dalla realtà umbratile ed univoca contemplata dai prigioni della caverna di Platone nel settimo libro della Repubblica e che oggi potremmo definire, come fa un noto giornalista investigativo, col termine di Matrix (Chiesa e Tarpley[8]).

All’atteggiamento che considera tutto questo insieme di norme, convenzioni sociali, legislazioni, sovrastrutture, nate e costruite dalla mente umana, come forze imprescindibili ed insindacabili, lo studioso Alan Watts attribuì la definizione a mio avviso azzeccatissima di ipnosi sociale.

Le spinte critiche che hanno caratterizzato nobili periodi della nostra storia e che a tratti si sono tradotte concretamente in importanti conquiste sociali sembrano oggi completamente anestetizzate da un processo di livellamento senza precedenti, in cui le poche voci dissonanti vengono tenute a bada vuoi con mezzi sottili di persuasione vuoi con il ritorno inaudito (ma a ben vedere del tutto coerente con il processo storico in corso) a mezzi coercitivi che si pensavano superati.

In questo quadro parlare di emancipazione è assolutamente fondamentale. Sgomberiamo il campo da fraintendimenti e sovrapposizioni semantiche: sicuramente il termine non suonerà nuovo, per esempio, agli studiosi di Marx e di quegli intellettuali che si sono inseriti in questo filone. Pur tuttavia qui non s’intende seguire la stessa linea, per quanto ci siano degli importanti e preziosi punti di intersezione.  Mentre quel tipo di elaborazione puntava e punta ad una emancipazione universale degli esseri umani sulla base di una diagnosi dei meccanismi capitalistici (strutturali e sovrastrutturali), di una destrutturazione degli stessi ed in ultima di una prassi politico-sociale volta al loro superamento, in questa sede s’intende invece sondare i meccanismi di emancipazione schiettamente individuale, indagando – senza fare sconto alcuno – sia meccanismi psicologici e biologici alla base delle nostre reazioni agli eventi, sia le intuizioni profonde derivanti dalle pratiche filosofico-spirituali, Occidentali e non.

Oggi come oggi, ottenuto il riconoscimento formale dei diritti universali dell’individuo, è quantomai necessario ricomporre quel ‘soggetto dissolto’[9], caduto in preda al caos della disillusione e schiavo inconsapevole dell’edonismo anarchico fine a se stesso. Ed occorre riempire di sostanza il soggetto astratto che compare in quelle dichiarazioni  internazionali, dargli la consistenza che gli permetta sia di individuare e di contrastare criticamente le dinamiche disumanizzanti e le strutture che le perpetrano, sia di vivere al pieno le proprie potenzialità in quanto tale, quelle potenzialità che vanno ben oltre la mera identità di consumatore compulsivo.

A questo punto la lotta per l’emancipazione individuale si congiunge senz’altro alla partecipazione comunitaria. Ma l’una senza l’altra si risolve in due estremi: in un caso in un’adesione formale ai vari sostituti delle ideologie, rischiando di lasciare inevasa la domanda di senso e di felicità; nell’altro a forme di ripiegamenti nella sfera privata o fughe dal reale nelle sue più svariate forme. Entrambe le prospettive si inseriscono nel quadro di una ricerca di verità.

Bisogna inoltre tenere a mente il doppio movimento del processo emancipativo: emanciparsi da ed emanciparsi per andare verso. Il primo movimento prevede un toglimento, una liberazione da catene personali piuttosto che sociali. Il secondo movimento prevede invece una costruzione, un’ulteriorità in senso positivo rispetto al momento presente (miglioramento della condizione psico-fisica e/o elevazione spirituale; miglioramento delle condizioni economico-sociali).

Il termine spirituale è spesso un termine che crea perplessità, disagio, se non imbarazzo. Lo voglio introdurre con le parole dello storico della filosofia Pierre Hadot, il quale ha contribuito fortemente alla ricostruzione della filosofia antica finalmente liberata da quella destoricizzazione e decontestualizzazione purtroppo imperante nella corrente manualistica. Hadot rimprovera agli storici della filosofia di aver proiettato sull’antichità la propria autopercezione della filosofia, ovvero come insieme di teorie. Ma non è questo che il filosofo francese, nella sua accurata ricostruzione storica, percepisce nella filosofia antica occidentale: essa, dice Hadot, è primariamente costituita da pratiche di vita o meglio, la filosofia è un modo di vivere. Le speculazioni degli antichi sono esercizi spirituali da introiettare attraverso la pratica quotidiana, sia mentale che corporea, molto distanti da astratte concettualizzazioni: ‘Non è più elegantissimo, oggi, l’uso della parola «spirituale». Ma dobbiamo pur rassegnarci a impiegare questo termine, poiché gli altri aggettivi o specificazioni possibili – psichico, morale, etico, intellettuale, di pensiero, dell’anima – non coprono tutti gli aspetti della realtà che vogliamo descrivere. (…) In realtà tali esercizi corrispondono a una trasformazione della visione del mondo e a una metamorfosi della personalità.La parola «spirituale» permette, a nostro avviso, di fare capire come tali esercizi siano opera non solo del pensiero, ma di tutto lo psichismo dell’individuo’[10] (corsivo nostro).

Il metodo di ricostruzione storica di Hadot, focalizzato sull’aspetto pratico-spirituale, è stato spesso accostato alle analisi foucaltiane della filosofia antica (Foucalt stesso citò Hadot ne L’uso dei piaceri e La cura di sé) seppure con una fondamentale differenza fra i due che riprenderemo più avanti; vale la pena secondo me accostare tale approccio all’altro movimento, diverso e complementare, di ri-contestualizzazione storica del pensiero occidentale antico effettuato da quella linea di autori (fra i quali Preve e Fusaro) che hanno resuscitato un altro aspetto lasciato in ombra: la stretta simbiosi della speculazione filosofica e della vita del filosofo con la vita politico-comunitaria. Entrambi questi aspetti – la pratica spirituale e l’interazione con la comunità – sono andati persi nel processo di ricostruzione storiografica e si può oggi dire che siano stati finalmente recuperati.

Si vedrà quindi come questa rivalutazione della nostra storia occidentale delle idee ricalchi in maniera interessante l’attenzione che ho voluto porre sui due tipi di emancipazione evocati, diversi fra loro ma in continua, vitale interazione.

Consapevole dei rischi e guardinga verso le facili generalizzazioni, ora mi spingo verso un altro passaggio necessario dei nostri tempi: il dialogo e la mutua fecondazione con altre tradizioni culturali. È un terreno minato e le mine si chiamano di volta in volta superficialità, proiezioni indebite, riduttivismi. Carl Gustav Jung, il grande psicologo che aveva a cuore sia l’equilibrio psico-fisico degli individui che i pressanti problemi della collettività, usava mettere in guardia verso l’adozione, da parte degli occidentali, di pratiche e filosofie orientali. Nel suo commento a Il segreto del fiore d’oro di R. Wilhem, lo psicologo svizzero giustifica tale affermazione fornendo diverse argomentazioni (per le quali rimando alla mia nota): egli ritiene in particolare che le popolazioni orientali abbiano raggiunto, in alcuni aspetti del progresso della coscienza,  un livello di consapevolezza di molto superiore al nostro e che perciò l’adozione delle pratiche orientali potrebbe risultare, per una mente occidentale, addirittura pericolosa[11].

Pur non condividendo del tutto questo punto di vista, l’appunto di Jung ha un suo fondamento psico-filosofico valido e meritevole di attenzione ai fini della nostra indagine.

[segue…]

LEGGI QUI LA SECONDA PARTE, LA TERZA PARTE, LA QUARTA PARTE.

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[1] D. Fusaro, Minima Mercatalia, Bompiani, Milano, 2012, p. 73.

[2] Si veda D. Fusaro, op. cit., capitoli 2 e 5. Secondo la ricostruzione di Preve-Fusaro, il “soggetto formale astratto” si viene a delineare nella fase in cui il capitalismo pone se stesso (fase tetica) mentre il “soggetto dissolto” caratterizza la fase attuale del capitalismo speculativo.

[3] F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Orsa maggiore Editrice, Torriana, 1993, p. 51.

[4] Augusto Romano, Saggio introduttivo a C.G. Jung e R. Wilhem, Il segreto del fiore d’oro, Bollati Boringhieri, Torino, 2001.

[5] ‘Molte cose tenute per buone da un popolo, sono considerate vergognose e spregevoli da un altro: questo ho visto. Ho trovato molte cose qui chiamate cattive, e là rivestite col manto purpureo degli onori’, F. Nietzsche, op. cit. , p. 58.

[6] ‘Lo schiacciamento sulla perpetuazione del presente coincide con l’assenza di discorsi sui fini, condannati a priori come irresponsabili o, nella migliore delle ipotesi, come vaneggiamenti impossibili. Una delle espressioni più in uso e più violentatrici della politica è “non ci sono alternative”. Non ci si accorge che chi soggiace alla forza intimidatrice di quest’espressione si fa sostenitore di nichilismo politico, la forma più perfetta di anti-politica conservatrice: dittatura del presente, cioè conservazione non per adesione a un valore scelto a preferenza di altri, ma per subalternità al fatto stesso dell’esistere. Del nichilismo politico, il corollario è la tecnocrazia: i tecnocrati rifuggono da ogni discorso sui fini che bollano come “ideologia”, come se il loro realismo cinico non sia esso stesso un (altra) ideologia’, in G. Zagrebelsky, Coscienza e responsabilità, http://www.libertaegiustizia.it/2015/02/25/coscienza-e-responsabilita/.

[7] Su questo si veda il mio Verità, Scienza e Potere, pubblicato per Critica Impura.

[8] È Giulietto Chiesa ad utilizzare il termine Matrix in questo senso, mentre lo storico Americano Webster Tarpley si richiama sovente al mito platonico della caverna riferendosi allo stesso fenomeno di deformazione della realtà chiamato Matrix dal giornalista italiano.

[9] Si veda D. Fusaro, op. Cit., il capitolo 5 sul capitalismo speculativo, intitolato Non avrai altra società all’infuori di questa! Il capitalismo assoluto-totalitario.

[10] P. Hadot, Esercizi Spirituali, in Esercizi spirituali e filosofia antica, Piccola Biblioteca Einaudi,torino, 1988-2005, pp. 29-30.

[11] Jung critica aspramente un certo approccio superficiale e ‘modaiolo’ rispetto alle filosofie orientali ma l’obiezione fondamentale dello psicologo, naturalmente in linea col suo approccio terapeutico, è la seguente: mentre le tecniche di meditazione orientale insegnano a sgomberare la mente dai suoi contenuti concentrandosi su un solo oggetto virtuoso al fine di fare chiarezza, per Jung invece ciò di cui ha bisogno l’uomo occidentale è perfettamente il contrario, ovverosia permettere di far emergere liberamente i contenuti della psiche, solitamente repressi o rimossi. Si veda inoltre J.J. Clarke, Jung e l’Oriente (1994), ECIG, Genova, 1996.

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