Henri de Toulouse-Lautrec, Ballerina (1890)
Henri de Toulouse-Lautrec, Ballerina (1890)

Di VLADIMIR DI PRIMA

A San Gregorio c’era una femmina, neppure troppo donna, che ogni giorno parcheggiava a metà del curvone dei malati. Affondava una sigaretta nella vernice rossa di due labbra a cuscino e aspettava che qualche minchia persa le lasciasse un pezzo di cinque euro. Con tutti quei pezzi si pagava una stanza a Ognina e s’era pure comprata un telefonino spaziale, quello col frutto mangiato, così quando aspettava le minchie perse giocava a scopa. E vinceva, minchia se vinceva, a scopa.
Nel giro sporco la sapevano sentire la tedesca perché aveva i capelli biondastri e quando accalorava diventava rossa in petto appunto come quelle crucche alla stesa del primo sole. Non aveva madre la tedesca. Dicono che le fosse crepata dopo tant’anni di cicli per un tan tan tan alle minne. Prima quella di qua, poi la destra, poi nelle ossa, e vaffanculo: dritta nella fossa. A cinquant’anni. Così lei, la tedesca neppure troppo donna, alle minne ci teneva e non permetteva a nessuna di quelle minchie perse di cedere a spremiture incaute: forbidden incautem minnazzen. Le minne no, sono di Gesù, diceva. E di Gesù era anche lei, che a messa ci andava ogni domenica sera, e si faceva la comunione per farsi pulita la bocca prima di smarmittare la giuberna ai camionisti. Oh i camionisti: gente grassa, sporca, pure sudata. Quanto li faceva sgricciare però, quanto! Che poi certo, tornavano a casa dalle mogli e gli poteva attisare ancora ai camionisti? Sì, al massimo sì, ma con uno scolo scarso di venuta, una specie di rigurgitino neonatale da latte. E alle mogli gli veniva il sospetto, sì che gli veniva, ma se ne stavano mute come sale, che tanto quei maritastri gli lasciavano la carta da cento e quando se ne andavano in continente loro erano libere di buttaniare nei centri commerciali oppure nelle pornodisco del Friday night.
Alla vigilia di Pasqua la tedesca era parcheggiata al solito posto. Siccome le sigarette le erano finite e non si poteva muovere per non perdere clienti, si fumava il mignolo della mano sinistra e a ogni tiro, tant’era abituata al succhietto, le veniva naturale sbuffare. S’accosta una macchina con i vetri oscurati, una macchina tipo quelle lunghe americane dei film americani, e viene fuori un tizio alto e secco, con gli occhiali nero Congo e una parlata italiana.
– Quanto prende per un servizio a domicilio? –
La tedesca non era abituata a conteggi complicati. Faceva tutto in macchina, al massimo in quella dell’altro. Svelta, perché le minchie perse vengono subito, tre minuti e via. Così, per non sapere né leggere e né scrivere rispose: – io non ci vengo a casa –
– Neppure se le offriamo cinquemila euro? –
– Ma mi sta pigghiannu ppi fissa? Buttana sì, ma fissa no … –
– No, cinquemila, in contanti s’intende –
– Cinquemila cinquemila? –
– Sì, cinquemila –
– E dove si trova questo posto? –
– Mi segua, le indicherò io la strada –

Dopo una mezz’ora di curve alternate a brevi rettilinei, in una zona che potrebbe corrispondere a metà fra Piedimonte Etneo e Linguaglossa, la tedesca fu condotta davanti a un cancello di ferro battuto che apriva a un’immensa proprietà in fondo alla quale si scorgeva un’antica e nobile residenza di campagna.
L’uomo accompagnò la femmina, neppure troppo donna, al secondo piano. Una stanza da letto, buia e profonda come un abisso. Accanto alla tenda, illuminato da una tenue striscia di luce, si disegnava per intero il profilo di due fratelli nudi, attaccati al fianco e al petto dalla nascita. Un’unica creatura con due teste, quattro mani, quattro piedi e, sfortuna sua, una sola minchia.
– Ecco vede, se gode l’uno non gode l’altro. Prima di lei hanno fallito tutte, ma potrebbe anche darsi che lei riesca. Qui ci sono i suoi soldi. Qualora dovesse realizzare l’impresa del duplice godimento questa casa e tutte queste ricchezze diventeranno sue. A un’unica condizione però: che lei rimanga a vivere qui soddisfacendo i fratelli tutte le volte che lo vorranno – disse l’uomo senza alcuna rivelazione emotiva.
Muta muta la tedesca cominciò il mestiere. Fece stendere la creatura sul letto e intese dapprima zizzignare il petto di ciascuno con colpetti di lingua misurati. Poi scese verso il basso, ad acchiappare quel salsicciotto che a scatti epilettici cominciava la sua rapida impennata.
I due fratelli la guardavano languidi e mortizzi. Quello a sinistra già si inebriava, pallido, l’altro cercava di scavare lo sguardo sterrato di quell’amante recuperata per strada. E più ne affossava la zappa del perlustrino più ne aveva un senso di profonda partecipazione. Quello che successe dopo fu abbastanza veloce. Si sentì un grido, anzi due. Aaah, aaah. E nella testa dei fratelli si compì l’orgasmo. Mai come prima, mai come quella volta.
Passò l’estate. Lungo il curvone dei malati c’erano oramai stanziate le bulgare che s’acchiappavano a colpi di borsette e tacchi con le nigeriane più in culo. La tedesca neppure troppo donna, ma femmina, e che femmina, era diventata una signora. Aveva smesso di fumare, si era tinta i capelli di nero e si faceva i controlli alle minne ogni mese esatto. Pensa mai che un tan tan tan non la fottesse, lei, che aveva sempre fottuto gli altri.
Nel mese di ottobre una parte della creatura, cioè uno dei due fratelli, si ammalò di un male che solo la soppressione dell’uno avrebbe risparmiato la vita all’altro. I medici furono chiari: quello che resterà vivo non avrà più possibilità di copulare. E fu così.

– Ricordi quando venisti la prima volta? Se non ci avessi fatto godere entrambi non saresti più tornata … – disse il fratello superstite alla tedesca.
– Sì, lo so … –
– Allora ti devo confessare un segreto –
– Un segreto? –
– Sì … io quella volta non ho goduto, ho fatto finta. Ho fatto finta perché mi sono innamorato di te e non volevo perderti. Mio fratello sin da piccolo pensava solo a godere e quando nostro padre morì lasciò per testamento che qualsiasi cosa si fosse fatta l’avremmo dovuta condividere allo stesso modo. Capisci? Allo stesso modo. –
– Dunque mi hai preso in giro? – rispose la tedesca sorprendentemente arrabbiata.
– Ma l’ho fatto perché tenevo a te! –
– No! Tu mi hai preso in giro, tu mi hai usata! –
– No, ma che stai dicendo? Ti prego, non te ne andare, ti prego … –
E se ne andò, la tedesca, rinunciando a tutte quelle ricchezze. Non aveva sopportato di essere stata presa in giro, neppure per amore. Che tanto l’amore, cos’era l’amore? Una malattia, aveva sempre pensato. Come lo scolo, la sifilide, la gonorrea. Gli innamorati sono malati incurabili che sanno solo mentire.
Quel giorno, fra l’altro, compiva gli anni la tedesca. Si fermò alla prima pasticceria, prese una torta di cioccolato e le candeline. Guidò fino al lungomare di Fiumefreddo, scese in spiaggia e accese le sue ventuno fiammelle. Non arrivò neppure a soffiare che un colpo di vento gliele spense. Da lì comprese che non era mai stata padrona neppure dei suoi anni. Vide un pescatore e le venne voglia di scoparlo. Poi ne vide un altro, e fu la stessa cosa. Una settimana dopo la trovarono morta. Mangiata dai topi, e derisa dai rospi.

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