Musil e la dialettica irrisolta di realtà e possibilità. Una lettura di “Il compimento dell’amore”

8 pensieri su “Musil e la dialettica irrisolta di realtà e possibilità. Una lettura di “Il compimento dell’amore””

  1. Ottima analisi di un racconto meraviglioso. Complimenti.
    Tra le tante riflessioni indotte dall’articolo, a me è balzata in mente una frase di Kierkegaard, non ricordo in quale opera e in quale contesto, ma che si adatta al discorso sul mondo della possibilità. “Nel possibile, tutto è possibile”, scriveva. Può darsi, ripeto, che stesse argomentando su tutt’altro, ma leggendo nel mio cervello è scattata quest’associazione.
    Circa il concetto di “abitudine” e gli “atti mancati”, invece, riporto quest’altro brano di Musil, che ho letto in “Il letterato e la letteratura” (Robert Musil, ed. Guerini e Associati):
    “Il termine “abitudine”, del quale solitamente ci accontentiamo, non è sufficiente per definire questo processo: infatti questa parola non ne esprime il significato attivo, che consiste evidentemente nel fatto che si vive sempre fra “le proprie quattro mura” per potersi dedicare, circondati da una totalità che rimane stabile, con forza indivisa al proprio compito particolare. Questo è, addirittura, un processo che si può immaginare esteso probabilmente fino al massimo, in quanto la strana illusione che viene chiamata “completezza del sentimento della vita” suscita forse l’impressione di essere una siffatta superficie spirituale chiusa, di protezione. E come già mostrano questi esempi, la costruzione di tali totalità non è solo compito dell’intelligenza, bensì vi concorrono tutti, dico tutti, i mezzi di cui disponiamo. Da qui deriva l’importanza delle cosiddette “manifestazioni del tutto personali”, che vanno dal modo in cui una persona pone fine a una situazione spiacevole con una scrollata di spalle, al modo in cui scrive una lettera o tratta un’altra persona; ed è certo che questa “formalizzazione” del materiale vitale ha, accanto all’azione, al pensiero e a quel fondo che rimane, normalmente chiamato “sentimento”, una grande importanza specifica per l’uomo nell’assolvimento dei suoi compiti. Se questi non ne è capace, se è, per esempio, come si dice al giorno d’oggi, un nevrotico, allora i suoi atti mancati – che si esprimono in forma di esitazioni, dubbi, inibizioni da scrupoli, angoscia, incapacità di dimenticare e simili – dovranno essere interpretati quasi sempre anche come incapacità di costruire forme e formule che facilitino la vita”.
    Ancora complimenti e un saluto.
    Antonio 🙂

    1. Caro Antonio, è giustissimo il riferimento a Kierkegaard in contrapposizione a Musil. Infatti in Musil non siamo nella vicinanza di Kierkegaard, secondo il quale l’angoscia concerne l’infinita apertura a tutte le possibilità. Ma è l’individuo che ha a che vedere con questa angoscia del nulla e con la sua libertà. Nulla di ciò vi è in Musil: l’individuo non sceglie fra le infinite possibilità, egli vive una realtà casuale che non ha scelto, e non può sceglierne un’altra. Riguardo all’abitudine, giusta è la citazione che tu fai da Musil: noi non siamo solo soggetti all’intelligenza, cioè alla possibilità di pensare, ma anche ad atti automatici (le manifestazioni del tutto personali) che ci capitano senza alcuna premeditazione. Sono gli atti dell’abitudine. Anche se forse qui Musil parlava di altri contesti, questa sua idea può essere amalgamata al mio articolo.
      Grazie Antonio
      Auguri!!

  2. Una critica intelligente a Musil è sempre una bella sorpresa anche se non si è completamente d’accordo con le conclusioni di fondo. Grazie quindi dell’occasione che mi permette alcune brevi riflessioni su argomenti che ritengo molto attuali. Il discorso di Musil sul possibile mi sembra sia molto lontano da una visione di non libertà. L’idea di una casualità assoluta della vita sgombra il campo da qualunque pretesa trascendente, da qualunque necessità, anche storica (ma pur sempre finalistica) ma apre alla libertà e non viceversa. A una libertà non astratta, non ideale, una libertà che come dirà poi Foucault va ricercata nella pratica della vita stessa. E sul presupposto ideale mistico di Musil penso varrebbe la pena tentare un paragone più con quello greco che con quello orientale (da noi molto praticato ma assai poco capito). Per citare direttamente dall’Uomo senza qualità: ” Si crede che il misticismo sia un segreto. Invece è soltanto o è addirittura, il segreto di vivere altrimenti nel nostro mondo.” Tutto meno che desiderio di annullamento in un tutto preindividuale.
    Auguri e grazie!

    1. Caro Giuliano, il tuo apprezzamento per il mio articolo è già una soddisfazione per me, anche se non sei in accordo con alcune idee là espresse. Per misticismo si intende ovviamente: abolizione della individualità e sprofondamento nel tutto, dove non hanno più senso parole quali realtà e possibilità, vita e morte, libertà e necessità, felicità e dolore; queste parole hanno senso solo nel regno dell’individuo. Musil parla di misticismo con assenso e quindi lo ho collocato in questa corrente, una corrente che è presente sia a oriente che a occidente. O meglio il misticismo, come tante altre idee (tra le quali l’idea concorrente dell’indissolubilità dell’individuo), è una dimensione dello spirito umano. Si parla spesso di una frattura insanabile fra pensiero occidentale ed orientale: io penso invece che questa frattura non ci sia, Eckhart e Sankara possono benissimo essere annoverati nella stessa area, come nella stessa area sono Epicuro e i Carvaka (i materialisti nell’India antica), o in un’altra Sesto Empirico e Nagarjuna (lo scettico buddhista).
      La citazione che fai di Musil non mi è presente e quindi non so in quale contesto sia situata nel suo libro. Invece riporto un’altra citazione dell’Uomo senza qualità: “Bisogna starsene quieti quieti. Non lasciare posto ad alcun desiderio, neanche a quello di far domande. Bisogna spogliarsi anche dell’accortezza con cui si bada ai propri affari. Privare il proprio spirito di tutti gli strumenti e impedirgli di servire di strumento. Bisogna togliersi il sapere e il volere, liberarsi della realtà e del desiderio di volgersi a essa. Concentrarsi in sé, finché mente, cuore e membra siano tutto un silenzio. Se si attinge così la suprema abnegazione, allora infine il fuori e il dentro si toccano, come se fosse saltato via un cuneo che divideva il mondo.” Mi sembra sia ancora chiaro che Musil parla dell’abolizione dell’individualità. Fuori e dentro si toccano: siamo nel tutto senza più barriere fra le cose e gli individui.
      Sulla dicotomia fra caso e libertà che tu non pensi sia una dicotomia ma una alleanza, questa tua posizione ha i suoi pregi. (Purtroppo, e me ne scuso, sono ignorante in merito a Foucault). Se tutto è casuale siamo liberi da ogni trascendenza, da ogni ideologia e da ogni finalità storica. Bene, io mi associo. Ma forse la parola libertà qui non dovrebbe essere più usata, perché libertà significa scegliere: se tutto è casuale non ci sono scelte, anche perché una scelta non sarebbe migliore o peggiore di un’altra.
      Ti ringrazio
      Un saluto e auguri
      Aldo

      1. Caro Aldo
        la citazione da Musil che fai è sicuramente un’esperienza mistica nel senso pieno del termine e le esperienze mistiche non sono diverse a seconda delle latitudini. Che siano a Oriente o a Occidente, che riguardino gli eremiti del deserto o gli eschimesi delle lande ghiacciate. Quello che cambia è la finalità dell’esperienza mistica, lo scopo a cui questa è finalizzata. “vivere altrimenti nel nostro mondo…” (non sono riuscito purtroppo a ritrovare la pagina) ha una finalità mondana di ricerca di una nuova modalità del vivere. L’annullamento tra il dentro e il fuori è un’esperienza che vuole mettere in discussione non l’individuo in quanto tale, con la sua separazione tra mondo interiore, privato e mondo esterno, pubblico, ma la sua soggettività. Una soggettività che si presenta come trascendente, esaustiva in se. E qui l’elemento della casualità si presta alla visione di un mondo libero, foriero del possibile, di ogni possibile, anche e soprattutto di pensarci e di essere diversi da quel che siamo. E’ l’idea di un’esperienza di una sorta di, chiamiamola spiritualità, che modifica il soggetto, che esperisce quel tipo di conoscenza “spirituale” in antitesi alla conoscenza scientifica e a quella fideistica cristiana che nel conoscere lasciano inalterato il conoscente. Ovviamente stiamo parlando di una spiritualità i cui antecedenti andrebbero ricercati nel mondo greco e che volendo riscoprirla nell’oggi, sarebbe ovviamente affatto diversa. Ed è questo a me sembra il tentativo soggiacente all’opera di Musil, e la sua estrema attualità. Fondare un nuovo modo di conoscere, fondarne i presupposti, in grado di trasformare la propria soggettività. Costruire una specie di nuovo spiritualismo che non porti alla rinuncia a se, né come abbandono del mondo, né come rifiuto della propria corporeità, ma che persegua alla realizzazione di una nuova etica, un’etica dell’immanenza. E per finire queste mie affrettate e maldestre considerazioni, ne aggiungo un’ultima in forma di domanda: perché mai poter scegliere, ad esempio, tra il bene e il male, dovrebbe farci più liberi che il scegliere cosa è bene e cosa è male. Cioè perché dovrebbe esserci meno libero arbitrio in un mondo privo di datità, ma soggetto a una costruzione perenne, incessante e se anche estremamente rischiosa comunque assai più entusiasmante? Per ultimo, tralascio l’interessantissimo discorso fatto da Antonio sulle abitudini, ma mi riservo di intervenire in seguito.
        Grazie di nuovo
        Giuliano

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