“Un mattino, quasi per caso”, un racconto di Ivano Mugnaini

Hyeronimous Bosch
Hyeronimous Bosch

Di IVANO MUGNAINI

Di quella pianta non aveva mai saputo il nome. L’aveva trovata lì, su quel terrazzo assolato incastrato tra i tetti del centro storico, quando era venuto a vivere in quella casa al terzo piano senza ascensore. Quel mattino, quasi per caso, partendo dalla visione e dal pensiero di quella pianta, Giorgio Orlis cominciò a guardarsi attorno.

Per prima cosa osservò i quadri appesi alle pareti. Messi lì con zelo geometrico dai proprietari della casa che aveva preso in affitto, o forse perfino da qualcuno prima di loro. Dopo averli sistematicamente ignorati per anni, quel mattino li vide, o meglio, li pensò, intravide una traccia, percepì un segnale. Si convinse che, nella mancanza di senso di tutto, quelle tele dovevano avere un senso. Scoprirne la logica era difficile ma non impossibile, a suo avviso. Confermò a se stesso con solenne convinzione che se si entra nei meandri della mente altrui si può arrivare a capire come e cosa pensano gli altri, e soprattutto, cosa vogliono, i desideri, le pulsioni, le manie.

Forse i quadri fornivano una mappa emozionale della casa, le stanze propizie e quelle opprimenti, là dove fu gioia e piacere e là dove regnarono morte e sofferenza. Ma i quadri della casa di Giorgio erano tutti banalmente neutri, se non addirittura insulsi. Mostravano fiori e piante illustrati in modo didascalico, come in un libro di scienze o in un sussidiario delle elementari. Oppure ritraevano musi inespressivi di animali nostrani ed esotici, in ogni caso innocui, privi di passioni. Le soli immagini in qualche modo originali erano sgorbi informi abbozzati da mani dotate di scarsissimo talento, se non addirittura dagli stessi proprietari per riempire in qualche modo gli spazi vuoti e risparmiare denaro. In realtà però, a ben pensare, non era escluso che il vero messaggio di quelle forme intrappolate in scialbe cornici fosse di più ampia portata: una preghiera, o un esorcismo, la chiave segreta per trovare il modo e la strada per uscire da quelle mura, reali e psicologiche.

Non era un caso forse che il quadro appeso accanto alla porta che conduceva all’uscita fosse infantile ed onirico: un’immagine di Snoopy tra angoscia e sfottò, con i denti scoperti, come tremanti, tra riso e terrore. Giorgio fu assalito dalla foga incontrastabile dell’interpretazione, la smania feroce della ricerca. Analizzò ogni millimetro delle stanze, ogni oggetto, comprese le cianfrusaglie posate sulle mensole o gettate in soffitta e i vecchi barattoli mezzi vuoti lasciati nella cucina da coloro che lo avevano preceduto. Cercò di individuare un segno, un significato. Dopo ore di infruttuosa frenesia, si sedette stremato, sconfitto. In quel preciso istante un riflesso di sole gli venne in soccorso illuminando l’anta semiaperta di un vecchio armadio nella cameretta da adolescente in cui non era quasi mai entrato. Giorgio aprì l’armadio e trovò all’interno, inciso con un temperino, un motto goliardico. Comprese, in quel momento, di aver sbagliato le coordinate: la chiave non era sulla superficie, ma nella parte nascosta, nello scheletro, nel cuore. Corse di nuovo verso i quadri. Ne rovesciò in pochi secondi una mezza dozzina, ma erano vuoti, muti, celavano solo muffa e ragnatele.

Con un sorriso amaro stava per interrompere anche quel tentativo, ma decise, per sfizio, di provare a voltare anche l’orrendo, sarcastico schizzo di un Arlecchino disegnato a penna su un cartoncino ormai ingiallito: “Una volta eliminato l’impossibile, qualunque cosa resti, per quanto improbabile, deve essere la verità”. Rimirò a lungo le parole scritte con un pennarello sul retro del dipinto. Sorrise, Giorgio: le orme c’erano, visibili e leggibili. Si trattava solo di vedere dove conducevano. Puntò istintivamente verso le scale, quasi a presagire un crescendo, un’elevazione, una climax: “Magnanima menzogna, or quando è il vero sì bello che si possa a te preporre?”. Trovò questa frase sul retro di un dipinto floreale, un mazzo di rose recise bloccate nell’attimo di una bellezza matura, ancora avida di rugiada.

“Gli uomini nascondono il loro diavolo sotto le spoglie del più bell’angelo che possono trovare”. Vergate in un elegante corsivo arabescato, queste parole si annidavano invece alle spalle dell’immagine suadente di un nido di passerotti che attendevano il cibo a bocca spalancata. “Ci sono dei casi in cui un uomo deve rivelare metà del suo segreto per tenere nascosto il resto”. Continuando a salire gradino dopo gradino, Giorgio trovò questa frase dietro un solenne quadretto familiare, una cena sobria, impeccabile, di sapore fiammingo.

Al vertice della scala lo attendeva il più grande dei dipinti: una tela imponente completamente viola, screziata da strisce rosse verticali profonde come cicatrici scavate nel grumo poroso dello sfondo. Giorgio voltò il quadro con difficoltà. L’ansia e la curiosità lo rendevano goffo e nervoso: “I pazzi aprono le vie che percorrono i savi”. Breve e perentoria la sentenza nascosta. Diede a Giorgio un febbrile, paradossale buonumore. Si sentì spinto, sollecitato, obbligato a fornire il proprio personale contributo alla sequenza di frasi memorabili. Di fronte a lui non c’erano più quadri né scale da salire. Solo una soffitta buia sovrastata da un tetto basso sorretto da travi di legno attaccate da tarme fameliche. Anche il pavimento della soffitta dava l’idea di essere decisamente malfermo. Con passo prudente di gatto, Giorgio avanzò verso l’interno. Al di là di una fila di sedie sfondate, culle, secchi di vernice e tavoli di plastica, c’era uno specchio che lasciava intravedere, nell’angolo più buio della stanza, una tela completamente bianca. Al di sotto, posata su una mensola, una matita fosforescente, invitante come un gioco, come una caramella da scartare. Giorgio spiccò un salto e si avvicinò alla tela. Aveva già in mente le parole da scrivere, in stampatello, nitide, marcate, memorabili per se stesso e per gli altri: “Ama la verità ma perdona l’errore”. La mano era già protesa verso lo sfondo immacolato, il corpo fremente, la bocca predisposta ad un sorriso serafico, soddisfatto. Lo bloccò un’esitazione, una forza possente, uguale e contraria. Nel suo cervello premeva con identico vigore un’altra frase: “Non c’è fonte di errore così grande come la ricerca della verità assoluta”. L’incertezza cristallizzò il gesto, e spinse il suo sguardo verso il basso, in direzione del suolo. Giorgio restò senza fiato, spalancò gli occhi e fece istintivamente due passi indietro. La tela nascondeva una botola spalancata che si apriva su un baratro di cui era impossibile scorgere il fondo. Sarebbe bastato un altro mezzo passo in avanti, l’atto di protendere il busto per scrivere la sentenza, e il salto nel vuoto sarebbe stato inevitabile.

Giorgio continuò a indietreggiare fino a tornare sul granito saldo delle scale. Solo allora la faccia ritrovò un po’ di colore e la mente un pensiero lieve che gli consentì di avanzare un’ipotesi. Gli inquilini che lo avevano preceduto erano giunti, attratti dal caso e da una serie di segnali disseminati ad hoc, di fronte allo specchio ed alla tela bianca. Irresistibile era stato per ognuno l’impulso a lasciare una traccia indelebile delle proprie idee e delle proprie certezze. La conseguenza era stato il tonfo mortale nella voragine. Di ciascuno era restata la sentenza, la frase da ricordare. Utilizzata in seguito come retro di un quadro che era stato appeso alle pareti, forse in modo casuale, o forse in modo da creare una specie di sentiero ideale, un cammino disseminato di parole che continuava a condurre i nuovi affittuari di fronte alla tela usata come paravento per l’abisso.

Giorgio ritrovò a poco a poco un battito cardiaco regolare, e, con esso, qualcosa di simile ad una considerazione di carattere umoristico. Si disse che in fondo anche lui aveva contribuito ad arricchire la sequela di frasi da ricordare. Solo che, non disponendo di alcuna certezza, aveva dovuta lasciare intonsa la tela bianca. Ciò terminava il ciclo, concludeva definitivamente la serie. Lo sfondo bianco racchiudeva in sé la gamma di tutte le verità possibili, e del loro esatto contrario. Non restava nulla da aggiungere.

Tornò a sedere pigramente sul divano, Giorgio, e annotò su un foglio bianco, un umile post-it, la sola frase che aveva potuto e saputo scrivere quel giorno: “Comprare nuovi quadri e ritinteggiare le pareti”.

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