Fotografia di Francesca Anita Modotti
Fotografia di Francesca Anita Modotti

di VLADIMIR D’AMORA

A memoria

Fu parola contro,
così fu letto l’urlo del sopravvissuto.
Ma testimone resta,
al colmo dell’insonnia,
ogni memoria, la nostra indignazione.

………………………………………………..

Denudate, mai sole, mai esiliate
figlie di mani sperse
e qui e ora l’umidità
inflitta al corpo, gelo di studio

Dalle mani alle funzioni
per darsi a bere vita, e il crollo suo,
pianificando doni
e non più a dio
ma spazi e regni di rigonfiamento
nelle vene, nei tesi
musi a scempi

Erano maschi, le loro guide
dai nomi sdruccioli
metallici, con la potenza
al sole, massa fissata,
nei fianchi, nelle menti
fame era abbandonata
sui pali inceneriti, il ferro solo
come la carne,
fessure ore foglie
essere scompiglio
non più carcerato, nulla come assordato

E alla bocca chiedere preghiera
dopo
la gioia nella conta delle ossa
non dire lamento
non spinte contro le spinte
chiusi intorno all’aria
furono brusii
neri, e simili a semenza

Il tempo dei nati dentro
alle gole, alla bisogna
di un’altra fame, avida
d’ogni ritorno a ogni altrove
d intenerita spina

Oggi è un gioco disciolta
neve nelle face
infiammate nelle sere nostre
che s’avvalgono dell’elemento
del ricordo
ch’è difeso, è l’occhio
come a quei corpi strafatti dal destino
sopravvissuti al niente
dell’inumano
non contraccolpo edenico, nessuno sogna
se deve rinunciare all’aria, per la scommessa sola
di carni segmentate
suggestionate mani, le loro leve

E come lo dirò alla terra che feci voto,
in un’altra immagine
ancora vita,
di dissuadere il corpo
da quel continuo radicarsi
in questo vuoto affamato e franco
di luce sciolta, del giogo solido
poi vero
dell’idea, terso ritrito incantamento

………………………………………………………

Allucinati, infanti,
si situeranno a passo invertebrato
e comune sarà la distanza
dei loro sensi, dell’intendimento.
Mentre la vita finirà a riflessi
semplici, scollati,
sarà possibile rinunzia
e casa:
non solo attimo.

Accanto al verbo
si accalca ora un sogno, l’intestimoniato.

***

Non ci bastò il pugno dell’amico
non allattammo nemici per la guerra
fummo romantici
solo nelle scuole, nella misura
imposta dal volere

Passammo giorni, mesi
di mistica rivalsa
la morte si vinceva
come il cavallo regna la sua corsa

Chi contemplava i mezzi
ci rese dei corrotti
quasi l’arbitrio solo
guidasse a fini certi

Non separammo
ad annullare il tutto
città non fu teatro
né sacrificio dona
cosmico lucore

Masse che urlavano raccolte
fiumane di bisogni
ombrosi
noi decidemmo
sostanza e produzione
del nulla della specie

Nostro fu popolo vivente
non solo mosso
ma lo penetrammo
mai protezione fu più
balenante

E così funzionammo
i soggetti caddero
in vece del dissidio
segnammo nella carne
l’accesso all’incondizionato

Le sue mani, il nostro capitale
c’erano reduci scontenti
dei suoi calcoli
noi senza voce, senza volontà
fummo guidati nello stesso
figliati nella sua unità

Impotenti, ora qualificati
ora robotici
lavorammo al resto
l’estraneo a noi
la nostra guida, alla sua specie

Potette criticare, volere
la sagacia, la libertà del libro,
ma era fatto altrove
identico all’escluso

Ci ergemmo a distruttori
il nulla si annientava
nel puzzo insostenibile
d’ogni futura razza

***

Non c’è ragione per chiedere dell’essere
già nati, inchiodati al punto, alla decisa
faccia dell’altro, del suo muto stare.
Neppure l’indeciso correre dell’anima
dalla parte al tutto, nella maschera,
saprà soddisfazione, se rompi il due
per l’uno: il sole pei suoi effetti di calore.

Solo il pudore, che migri dalla bocca
spalancata all’insensato urlo
più sommesso, è custodia d’una meraviglia:
ammirare ogni possente debole piega
di questa vita nostra affratellata.

Come dire l’indarno spalancarsi di vita rotta dal silenzio
e i precipizi noti dei tuoi simili
a scabri segni rotolando ai mezzi finestrati,
e le rose puntellate d’aria timida,
le mani di bambini stretti a zaini di colore
nel vivere scoprire
all’aperto strade ancora deserte e le fughe della noia
nell’insostanziale
del comune
riducendosi, come il clochard indigeno,
allo zero del lamento, correre
manomettendoti
allo stupore come all’utile

Destino e se ne ride, l’agglutinarsi
di punti e di distese umane
che dominano non concludono, è l’origine,
caudata, di una morte radicale
dei tuoi, del tuo vicino
che l’hai saturato di parole
e analogie
organiche.

All’interno del dolore
rifugiati nel verde delle stagioni
attese smangiate dalla persecuzione
dei bisogni montati
sui destrieri e armati e con le bandiere
e gli elmi nazionali, nel sogno
avevi ragioni
tutto era vero,
nell’aderenza della schiuma
a starci dentro, ad essere occhio
naturaliter.

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