Memorie dal sottobosco

Rita Minelli, Sottobosco. Olio e bitume su tavola, 2013.
Rita Minelli, Sottobosco. Olio e bitume su tavola, 2013

Di ROBERTO BATISTI

1. D’erbe, erbette, erbacce
Che cos’è il sottobosco poetico? Rivolgiamoci a due poeti-critici che non potrebbero esser più distanti fra loro. Marco Giovenale usa spesso il termine con una connotazione decisamente negativa, come sinonimo di dilettantismo; Matteo Marchesini ammette che “la foresta editoriale della poesia italiana” è ormai un “groviglio di piante parassitarie senza più stacchi tra bosco e sottobosco” (1). Si sa che oggi il terreno più fertile per queste piante è il web, per sua natura ancor più consono (rispetto a plaquette e rivistine e aperitivi-reading) alla pratica selvaggia d’una scrittura anarcoide aperta alle velleità di chiunque. Un’antologia a cura di Patti Schneider uscita lo scorso anno ha raccolto alcuni degli autori che scrivevano su Il Club dei Poeti, uno dei più noti ricettacoli di poeti ‘non professionisti’ della rete; il prefatore Davide Castiglione, a lungo utente del medesimo sito, sa bene che “i professionisti del settore” parlerebbero, per questi testi, “di dilettantismo, di sottobosco poetico”, e tuttavia conclude, sulla scorta dei testi stessi, che “il panorama del cosiddetto ‘sottobosco’ è vitale e variegato” (2). Insomma, il parere di Castiglione sembra consonante con quello di Marchesini: nel bene e nel male, con buona pace di chi rimpiange una scena letteraria coesa imperniata su valori condivisi e legata in un fitto dialogo, sta di fatto che qui troviamo non solo piante infestanti, ma anche fiori pregiati. In proporzione non troppo diversa da quanto accade negli strati superiori della vegetazione (ed esco da questo campo metaforico).

Posso arricchire la discussione non d’un contributo teorico, bensì d’una esperienza personale. All’antologia prefata da Castiglione mi fu proposto di partecipare: rifiutai, per ragioni personali, ma ho seguito con interesse l’operazione, avendo frequentato anch’io quei medesimi schermi. Come lo stesso Davide annota, altre valide voci autoriali non hanno risposto alla chiamata. Fra gl’inclusi, m’ha fatto piacere ritrovare Nicky Kelly, poeta capace di far interagire un’erudizione multiforme con una pervasiva, bizzarra ironia. È vero che altre figure di rilievo son rimaste fuori. D’altronde, Il Club dei Poeti era, come Castiglione ricorda, “una vetrina e palestra […] onesta”; troppo, troppo onesta. Altri siti sottoboschivi che ho frequentato non conoscono il garbo civilizzato del Club, e sono per questo anche più interessanti all’occhio dell’antropologo. Qualcuno è ormai offline, qualcuno forse esiste ancora (impervio alle mode e al tempo), altri almeno in apparenza vantano salute squillante.

2. Sesso, sirventesi e rock’n’roll
Sta di fatto che il Kelly, insieme a pochi altri nomi scelti, figurava a buon diritto nell’antologia che io e l’amico Vittorio Tovoli confezionammo (A.D. 2009) sotto il titolo Pesci pneumatici (chi percorreva Bologna in quei giorni conoscerà l’insegna; sul nome fummo battuti l’anno seguente da un atelier di via Fondazza, e come dargli torto). A differenza della silloge di Schneider, non volevamo offrire un panorama ampio e rappresentativo di stili diversi, ma puntavamo su un pugno di scriventi conosciuti in angoli diversi del web e accomunati tuttavia da una poetica simile. Il libro non prese mai corpo nel mondo, sebbene fosse, di fatto, compiuto: testi selezionati, note critiche redatte. Eravamo due dannatissimi provinciali e non sapevamo, probabilmente, da che parte cominciare per farlo pubblicare. Uno degli autori, pochi anni dopo, pare sia morto in terra d’Africa.

Siti sorretti da una tecnologia a vapore del 1996 e palesemente rivolti al target culturale dei semicolti di mezz’età con velleità orfiche irrisolte da sfogare (aaaaargh), configurati come grigia terra di nessuno, in cui i soggetti più incalcolabili, individuali, irriducibili a mode o sistemi potevano operare senza vincoli. Intendiamoci, il 90% era e resta il sottobosco nel senso deteriore, giovenaliano. Dopo ogni evento di cronaca che implichi almeno un morto, si può star matematicamente sicuri che quelle pagine saranno invase da pensierini lacrimevol-edificanti, appena alfabetizzati, sul caso del giorno. Per anni è accaduto, però, che le cinque-sei persone brillanti acute originali finite per caso lì sopra si notassero e cominciassero a interagire a diversi livelli. Confesso che sto su alcuni di quei siti da quando avevo diciassett’anni, cambiando spesso nickname, dando vita a profili multipli, alcuni con una personalità e uno stile autonomo. Eteronimi che potevano ritrovarsi a parlare in chat fra loro.

C’era fra le mie creazioni il poeta stradaiolo, balordo e violento, scarsino di letture ma capace d’accensioni liriche; c’era il ragazzone sportivo e naïf, sfortunato in amore, che nella sua solare, programmatica apertura al mondo toccava punte di surrealismo panico; la bucolica poetessa romena, dall’italiano incerto, i sentimenti pastosi e zuccherosi fino alla demenza; e il nichilista pantofolaio con manie di grandezza, che vergava poesie barbare e sensuali, ironiche e fastose, infarcite d’allusioni culturali e d’erotismo sadico. Poi la sfilza dei nicknames che coprivano la mia personalità più o meno ortonima, con diversi gradi d’approssimazione (anche gli specialisti di Pessoa, d’altronde, parlano di semi-eteronimi).
(Uno dei personaggi sopra tratteggiati è falso. Cioè, mi veniva attribuito, ma non ero io.)

A testimoniare dell’energie che circolavano, frequenti erano i dissing, per amore o un diverbio di poetica o semplicemente nessuna ragione se non spirito di trollaggio. Cose che adesso accadono anche sui social o sui blog, ma tendenzialmente fra poeti ‘veri’, riconosciuti (dai venticinque lettori che sono il pubblico della poesia), noi si litigava fra puri nicknames, sui siti deputati a raccogliere gl’imbrattacarte della domenica. E gl’insulti, le provocazioni non volavano solo fra commenti e messaggi privati, ma – come fra poeti provenzali o dell’Arabia preislamica o dell’Irlanda precristiana – si sfogavano con pugnace creatività proprio nel botta e risposta dei testi.

3. Un barocco technicolor

Diego Rossi e l’autore. Bologna 2007
Diego Rossi e l’autore. Bologna 2007

Tutto ciò sarebbe disdicevole folklore, non fosse che – posso giurarlo – non solo la qualità dei battibecchi nulla aveva da invidiare a quanto accade fra scriventi legittimati da centri (centruzzi, centrini, centrulli) di potere culturale (per tacere dello stato desolante del commentariato su quasi tutti i litblog); ma la qualità dei testi stessi su cui (o con cui) ci si scannava, era in diversi casi superiore a quanto reperibile in sedi più prestigiose. La mia esperienza diretta di questo mondo mi porta a sottoscrivere il giudizio di Castiglione: questi poeti ‘dilettanti’ sono “fortunatamente al riparo dalla poesia di maniera, ‘né carne né pesce’ che tanto successo sembra avere presso associazioni e premi, che spesso non tollerano la dismisura, la difficoltà e il gioco”. Poeti ‘bradi’ solo perché fuori da giri che ‘contano’ (e quanto, ormai?) ma di solito tutt’altro che incolti o ignari della tradizione o digiuni di strumenti metrico-linguistici, rispetto ai ‘professionisti’ non patiscono, oggi, grandi svantaggi, e godono in compenso il vantaggio di non sentirsi vincolati, castrati, fuorviati dai paletti d’una poetica assunta a priori, né dai gusti del Venerato Maestro di riferimento o da quelli della critica. La nostra mai edita antologia proponeva, con diverse sfumature personali, testi caratterizzati da un uso fantasioso ed esplosivo dell’erudizione (un po’ alla Ripellino, se vogliamo, ma aggiornato all’epoca del web 2.0), uno sguardo sul mondo ora sensuale, ora sarcastico, ora entusiasta, ora smaliziato, e spesso tutto ciò al contempo, che non sentiva il bisogno di prender posizione nelle querelles fra assertivo e antiassertivo, lirico e sperimentale, pre‑ e post‑paradigma, né di far vedere che non prendeva posizione (3).

C’era, certo, anche qualcosa d’ingenuo, di arruffato, ma – ripeto, e questo è il punto – mica più che in certi poeti ingenuamente tutti orfici o tutti avanguardisti, tutti vitalisti o tutti nichilisti, che si presentano alle kermesse nazionali e sono registrati nel censimento di tutta la terra (cioè Pordenone). Se vogliamo, quei siti sono stati la nostra gavetta gloriosamente scapigliata (coerentemente collo spirito dei tempi, una scapigliatura consumata in primis sul web, non sulla strada o nei caffè).

A queste persone, spesso, non interessa pubblicare, non seguono la poesia italiana contemporanea. Non hanno ambizioni autopromotorie e risulta difficile instillargliele. A qualcuno di loro/noi sono capitate in séguito pubblicazioni più o meno ‘vere’. Ad altri, che le meriterebbero parimenti, non è ancora successo. Sul Club, una lodevole iniziativa ha consegnato alle patrie lettere un oggetto cartaceo di cui e su cui discutere (e sarebbe sperabile che anche qualche critico non direttamente coinvolto nell’operazione lo facesse); la domanda è se altre schegge di quel vasto mondo sommerso andranno incontro al destino delle proverbiali lacrime di Blade Runner.

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  1. M. Marchesini, Di follia e poesia. I versi delle nuove raccolte si muovono fra cielo e sottosuolo, forse per evitare la terraferma. Catalogo dei più pazzerelli, Il Foglio, 4 luglio 2015, p. IX.

      2. Castiglione, prefazione a Tramontare dentro lo screensaver orange and yellow di Mark Rothko. 18 poeti dal web, a cura di Patti Schneider, Lampi di Stampa 2015, pp. 5-13.

      3. Per chi volesse un’idea di quel gruppo d’autori, non posso che rimandare alla prima pubblicazione ufficiale d’uno dei nostri: Diego Rossi, Supernove. Poesie 2003-2009, ArtEventBook 2009.