Maria Pia Quintavalla, I Compianti, Effigie 2013
Maria Pia Quintavalla, I Compianti, Effigie 2013

Di GIULIA CONTRI *

Una questione di eredità

I Compianti sono i genitori scomparsi di Quintavalla.

 A Quintavalla il tempo ha permesso di fare i conti senza sconti, in età adulta, con l’eredità del pensiero del rapporto con altro e altri da essi ricevuta: con beneficio d’inventario, cioè secondo calcolo di costi e benefici.

Anche la poesia è economia – oico-nomia -, sostiene Quintavalla: “Il mercato è la regola della circolazione delle merci”.

E auspica, in Trasmigrano,  che – per i rapporti nella sua attuale oico-nomia familiare – “La vita / la tua la mia rinascano / in nuova casa”.

A conti fatti, nella precedente c’erano stati, accanto al buono, anche difetti.

Convengo con Freud che la forma bella dell’arte – qui la poesia – non si origina da un’interiorità singolare che si rivela per vie misteriose: essa origina da un accadere psichico che prende corpo in un lavoro di lingua assiduo, posto in essere dall’autore in prospettiva di far condividere al lettore non un oggetto bello in assoluto, ma un modo di rapporto con lui e con il suo modo di pensare la realtà in vista di una comune soddisfazione su questioni di comune interesse.

Il lavoro di lingua è costituito qui da costruzioni sonore, armonie, immagini di alto gradimento per me lettore: fatto socius, immaginativamente e musicalmente, da un posto di attesa e di silenzio.

Questioni di comune interesse sono qui discorsi di senso sul tema dell’eredità veicolati dallo stile: e dallo stile riferiti alla norma di rapporto posta dall’autrice con altri e altro.

Mi sovviene al proposito una nota che condivido in pieno del critico letterario Alfonso Berardinelli – che va di pari passo con le posizioni di Freud sull’arte – e che dice: “Lo stile ha a che fare con il piacere personale…La critica migliore è quella che studia le forme per andare oltre, per fare il ritratto del tipo umano che viene incontro nelle pagine del testo”.

Onorare e cambiare discorso

“Nuova casa”…significa per Quintavalla ‘cambiare discorso’, senza fissarsi all’altro, nel caso il genitore: che “Se sbaglia se è schiavo sfugge / e vuole il male / non vi inzigate chiedendovi l’un l’altro / ‘perché non cambi’, egli non può / cambiare e così sia”.

Quintavalla onora così il genitore: tentando un sereno bilancio anche dei difetti del suo pensiero del rapporto, senza resti e dannose recriminazioni.

“Sia così che vita nuova si ricrea”, è detto in Cos’hai fatto per il padre, figlia.

Il padre Quintavalla lo onora anche accostando, in Deposizione, la sua morte, da lei accompagnata, con devota e dolorosa vicinanza, a quella del Cristo della deposizione del Correggio nella cattedrale di Parma.

Ivi Cristo è tenuto in braccio dopo la croce da una sofferente Madonna che gli dà conto “della sua “amorosa sosta” tra gli uomini e dei “frutti suoi disertati” dagli uomini stessi.

E’ stata amorosa sosta sulla terra per i figli quella del padre di Quintavalla?

Lo è stata nei termini con cui ella gli riconosce, fin dalla prima poesia della raccolta, Più in là del Po, che “nel venire a trovarti / d’un colpo tutto rifioriva / sgorgava in verde era là pronto / diritto all’orizzonte / come due pratoline tintinnavano le teste / prima io poi tu, corali / garruli chiacchieravamo di crescita felice”.

Non lo è stata nei termini in cui ella, sempre in quella poesia, gli rimanda di aver egli posato su di lei “una mano chioccia” a convincerla di non muoversi dalla sua “buca di pulcino”, di non mai muoversi da lì, “quando incipitava l’infanzia”.

Amore appuntamento convito

“Per crescere bisognava essere amati” è detto in Qui che ridiventa nido.

Occorre essere invitati, cioè, a una tavola imbandita per alimentarsi, non per essere ingannati in quella sede da chi vien meno alla promessa di dare alimento: “…non si va volentieri al commensale, / se non c’è la conferma di speranza e pace” (Ospite, e visita alla casa).

Insomma, questo padre intellettuale e docente di materie letterarie, contraddittoriamente (si veda sempre Ospite e visita alla casa) da un lato gioca con lei “come il burbero col cane, / allunghi il cappio non sapendo / era lì la gola brancicata”. Non vuole sapere, il padre, che qui “l’edipo riporta la bambina al suo padrone”; che “in braccio al suo babbino / le seduzione è lenta, stanca/non produce più battito cardiaco/ma dolenti note del ritiro/stracche”.

 Il ritiro è dal convito/appuntamento col primo uomo della sua storia di donna, ritiro che impedisce il piacere dell’incontro.

Dall’altra (si veda ancora Cos’hai fatto per il padre figlia) le lascia luogo a farsi voce del suo desiderio di “essere all’aperto”, di non essere “rintuzzata” e acquietata, come invece fu “nello statico sedere a casa”, “nel sangue che coagula al coperto”; di cogliere l’invito “salva la voce, fuggirai l’esilio, persecuzioni / non sentirai, proteggiti, difendi / il solco della voce…”.

Il solco è quello inciso dalla sua voce di bambina nelle orecchie di  suo  padre: che sì le aveva fatto sopportare “le ingiuriate abrasioni del no”; le aveva “impedito le passioni di essere all’aperto”; le aveva “raspato l’aria” facendole “perdere l’infanzia, quella nascosta, / derubata”; ma nel contempo doveva aver ascoltato senza soffocarla quella sua voce intesa a farsi “convinta di parole” da mettere sul mercato con suo padre come con tutti gli altri.

Eccola la sua voce, nella poesia di cui stiamo parlando.

Da mettere sul mercato Quintavalla afferma in Trasmigrano di avere avuto in eredità da suo padre un tesoro: “Dal libro dell’amore inviti / voli alto in dolzore”.

E’ da lì, dice, che “Cerco/la cena dell’amore vivo”.

E’ da lì che raccolgo come suo desiderio: “rivivi la tua infanzia”, “non sentir più / pianti nolenti ma bambini lesti nel correre / che ricambiano il suo volo”.

E’ da lì che penso (Come potere trattenerti) “rami / sollevati dal dovere di gravità che toccano / in tenerezze grate dal sapore dolce”.

Contraddizione e Paradiso

Resta comunque, per Quintavalla, ancora senza una prospettiva di via di uscita la contraddizione logica tra possibile  moto autonomo del proprio pensiero e fissazione all’altro che “Intorno a un’ostrica mi incolla / alla matrice unita al male / con il bene” (Qui, che ridiventa nido II).

E’ però in qualche modo liberatrice di orizzonti nuovi per lei la testimonianza lasciatale da sua madre di rapporti da coniugio riuscito con il padre: “Lui, lei che si ricambiano il cerchio del piacere” (Trasmigrano I); e quella ricevuta da suo padre di: “Una mano / che entra nella tua soave, e certa / piano” (L’età moderna).

Preludio ambedue alla “Luce del convito” di un Paradiso ipotizzabile come costituito “Di stagioni dove non eravamo mai stati” (Cos’è il Paradiso).

Paradiso, mi vien da concludere, con meta soddisfazioni senza rimozioni.

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*  [presentazione di Giulia Contri, Psicoanalista della Società Amici del pensiero Sigmund Freud di Milano de I compianti (Effigie 2013) di Maria Pia Quintavalla, presso la Sala Del Grechetto della Biblioteca Sormani di Milano in data 5 novembre 2014]