Grandezza di Yasser Arafat – di Gilles Deleuze

Gilles Deleuze, Grandezza di Yasser Arafat, con un saggio di François Châtelet, Cronopio, Napoli aprile 2002
Gilles Deleuze, Grandezza di Yasser Arafat, con un saggio di François Châtelet, Cronopio, Napoli aprile 2002

Di GILLES DELEUZE *

La causa palestinese è innanzitutto l’insieme di ingiustizie che questo popolo ha subito e continua a subire. Queste ingiustizie sono gli atti di violenza‚ ma anche la mancanza di logica‚ i ragionamenti viziati e le false garanzie che pretendono di compensarli o di giustificarli. Arafat aveva soltanto una parola per parlare delle promesse non mantenute‚ degli impegni violati al momento dei massacri di Sabra e Shatila: shame, shame.

Si dice che non è un genocidio. E tuttavia c’è una storia che si porta dietro molti Oradour, fin da principio. Il terrorismo sionista non si dirigeva solo contro gli inglesi, ma anche contro villaggi arabi che dovevano scomparire: l’Irgun è stato molto attivo in questo senso (Deir Yassin). Dappertutto si farà come se il popolo palestinese, non solo non dovesse più essere, ma non fosse mai stato.I conquistatori facevano parte di coloro che avevano subito il più grande genocidio della storia. E di questo genocidio i sionisti avevano fatto un male assoluto. Ma trasformare il più grande genocidio della storia in male assoluto è una visione religiosa e mistica, non è una visione storica. Non ferma il male; lo propaga, invece, lo fa ricadere su altri innocenti, esige una riparazione che fa subire a questi altri una parte di ciò che gli ebrei hanno subito (l’espulsione, la ghettizzazione, la scomparsa come popolo). Con mezzi più “freddi” del genocidio si vuole ottenere lo stesso risultato.

Gli Usa e l’Europa dovevano riparazione agli ebrei. E questa riparazione l’hanno fatta pagare a un popolo, di cui il meno che si possa dire è che non c’entrava affatto, che era stranamente innocente di ogni olocausto e che non ne aveva nemmeno sentito parlare. Ed è qui che comincia il grottesco, come pure la violenza. Il sionismo, e poi lo stato d’Israele esigeranno che i palestinesi li riconoscano di diritto. Ma lui, lo stato d’Israele continuerà a negare il fatto stesso di un popolo palestinese. Non si parlerà mai di palestinesi, ma di arabi di Palestina, come se si trovassero là per caso o per errore. E più tardi si farà come se i palestinesi venissero da fuori, non si parlerà mai della prima guerra di resistenza che hanno fatto tutta da soli. Diventeranno i discendenti di Hitler perché non riconoscono il diritto d’Israele. Ma Israele si riserva il diritto di negare la loro esistenza di fatto. Ed è qui che comincia una finzione che si estenderà sempre di più, pesando su tutti coloro che difendevano la causa palestinese. Questa finzione, questa scommessa di Israele, era quella di far passare per antisemiti tutti coloro che avrebbero contestato le condizioni di fatto e le azioni dello stato sionista. Questa operazione ha origine nella fredda politica di Israele nei confronti dei palestinesi.

Israele non ha mai nascosto il suo obiettivo, fin da principio: fare il vuoto nel territorio palestinese. Anzi, fare come se il territorio palestinese fosse vuoto, destinato da sempre ai sionisti. Era sì colonizzazione, ma non nel senso europeo del XIX secolo: non si trattava di sfruttare gli abitanti del luogo, ma di farli andare via. E quelli che restavano non sarebbero diventati mano d’opera dipendente locale, ma mano d’opera itinerante e separata, come se fossero immigrati, messi in un ghetto. Fin da principio l’acquisto delle terre ha come condizione che siano vuote o che lo possano diventare. È un genocidio, ma un genocidio in cui lo sterminio fisico resta subordinato all’evacuazione geografica: poiché non sono che arabi in generale, i palestinesi sopravvissuti debbono andare a fondersi con gli altri arabi. Lo sterminio fisico, affidato o meno a mercenari, è interamente presente. Ma non è un genocidio, si dice, perché lo sterminio non è “lo scopo finale”: ed effettivamente non è che un mezzo fra gli altri.

La complicità fra gli Stati Uniti e Israele non deriva soltanto dalla potenza di una lobby sionista. Elia Sanbar ha mostrato come gli Stati Uniti ritrovino in Israele un elemento della loro storia: lo sterminio degli indiani, che anche in quel caso fu fisico solo parzialmente. Bisognava fare il vuoto, bisognava fare come se gli indiani non ci fossero mai stati, tranne che nei ghetti che ne fanno degli immigrati dall’interno. Per molti aspetti i palestinesi sono i nuovi indiani, gli indiani di Israele. L’analisi marxista indica i due movimenti complementari del capitalismo: imporsi continuamente dei limiti, all’interno dei quali organizzare e sfruttare il proprio sistema: spingere sempre più in là questi limiti, oltrepassarli per ricominciare su scala più larga e più intensa la propria fondazione. Respingere i limiti era l’atto del capitalismo americano, del sogno della Grande Israele in terra araba, sulle spalle degli arabi.

Come il popolo palestinese abbia saputo resistere e resista. Come da popolo tribale sia diventata una nazione armata. Come si sia dato un organismo che non si limita semplicemente a rappresentarlo, ma l’incarna fuori dal territorio e senza stato: gli ci voleva un grande personaggio storico che, in un’ottica occidentale, si direbbe quasi uscito da Shakespeare, e fu Arafat. Non era la prima volta nella storia (i francesi pensino a France libre, con la piccola differenza che essa aveva all’inizio una minore base popolare). E neppure è la prima volta nella storia che tutte le occasioni in cui era possibile una soluzione o un elemento di soluzione siano state deliberatamente, consapevolmente distrutte dagli israeliani. Si chiudevano nella loro posizione religiosa per negare, non soltanto il diritto, ma il fatto palestinese. Si lavavano del proprio terrorismo trattando i palestinesi come terroristi venuti da fuori. E i palestinesi proprio perché non lo erano, ma erano un popolo specifico, tanto diverso dagli altri arabi quanto gli europei lo sono tra di loro, non potevano aspettarsi dagli stati arabi che un aiuto ambiguo che poteva talvolta trasformarsi in ostilità e sterminio, quando il modello palestinese diventava pericoloso. I palestinesi hanno percorso tutti i gironi infernali della storia: il fallimento delle soluzioni, ogni volta che erano possibili, i peggiori rovesciamenti di alleanze di cui pagavano le spese, le promesse più solenni non mantenute. E di tutto questo la loro resistenza ha dovuto nutrirsi.

È possibile che uno degli scopi dei massacri di Sabra e Shatila sia stato quello di screditare Arafat. Aveva acconsentito alla partenza dei fedayin, la cui forza restava intatta, solo a condizione che la sicurezza delle loro famiglie fosse interamente garantita dagli Stati Uniti e anche da Israele. Dopo i massacri, non c’era altra parola che “shame”. Se la crisi che ne è seguita per l’Olp avesse come risultato, a più o meno lungo termine, un’integrazione in uno stato arabo o una dissoluzione nell’integralismo islamico, allora si potrebbe dire che il popolo palestinese è effettivamente scomparso. Ma in tal caso il mondo, gli Stati Uniti e anche Israele non finirebbero di rimpiangere le occasioni perdute, ivi comprese quelle che oggi restano ancora possibili. All’orgogliosa espressione di Israele: “Noi non siamo un popolo come gli altri” ha sempre risposto quel grido palestinese, cui si richiamava il primo numero della Revue d’études palestiniennes: noi siamo un popolo come gli altri, vogliamo essere solo questo…

Con la guerra terrorista in Libano Israele ha creduto di sopprimere l’Olp e di sottrarre così al popolo palestinese, già privato della sua terra, il suo sostegno. E forse ci è riuscito, perché nella Tripoli accerchiata non c’è più che la presenza fisica di Arafat tra i suoi, tutti in una sorta di grandezza solitaria. Ma il popolo palestinese non perderà la sua identità senza suscitare al suo posto un duplice terrorismo, di stato e di religione, che approfitterà della sua scomparsa e renderà impossibile ogni regolamento pacifico con Israele. Dalla guerra del Libano Israele uscirà non soltanto moralmente diviso, economicamente disorganizzato, ma si troverà di fronte l’immagine rovesciata della propria intolleranza. Una soluzione politica, un regolamento pacifico non sono possibili che con un’Olp indipendente, che non sia né scomparsa in uno stato già esistente né perduta nei vari movimenti islamici. Una scomparsa dell’Olp sarebbe solo la vittoria delle cieche forze della guerra, indifferenti alla sopravvivenza del popolo palestinese.

* [da: Gilles Deleuze, Grandezza di Yasser Arafat, con un saggio di François Châtelet, Cronopio, Napoli aprile 2002.]

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