“A partire dalla gola”, polittico inedito di Vanna Carlucci

Foto di Vanna Carlucci
Foto di Vanna Carlucci

A PARTIRE DALLA GOLA

di VANNA CARLUCCI 

Provo a prendere posto,
faccio piano
il tronco è emerso dal buio
la luce si ricrea una foglia
l’ho vista appendersi al ramo pieno di sonno
mentre la mia veglia costante si ricama
una parola, un’attenzione che
urla al destino di non andare via
infrange il silenzio
questa belva che sottopalmo
forza le vene,
s’ingrossa
e cade.

E’ un corpo disperso, la scrittura

si è sparsa come le foglie rotte,

cadute quando il vento

ha imposto di essere guardato

prima dell’ultima volta

prima di andare via,

creatura

*

 

Pensare alla purezza e cadere,

pensare alla caduta e riaversi

indietro o più in la, fuori, da tutto,

dalla crosta.

Questo è un doppio che si sfila dai corpi

dalla truffa dei volti e dei gesti, dei moti

controllati del tempo (ed è muto) e

parlami della materia,

della pelle morta che cade

della resurrezione del corpo che ha divelto i muri

dell’ombra che arde su tutte le superfici

e che è senza infissi,

questa emanazione che passa

da luogo a luogo,

così brutale perché così vivo

questo risorgimento del latte versato,

il sacrificio del bambino o

tutto l’universo che luccica,

senza scampo.

*

E poi,

l’aria slabbrata ad ogni contrazione

uno sbattermi nella pelle

e ritornare al sangue sparso

dai tagli delle dita,

alla parola (ri)nata e

bagnata dall’esistere improvviso

il mio (s)finirmi in ogni atto di sole:

un corpuscolo di guance di carne,

di carne in versi,

di atomi riversi al centro

di ogni erezione d’amore.

È sotto il labbro

un silenzio poroso,

pelle dopo pelle,

strato sottostrato

un ramo dilatato,

come un fosso pieno di notte

e nell’abisso di uno squarcio

io vedo la

radice d’ogni vena.

*

Ho una voragine aperta all’altezza del tuo centro carnale.

Pendevi sulla mia lingua calda un bacio,

eri lì, dietro un verso disperato

il mio corpo smerigliato.

Amavi burrasche sul mio sangue aperto ai tuoi dolori.

Mi riempivi colandomi addosso resine fin sottopelle.

Ti donavo fiati.

*

Imbrattata e corrosa,

riapro il sole con un movimento pacato

sul muro arso e perso,

tutto da rifare.

Passeggio e mi rivivo

nell’autunno che cade

e soffia sotto i rami e, in attesa,

allungo un passo e scricchiolo ricordi .

Sei il riverbero arancio sui

miei occhi di luna e corvi:

creiamo rivoluzioni,

una sorgente di luce

e chiama,

l’anima risponde al risveglio

e lancia un sorriso.

*

Ti ho lasciato tra le gambe il mio passo parallelo e si s-correva nel buio, nel selvatico che ci sbrana dentro e ci rende deformi e ad un tratto crollasti sui pensieri, nella carne e sanguinarono le notti. Trattenuti eravamo, in apnea e braccia aperte, con gli artigli sempre pronti a scavarci fossi e riempire tasche dell’attrito dei mondi, di quel bianco riflesso nella pozza dell’acqua o colla indurita sul tronco, nell’occhio del ventre come a ricomporre i pezzi di una parola o decodificare la traccia dei pianeti, a resuscitare i vivi e i morti all’altezza delle mie dune e del tuo ramo di foglie.

*

Schiusa nel tuo ventre

sospiro un bacio.

In sottofondo definirci un istante alare e

piegarmi di bianco

sulla soglia, quando entri;

sei l’inverno che ti resta infranto

come un ricordo cucito a morsi

ma io spiro sui tuoi polsi in un giorno autunnale

quando il vento
torna in circolo per la sua ultima foglia.

*

E il continuo nostro tenerci sotto i piedi

come il rigurgito del mondo:

Sentirli i giorni svenarsi

tra i fili spinati e

punte strette al collo:

ferite del giorno

questa espansione nell’aria che fa il mattino.

Pensarlo quando è ancora buio

in utero prima di ricevere il mondo,

un tempo che resta

a questo incurvarsi del giorno,

alla curva dell’occhio esposta

al taglio della luce che si dilata.

*

Io so di poterlo accettare il vuoto,

quest’assenza tutto intorno­:

dalla corteccia cariata dal tempo

alla foglia  che mi circonda,

l’artiglio della parola:

questo bisturi selvatico che mi contiene

lingue mute del verso

sul pulsare del cielo

con la sua bocca sporta  al sole

come un Dio tornato pieno di parole.

E’ salvezza

questa bestia che mi compete

bagnata di midollo,

sfinito dal grido mortale

di seni vigili alla preghiera

di boschi gonfi di respiro

per un universo addosso

la perla nell’occhio.

*

Dialoghi, fiati di cosmo.

Il mattino ha segni di buio improvviso

ché l’inverno fatica un cuore,

declina il braccio del fiore,

il gambo nel carcere del gelo.

L’intonaco scalcinato

è un’aria guasta

livida nel corpo,

osso,

scoria dell’albero caduto.

Passioni climatiche e

pestaggi interiori,

suoni, in-cavi e pelle,

geografie infernali

del tessuto connettivo

tra l’arteria umana e

la ruga del legno  scolpito.

*

Da lontano,  la strada tracciata,

balzi di segno.

Io, la chioma frontale dei corpi

e il risvolto del silenzio :

c’è fede anche in questo contagio ,

l’animale colpito nel rito del sangue

Il cielo si assomiglia

a questa mistica della terra e tremula

cadeva a stracci d’ali e sbatteva come il sacrificio che si deve.

Ero in tutto questo

febbre d’occhi

e palmi divaricati e stigmate piene ,

arrampicata ai vicoli della pelle

-sante pareti e peccati del mondo –

e livida dal digiuno di Dio,

ho pianto il suo vuoto

l’eclisse che ci teneva .

Pensandolo a vento fiorito,

mi ha toccato poi

in sillabe d’aria o filo spinato

appeso come può, nelle zone d’ombra

trovandomi

innocente nei tessuti della carne.

Un covo di respiri

altri corpi, altri moti ed

ogni contrazione fa il bianco intorno

guizza nello spettro del buio

come un rifugio in cui cercare

questo lavoro a(r)mato da Dio

contro le righe del collo tirato,

contro il morso della paura.

Io resto fedele alla gola del pozzo

a quella creatura con la voce di un lupo

fedele in quel punto dove ogni suo passo diventa il mio grido

e ha sforato recinti e giorni perché

ogni costola si è rotta nella forma

di una preghiera che ha perso la misura

sopra questo corpo che sa reggere lo strapiombo a palmo chiuso:

trattenere – ecco – trattenere una caduta

Era il centro di un cuore presente,

superato ogni volta.

*

Il petto è socchiuso, sguscia dal costato l’eco che sale e si fa bianco nella feritoia, un bianco buco di luce che sparge e s’infiltra come una perdita  mentre il cielo fa la sua parte, si apre: ci attraversiamo a vicenda in un punto di rottura, come la schiuma che insegue il mare, il gambo e il seme a fiorirmi sul ventre che è il cosmo preso in grembo, spina del fiore solitario sul terreno fatto di pini e quindi costellazioni tutt’intorno sul corpo nudo, crudo e squamato dal tempo, esterno che trema e falcia ogni foglia che pende (ché se divarico il collo, ogni mio osso ha l’epidermide del legno e segue linee verticali, fratture improvvise che il tempo ha versato sul corpo). Sono una prova di (r) esistenza per risalire, la presenza delle cose gettate sopra ogni costola, questa fede del sentirsi assenti nel nome degli altri e se devo trovare un pezzo che sgravi dal petto il cosmo che è tutto un pesosenzasoste, io lo cerco nell’alto che passa senza nodi: staccare il sangue da questa terradicarne e condurlo Altrove.

*

La luce sfuria dai canini del sole .

Guarda come sanguina il fluido sotto l’arcata delle ciglia, questo corpo che divampa, questo globo lunare a strapiombo sulla guancia

ma una solitudine è uno stato d’abbandono per ricevere ed è tutto qui, fuori di se, dell’uomo che non è nulla, senza palpebre su cui tenersi ma oscilla come un’impressione, una sbavatura di tempo, un chiaroscuro di luce che si rapprende. .

Una torsione -quest’ espressione che passa-, una morbidezza nera, una linea che non ha più parete, non ha nulla.

Sfugge dai contorni come un continuo superarsi e si è diffusa-la distanza- ci fa cedere sulle pareti degli zigomi e si sanguina perché il Verbo si è spaccato sopra tutte le foglie, sopra tutte le parole.

Quanta notte c’è nella separazione tra iride e mondo ma questo è un confine che si varca precipitando.

*

All’improvviso so che il tuo interno è tutto un purobianco che sgorga come le fonti e la bestia dalla lingua di fuoco è un calmo palmo che cerca un nido. L’eruzione che pende dai nostri corpi ci rende doppi e sfocati e cadono gli arti, i terreni di pelle, il buio cosmico e la chioma dei capelli: l’amo si difende e tira la pelle, è un taglio che guarisce, è un drago con l’autunno interno e la saliva pendula sul ringhio della bocca e sente la profondità della carne da un’altezza disumana. Il bordo che ci unisce è chimica in espansione come un calore, come l’umano che passa, il magma vivo che si acquieta poi nella crosta, nella pietra, nello sfogo della cenere che fa un deserto.

*

C’è qualcosa oltre la pelle,
dentro gli organi viventi,
il sangue e le ossa:
sai che da questo interno ci passa l’aria.

Esiste un richiamo,
un campo di luce in fondo,
dietro gli archi delle ossa,
vicino alla capsula del cuore,
è il labbro di un bambino che
allarga le pareti per prendermi la mano,
che mi dice “piano”
appena sopra la cresta del bianco,
appena sopra di lui
come un alieno con gli occhi del
ricamo e del sangue.
Gravita chiuso in mezzo allo sterno
dentro un calore ancora illeso ed
è un pianeta alle sbarre che si sporge
al taglio disossato degli occhi e
mi dice “ora atterro sul labbro con tutto l’apparato del cielo”.

Io lo guardo dentro lo spazio degli organi
ed è la voce della prima parola,
quella che sussulta di fronte al buio e
assomiglia alla fiamma di una candela.

*

Eppure fuori si svanisce per condensa di voci interposte,

eppure si gela con i piedi nella terra

come in una sala operatoria, come se il freddo del coltello fosse già una ferita

ma il sangue dimentica tutto, sgorga per straripamento

e io ho voglia di staccarmi perché gli argini non hanno retto,

perché ai piedi non ho trovato radici forti e il tronco ha pianto la sua resina necessaria.

La caduta delle foglie a partire dalla gola.

Al buio orfano, poi,  renderò le mie mani

Al buio che piange assenze,

del vuoto che gli viene a mancare

di quel senso di levità che non macchia

e bocche aperte che ancora devono ricevere.

Le mani le ho trapiantate in mezzo, cieche.

*

L’interno di un bacio

io lo so mamma cosa sei, l’interno di un bacio, ecco, l’interno di una gola profonda. Io ti vedo, io ti vedo dappertutto come la luce che non si vede. Mai toccarti col giusto amore, amore (s)frenato, amore (in)finito, ho sempre questa virgola spuntata tra il mio palmo e la tua guancia e resto qui, tesa sempre verso di te anche se non arrivo mai all’inizio, anche se non arrivo a sfiorare l’inizio del mondo, il caldo universo del tuo grembo.

*

Ho raccolto il tuo lenzuolo, ho osservato la grinza della notte e di quel movimento di nervi e corpi che ci spacca e ci libera dalla parola e dai nostri nomi, questo farci posto sopra il tono della gravità, il peso del pianto, il peso degli uomini. C’è bisogno di riprendere quota tra gli elementi, incrociare sempre quello sguardo che mi protegge dai non vedenti e raggiungere quella creatura bruta e felina tra le gole alte degli alberi, dietro la costola ghiacciata del buio ad aspettare insieme la fine del gelo, il confine che separa il bianco dal nero, quell’inciampo tra varco e varco.

*

Ancora lo stacco della bocca. Forse è stato un cambio di ruolo come quando il corpo ha detto vado via da questo corpo ed ecco gli scheletri delle mie morti precedenti e  tutti i toni variabili, il dolore come la vita a fare un organo intero; ecco il mio palmo aperto che dalla conca scivola verso l’alto, una depressione che si riempie della ferita che provoca un’altra ferita: contagio o febbre della gravità e della pioggia che cade: è forse questa precipitazione la spada della parola? Non è forse nell’affondamento, il Dio che parla e la sua lacrima estrema un bianco da sposa?

*

Mi dicevo: manifestare è solo il crollo della fame, la caduta dal grembo, la rivelazione.

Imbastire un piccolo foro che tenesse a bada il tremore,

un orlo o un urlo, la parola.

Il vestito non ha retto allo scavo del cuore,

alla zanna che sbrandella il mondo

e il corpo si è aperto

nel terremoto degli occhi,

come un dolore che scortica ogni forma di rumore,

la fragilità come un lampo emerso dal buio

nella nitidezza di una visione…

*

Ritornare-dice- ritornare

cerco il dissolvimento o una separazione ed esplode la radice del sangue, belva che sventra ogni dimensione, l’addome, il mio stato elementare e, sbarrata sulla stella nevosa del mattino e svanita nella mia lacrima estrema, ho alzato un ponte verso l’esterno come una radice scoperchiata e sono precipitata come precipitano i corpi, come il frutto ora maturo che rotola.

In quale punto è possibile fermarsi se esistono solo infiniti, solo occhi da attraversare, dall’ ombelico fino all’occhio, dalla bocca fino a quel luogo interrotto, quel movimento che sgrana l’immagine che ci occupa e ci riporta fuori, come una resurrezione, come una foto che rimbalza di significati ed è sempre la stessa, non è mai la stessa.

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BIOGRAFIA:

Vanna Carlucci (1987), è poetessa, fotografa e critico cinematografico.

Ha partecipato ad alcune mostre collettive di fotografia;

Ha partecipato, come poetessa e fotografa, al progetto intitolato Rivisitazioni, mostra a cielo aperto di fotografia e scrittura itinerante in 5 città pugliesi (2011);

Ha pubblicato alcuni componimenti poetici sulla rivista letteraria on line TornoGiovedi (2011);

Ha vinto il contest nazionale letterario “2014 battute per un anno di teatro” indetto dal Teatro Kismet di Bari (2014) partendo da un incipit scritto da Mariangela Gualtieri per l’occasione;

Attualmente scrive per la rivista di critica cinematografica “Uzak”.

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