“Il paese innovatore: un decalogo per reinventare l’Italia” di Alfonso Fuggetta

Alfonso Fuggetta

Di SILVIA INTROZZI

 

Un Paese che non rischia e non innova non può crescere. 

La crisi epocale causata dalla diffusione del Coronavirus a partire dalla primavera 2020 ha fatto esplodere i problemi cronici e strutturali del nostro Paese, mettendo a nudo un nostro ritardo strutturale rispetto alle aree più dinamiche dell’Europa e del mondo. Ma il quadro è fatto a macchia di leopardo, come ci confermano indicatori e analisi, dove accanto ad eccellenze e aree di grande sviluppo si rilevano situazioni di arretratezza.

C’è chi chiede allo Stato di porre rimedio a ogni tipo di stortura, calamità naturale, sfortuna economica, invocando il suo intervento, spesso immaginandolo come un’entità terza rispetto a noi, dotata di risorse infinite, e portatore di virtù e moralità superiori a quelle dei privati, siano essi singoli cittadini o imprese. Di fronte alle sfide della globalizzazione è umano ricercare qualcuno che ci aiuti ad affrontare questi tempi complessi. Ma, sostiene Fuggetta, questa è una richiesta ideologica e strumentale in un Paese che vede una diffusa presenza del pubblico in tutti i settori dell’economia e della società.

La domanda di fondo, a cui l’autore arriva nella parte finale del saggio, è “quale Paese vogliamo?”: a un Paese che si identifica con lo Stato, un Paese con uno Stato imprenditore, innovatore e ridistributore della ricchezza prodotta, Alfonso Fuggetta preferisce un Paese della responsabilità civile, degli investimenti a servizio della collettività, delle pari opportunità, della solidarietà vera con chi fa fatica, della valorizzazione delle capacità di ciascuno di noi.

Capitolo dopo capitolo, l’autore riflette su quali siano le strade per aiutare il Paese per uscire da questo momento di difficoltà, e in particolare su quale ruolo può giocare l’innovazione. È grazie a questo snodo, inteso non come “slogan”, che il tessuto economico può trovare nuova linfa.

La tesi di Fuggetta è che lo Stato deve fare alcune cose e non altre: soprattutto non dobbiamo pretendere o anche solo immaginare che sia lo Stato a gestire in prima persona, come operatore economico, i temi dell’innovazione, della crescita e dello sviluppo. Non è lo Stato imprenditore e innovatore che ci salverà. Tutto il Paese deve crescere, svilupparsi ed essere innovatore, in tutte le sue articolazioni e strutture, certamente con un corretto ruolo e sostegno del soggetto pubblico.

In questa visione differente si pone il confronto con Mariana Mazzucato, e con le espressioni (usate dall’economista per la prima volta) di Stato imprenditore e Stato innovatore. Per Fuggetta, l’analisi proposta ne “Lo stato innovatore” di Mazzucato risulta debole soprattutto per il caso delle tecnologie digitali: il governo USA è un grandissimo investitore, finanziatore e acquirente di ricerca e di tecnologie, ma non è certo lui che le crea o che trasforma in prodotti i risultati della ricerca. Non è il governo USA “innovatore” o “imprenditore”. Le aziende nascono e sono gestite nel mercato e dal mercato.

L’innovazione, in Usa come in Italia, non è una conseguenza lineare dell’attività di ricerca, ma un processo complesso e rischioso.

E venendo all’Italia: qui non manca uno Stato imprenditore, ma abbiamo problemi con una diversa origine. Spendiamo poco e male in attività importanti per il nostro Paese: mancano i finanziamenti per la ricerca di base, e mancano quelli per la ricerca esplorativa di medio e lungo periodo. Non vengono commissionate grandi opere/prodotti/missioni (come il Concorde in Europa, es.), e quando è stato fatto (Mose o grandi infrastrutture come l’Alta Velocità) siamo rimasti vittime dei soliti vizi.

Vengono finanziati processi di innovazione in modo confuso ed estemporaneo (iniziative di breve respiro). Lo Stato che manca è quello orientato allo sviluppo e alla crescita delle conoscenze e del mercato, che promuova ricerca e innovazione in tutti i contesti.

«La mia convinzione è che abbiamo bisogno di un Paese innovatore, in tutte le sue articolazioni e declinazioni, e di uno Stato che nel Paese abiliti e sostenga imprese, cittadini, associazioni a fare innovazione, a servizio dello sviluppo e del benessere di tutti noi.»

IL DECALOGO DEL PAESE INNOVATORE

1. Un Paese moderno deve mettere al centro dell’azione di governo la creazione sostenibile di valore e di ricchezza, e non affidarsi prevalentemente a politiche ridistributive.

2. Il valore è creato primariamente dalle imprese e dalla società civile, non dallo Stato. Lo Stato deve innovare il proprio modo di essere e operare, investire in infrastrutture critiche materiali e immateriali o in presenza di fallimenti del mercato, ma non è imprenditore o innovatore in quanto soggetto economico che opera nel mercato. Lo Stato e gli enti locali non devono sostituirsi alle imprese, quanto favorirne la nascita e la crescita, attivare politiche per l’attrazione degli investimenti e promuovere lo sviluppo delle imprese già presenti sul territorio.

3. Il lavoro di qualità, la formazione e l’istruzione sono la leva essenziale per garantire i diritti delle persone e promuoverne e difenderne la dignità. Il Paese deve investire in modo prioritario nello sviluppo e nell’aggiornamento continuo e sistematico delle conoscenze, competenze e professionalità dei cittadini. In particolare, è vitale innalzare il livello medio di formazione dei nostri giovani.

4. L’innovazione nel settore privato deve essere promossa e sostenuta a) con interventi di carattere normativo e giuridico (semplificazione e de-legificazione); b) promuovendo l’interazione tra imprese e mondo della ricerca, dell’istruzione, delle istituzioni; c) abilitando e accelerando i processi innovativi delle imprese con strumenti normativi e finanziari agili e veloci.

5. Le attività di ricerca sono essenziali per creare conoscenze e competenze vitali per la crescita complessiva del Paese. Sono attività che hanno alti tassi di incertezza e rischio e, quindi, devono essere sostenute e finanziate dal pubblico con strumenti strutturali e di medio-lungo periodo in accordo con i programmi europei.

6. La missione principale del settore pubblico non è erogare «nuovi servizi digitali». Troppe volte i «servizi» sono solo pagamenti o adempimenti richiesti ai cittadini e alle imprese a causa dei limiti e delle incapacità della Pubblica Amministrazione. La PA deve diventare invisibile, cancellando adempimenti e obblighi di natura meramente burocratica e rendendosi al contrario vicina e visibile a cittadini e imprese per rispondere ai loro reali bisogni, offrendo o promuovendo servizi di qualità (in particolare: sanità, scuola, lavoro).

7. Lo Stato, in prima persona e all’interno degli organismi internazionali a partire dall’Unione Europea, deve promuovere una regolazione moderna in grado da un lato di cogliere le sfide poste dalle nuove tecnologie (per esempio per ciò che concerne il rapporto tecnologia-lavoro e la gestione dei dati personali) e dall’altro di abilitare processi innovativi agili e diffusi.

8. Le reti e le infrastrutture digitali sono uno strumento indispensabile per la crescita. È necessario che il Paese faccia un salto di qualità nella diffusione e nell’utilizzo della banda ultra-larga fissa e mobile.

9. Lo Stato deve garantire che ogni cittadino non sia lasciato in condizioni di indigenza e che abbia le stesse opportunità sia dal punto di vista dell’accesso a processi formativi sia per quanto riguarda il proprio sviluppo professionale e imprenditoriale.

10. Il pubblico deve stimolare il mercato rinnovando e qualificando la propria domanda, ripensando nel contempo radicalmente i propri processi e modelli di acquisto così da superare l’attuale irrisolta contrapposizione tra bisogno di flessibilità e velocità da un lato e volontà di controllo dall’altro.

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Alfonso Fuggetta è professore ordinario di Ingegneria del Software presso il Politecnico di Milano e Faculty Associate presso l’Institute for Software Research della University of California. Dal 2003 è Amministratore Delegato e Direttore Scientifico di CEFRIEL, centro di eccellenza per innovazione, ricerca e formazione nell’Information & Communication Technology. È stato coordinatore del Comitato tecnico- scientifico per la new economy e l’innovazione tecnologica della Regione Lombardia e Membro del Comitato Guida per la Società dell’Informazione della Regione Lombardia, del Core Expert Group su Software Technology della Commissione dell’Unione Europea e della Commissione per la valutazione dei progetti di e-government del Dipartimento per l’Innovazione e le Tecnologie. È membro del Gruppo Tecnico Politiche Industriali e Impresa 4.0 di Assolombarda e del Comitato Educazione-Impresa della Commissione Nazionale UNESCO. È stato anche membro del Comitato Ristretto su Ricerca e Innovazione di Confindustria. Ha fatto parte della Commissione Governativa sul software open-source nella PA e del Nucleo di supporto alla Struttura di Missione per l’attuazione dell’Agenda Digitale della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il paese innovatore: un decalogo per reinventare l’Italia (Egea Edizioni 2020) è il suo ultimo libro.

 

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