Il logo del FLEP!
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Di PIER PAOLO DI MINO

Le parole hanno per lo più la buona grazia di corrispondere scarsamente, o per nulla, alle cose che dovrebbero designare e a cui amano piuttosto alludere; questo consente loro di essere sempre più delle cose cui si dovrebbero riferire, e comunque giammai una cosa. Chi usa le parole per professione di fede gode di questa loro natura perché la professione di fede in questione potrebbe essere descritta come l’articolato e sfinente tentativo di sottrarre l’uomo da quella coazione macchinale che è il bisogno di “esprimersi”, ossia quel bisogno di elaborare pensieri e fantasie e quindi imporli agli altri, “comunicando” quanto elaborato: un bisogno che rappresenta il momento minimo basilare di quella teodicea del vincere o convincere attorno alla quale abbiamo costruito una civiltà millenaria di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Sottrarre le parole all’esigenza ferina di esprimersi e alla meccanica della comunicazione è quanto implicitamente cerca di fare il poeta (chi agisce con le parole); o quanto un poeta come Dante fa esplicitamente dandosi nella sua azione poetica lo scopo di rimuovere gli uomini dall’infelicità e di condurli alla libertà (stupro un po’ la citazione per liberarne e ampliarne il senso): la Commedìa potrebbe essere letta, in fondo, come un’ascesi della parola, una faticosa liberazione delle parole e, infine, perfino una liberazione dalle parole.

Detto questo, è nella perspicacia di ognuno capire l’imbarazzo di un gruppo di autori che concepisce un’azione poetica e che, per comunicarne l’evento, si vede costretto a congegnare un’espressione come “festival delle letterature popolari”. È chiaro che l’espressione non rimanda a nessun oggetto in particolare e che, dunque, può alludere a una gamma così amplia di suggestioni da poter significare qualsiasi cosa. Sembra a questo punto non accessorio che il gruppo in questione senta la necessità di chiarire l’allusione a cui rimanda la definizione in questione. È quanto mi incarico di fare in questa sede, brevemente e in maniera interinale.

Il Festival delle Letterature popolari è un evento a scadenza annuale in cui si riassume e si ridefinisce di volta in volta l’intera operazione culturale e letteraria del gruppo di autori che si riunisce attorno alla sigla di TN – narrazioni popolari. Il Flep! è in prima istanza una festa di carattere letterario in una piazza pubblica. Una festa che è una restaurazione dell’uso culturale e civile di quella piazza e insieme dell’uso civile e culturale della letteratura: il tentativo di rifare della piazza un luogo di aggregazione popolare e della letteratura un mezzo e un motivo di questa aggregazione.

È questo il senso in cui viene adoperata l’espressione “letteratura popolare”, con la quale non si vuole delimitare una nicchia letteraria da intendersi a consumo di un generico target chiamato “popolo”, quanto piuttosto il tentativo di ridefinire come popolare la letteratura stessa. L’idea di letteratura popolare espressa dal festival prende certamente le mosse dalle istanze poste in essere da Antonio Gramsci e nate dalla necessità di trovare una voce culturale che esprimesse le esigenze di quella parte della società subornata e dominata dalle élite prima di tutto nei suoi basilari bisogni culturali. Una subornazione e una dominazione che soprattutto negli ultimi venti anni abbiamo visto crescere in maniera esponenziale, e che si situa alla base dell’attuale crisi spirituale e culturale: crisi che determina finanche quella economica e finanziaria. La nostra generazione ha visto infatti tragicamente in opera quella diminuzione di senso della cultura, la sua riduzione a intrattenimento o utile, e infine il suo scollegamento dalla politica, che è il più grande danno politico della nostra generazione. La nostra è una generazione che manca, prima di tutto, di quel racconto su se stessa, sul proprio passato, sulla propria collettività, che ha permesso la disgregazione della collettività stessa e la perdita di quei valori senza i quali è possibile smemorare anche i più semplici diritti civili e umani (diritto al lavoro, alla casa, alla sanità, alla libertà, etc.).

La letteratura è in sé (e così è sempre stata intesa) la memoria e il racconto di una civiltà, delle singole persone che ne compongono la comunità, dei motivi profondi che tengono in vita quella comunità.  Una certa retorica nichilista controverte oggi la natura economica della letteratura e della cultura, pretendendo che essa produca utile finanziario (e che smetta, quindi, di prodursi se non ha utili), mentre la cultura e la letteratura rappresentano in realtà quel momento di condivisione e ideazione senza la quale non è possibile nessuna forma di economia. Possiamo dire che non solo la letteratura è un bene comune, ma che è il comun denominatore e la base di ogni produzione e fruizione di beni. Così dovrebbe ancora essere inteso, per esempio, Omero, che non era l’ornamento e l’intrattenimento o un operatore specializzato all’interno del sistema greco, quanto, piuttosto, il motivo per il quale un greco era greco, pensava così, lavorava così, e distribuiva così la ricchezza. La tradizione culturale italiana ha accolto come suo massimo vertice l’opera di Dante, perché in essa ha trovato la faticosa indicazione di una via che conduce verso la felicità e la libertà, una libertà che era prima di tutto quella dal nascente capitalismo: non è forse un caso che vediamo sopirsi questa tradizione dopo la morte di Pasolini, che ha fatto per ultimo letteratura con intenti non dissimili.

La letteratura, riportata e rifondata nella sua natura di espressione per e dal e con il popolo, è quell’azione politica di fare civiltà che il festival si propone. Un’operazione di coesione sociale, di riqualificazione dei luoghi,  di rilancio delle risorse umane, dunque di riforma politica, essendo questa possibile, come afferma un detto attribuito a Confucio, solo se prima si è operata una riforma del linguaggio: quella riforma permanente che è la letteratura.

L’edizione 2013 del Flep!, oltre a realizzare lo scopo generale di riportare all’attenzione della collettività questa idea di letteratura, si concentra su una particolare indagine, ossia sul rapporto che intercorre fra memoria, racconto e realtà. Il successo della moderna retorica dei dati e dei fatti bruti (di quei sacchi vuoti, direbbe Pirandello) sottratti all’elaborazione e alla coscienza è alla base del trionfo di un sistema disfunzionale che relega il cittadino alla funzione di supporto biologico di quei dati e di quei fatti, sottraendolo al suo ruolo di agente attivo nella formazione della società. Un cittadino che partecipa alla costruzione di una società sa che la realtà è una prospettiva e sa quindi che la realtà va immaginata, e che questo va fatto in termini letterari. Da qui la nostra scelta di raccogliere racconti fatti con le parole vive, con la scrittura e con le immagini, e quindi di invitare quegli autori per i quali la letteratura è inevitabilmente una reazione alla così detta società dell’immagine. Una società dove l’immagine è assunta come fatto deprivato di senso e come capitolo di fede; una società costruita su immagini senza idee e su idee senza immagini. Una società, dunque, priva di idee, di capacità di ideare e immaginarsi: morta.  

È questo l’altro racconto possibile su di noi che speriamo di offrire attraverso Filippo Tuena e Tano D’AmicoWATT Magazine e Jakuta Alikavazovic,  Wu Ming  e Mauro Biani, nonché attraverso i racconti musicali di Giuseppe Verdi e Dj Luzzy  solo per citare alcuni autori presenti. Ma forse dobbiamo essere ancora più esatti: questo è il racconto a cui desideriamo dar vita attraverso la partecipazione di quella collettività viva che abbiamo chiamato popolo.

Pier Paolo Di Mino

Anche Critica Impura sarà al Flep!

Durante la giornata inaugurale del 19/09, alle 20.30 presso l’Aranciera di San Sisto (Caracalla), in occasione della presentazione del libro culto di Renzo Paris Cattivi Soggetti (Iacobelli), Sonia Caporossi e Antonella Pierangeli discorreranno con l’autore e Pier Paolo Di Mino della generazione dei Maestri, letterari e non, che hanno lasciato il loro esempio negli ultimi trent’anni del Novecento.

Clicca qui per leggere il programma completo.

La Redazione di Critica Impura

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