Emergenza Coronavirus: non siamo soldati, ma pompieri

Di PAOLO COSTA*

Per trent’anni una generazione intera si è divertita a citare o addirittura a recitare lo sfogo di Michele Apicella contro la giornalista interpretata da Mariella Valentini in Palombella Rossa, uno dei film più popolari di Nanni Moretti. Il refrain è diventato quasi proverbiale: «Come parla! Come parla! Le parole sono importantiii!!!!!», esclama esasperato il pallanuotista ex dirigente del Partito Comunista Italiano, vittima di una simbolica amnesia, al culmine di un’intervista in cui si susseguono in un crescendo wagneriano le espressioni: «matrimonio a pezzi», «kitsch», «alle prime armi», «ambiente cheap». Il punto, come spiegherà in seguito con rassegnazione Michele alla giornalista, bisbigliando con disgusto l’ennesima frase fatta («trend negativo»), è che «chi parla male pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste. Le parole sono importanti».
Ora, se il problema fosse solo l’eleganza del lessico, non avrebbero poi tutti i torti coloro che hanno intravisto in questa scena i primi germi di quella frattura tra il «popolo» e le «chatterin classes» (i «professoroni») che ha caratterizzato la vita politica delle democrazie occidentali dagli anni Novanta in qua. Le parole, in fondo, non servono per capirsi? Che bisogno c’è allora di infervorarsi per frasi magari non signorili, ma di immediata comprensione? Chi ha energie da sprecare per queste bazzecole?
Il motivo dello sdegno, in effetti, non può risiedere solo nel vocabolario, ma va cercato in tutto ciò che i vocaboli si portano dietro. Le parole sbagliate sono infatti il sintomo di un pensiero sbagliato e la possibile causa di un’azione sbagliata. Prendiamo un esempio dalla stretta attualità.
Da alcuni giorni una minoranza significativa di persone ha cominciato a reagire con crescente insofferenza alla proliferazione di immagini e metafore belliche nel ridondante discorso pubblico che sta accompagnando la faticosa e spesso estemporanea gestione dell’emergenza sanitaria causata dall’epidemia di Covid-19. Agli appelli quotidiani a unirsi nella guerra contro quel replicante ottuso noto scientificamente con il nome di SARS-CoV-2 costoro hanno obiettato all’unisono che, pur concessa la buona fede di chi magari ha solo l’obiettivo di far crescere la consapevolezza della drammaticità della situazione che stiamo vivendo, la metafora della guerra contro un fenomeno naturale che per definizione non può essere né malevolo né aggressivo può avere numerosi effetti collaterali indesiderati.
Esaminiamone alcuni.
Spingere le persone a sentirsi in guerra con qualcuno o qualcosa non è mai un gesto innocente. Significa infatti prima di tutto accettare che le persone sviluppino le emozioni negative che accompagnano sempre una dichiarazione di guerra: ostilità latente, diffidenza, vigilanza esasperata, manicheismo, intransigenza, suscettibilità, ecc. Significa inoltre aumentare la probabilità che le persone si sentano inadeguate al compito. La guerra, in fondo, è un’impresa rischiosa e le persone con una forte predisposizione al rischio sono notoriamente poche. In un conflitto bellico questa differenza crea automaticamente una gerarchia e riduce immediatamente e drasticamente lo spettro delle azioni che le persone si sentono capaci e legittimate a fare.
Più in generale, infine, quando combatti un nemico invisibile, subdolo e imprevedibile (perché privo di intenzioni) come un virus, l’analogia con la guerra non solo non è pertinente, ma è persino controproducente. Aumenta infatti la distanza tra le persone relegate nelle retrovie, esaspera i comportamenti non collaborativi e può favorire le defezioni più di quanto uno si immagini. Come ha notato David Quammen in un’intervista al «Manifesto»: «Dobbiamo avere cura che il distanziamento sociale e l’autoisolamento non portino all’allontanamento emotivo e non ci spingano a vedere l’altro come una minaccia o un nemico. Quindi distanza sociale sì, ma senza perdere la connessione emotiva».
Riassumendo, sebbene all’inizio possa galvanizzare le persone, alla lunga la retorica bellicista ha l’effetto di debilitare il tessuto sociale, tanto più quando si basa su una similitudine posticcia. E questo, date le circostanze, è un contraccolpo deleterio. Mantenere in buona salute le relazioni tra le persone è infatti oggi indispensabile per affrontare al meglio quella che, a dispetto del negazionismo iniziale, è apparsa fin da subito come una crisi strutturale della forma di vita moderna.
Perciò, visto che alle metafore non possiamo rinunciare, se proprio si deve ricorrere a un’immagine diversa da quella prosaica dell’emergenza sanitaria, il mio suggerimento è di ricorrere alla metafora dell’incendio. La sfida con cui dobbiamo misurarci in questi giorni è in effetti un’enorme impresa cooperativa. Non solo ci sono continuamente focolai da spegnere e, quando la sorte si accanisce, giganteschi fronti di fuoco da arginare, ma è dovere di tutti collaborare quotidianamente alla bonifica del terreno affinché scintille, inneschi, distrazioni più o meno colpevoli non provochino adesso o in futuro disastri irreparabili. In questa monumentale impresa cooperativa è del tutto normale che non tutto fili liscio, che la giustizia non domini sovrana, che qualcuno faccia il furbo e a qualcun altro venga riconosciuto meno di ciò che gli spetta. Anche per questo servono oggi più che mai cittadini collaborativi, tolleranti, empatici, né oppressi da un paralizzante senso di inadeguatezza né travolti dal desiderio di trovare un capro espiatorio su cui sfogare la propria legittima collera. Insomma più che soldati, in questi giorni strani siamo simili a pompieri, o più spesso ad ausiliari dei pompieri, insomma gente che semplifica la vita di chi è costretto a stare a contatto con le fiamme, magari rendendo inoffensivi i piromani o, nelle vesti di «pompieri» doppiamente metaforici, contribuendo con pazienza e perseveranza a portare un po’ di calma nella vita di ogni giorno.
Abbiamo un pressante bisogno oggi di idee, immagini, storie, che ci permettano di combattere selettivamente la minaccia che ci sovrasta senza danneggiare irrimediabilmente il tessuto sociale. Si tratta di un compito più creativo di quanto uno si possa immaginare perché coniuga in maniera non scontata attivismo e passività. Nel Gorgia, Platone fa dire a Socrate che è sempre preferibile subire un’ingiustizia che commetterla. A nessuno, credo, verrebbe per questo in mente di descrivere Socrate come una persona fragile, proprio perché chiunque sa per esperienza diretta che esistono miriadi di azioni, persino azioni non-agenti o inazioni agenti, che possono farti sentire potente senza metterti al centro del mondo. Non è forse ben chiaro a tutti quanta forza serva per tacere al momento giusto lasciando la parola a qualcun altro o rinunciare a compiere un gesto che si sa fare alla perfezione per far sentire capace una persona che ci è cara, magari il proprio figlio? E non è forse questo il modo più corretto per immaginare la distanza che ci è chiesto oggi di rispettare per consentire agli altri – per di più degli «altri» generici – di restare in salute?
Non voglio dire che sia facile – tutt’altro. Nessuno nega che siamo tutti sotto stress e che alcuni si sentono effettivamente in guerra. Ma se lasciamo che uno spirito inutilmente bellicoso colonizzi il nostro immaginario finiremo per produrre un tale danno al tessuto sociale che, anche se riusciremo a vincere questa presunta guerra, la vittoria non avrà più quel gusto di miele che le attribuiamo già nei nostri sogni.

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* http://www.settimananews.it/societa/emergenza-coronavirus-non-soldati-ma-pompieri/

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