Eros-Donne nella “casa chiusa”: arte terapia sacralità

Due scatti di Araki

Di VITALDO CONTE

«Noi ritroviamo Dio. (…) questo Dio, pur tuttavia è una meretrice in tutto simile a tante altre. Ma ciò che il misticismo non ha potuto dire (…), l’erotismo lo dice: Dio è nulla se non il superamento di Dio (…) la parola Dio; nel momento stesso che lo facciamo, questa parola si sorpassa essa stessa, distrugge vertiginosamente i propri limiti» G. Bataille

1. Molteplici accadimenti e pulsioni ruotano intorno all’eros come creazione e alla ‘casa chiusa’, coinvolgendo intellettuali ed artisti: «Da giovane mi attiravano soltanto i bordelli e le biblioteche» (E. Cioran). La realizzazione di sé sul piano erotico è un aspetto essenziale dello sviluppo interiore di ogni essere umano, che può passare attraverso l’alchimia delle sue “rosse” sacerdotesse e prostitute d’amore. Queste incarnano immaginari e realtà che possono diventare una “narrazione” letteraria e artistica: «Nella relazione con una donna ispiratrice l’uomo trova ispirazione a creare. Per lui frutto dell’amore è l’ispirazione. Spesso egli si attende che lei guardi la sua opera sotto questa luce» (E. Harding).
Jeanne Cordelier descrive ne La dérobade (1976) la propria “vita” di giovane prostituta parigina con il nome d’arte Sophie. Questa risulta una storia rabbiosa e violenta, che contiene le delusioni e «persino le tenerezze di una donna che ha letteralmente “provato tutto”». Nel suo libro sfilano, in sequenza cinematografica, scene di ogni tipo e poi la lunga serie dei “clienti” come una galleria di personaggi. L’autrice, raccontando questa propria esistenza, si rivela una “scrittrice”, spontanea e inventiva.

«Tu nella camera dell’amore
eri vestita solo con le scarpe rosse
con i tacchi neri a spillo.
Nella nostra emozionante casa chiusa
iniziava la nostra danza nuda.
Diveniva rossa come un tango» V. Conte

2. La ‘casa chiusa’ può rappresentare l’antidoto per una nostalgia struggente, causata per la perdita di un mondo. Come quello dell’antico tanguero a Buenos Aires, cosciente dell’ineffabilità dell’attimo fuggente. La nostalgia era infatti il sentimento che l’emigrante sentiva pulsare nel proprio interno, quando voleva rivivere nel presente un ricordo della sua terra e della donna lontane. Questo tentativo il più delle volte, dopo anni di distanza dalla partenza, si rivelava deludente per l’impossibilità di ritrovare ancora quel mondo di sentimenti lasciato, che veniva “immaginato” nelle atmosfere create dal tango. Non a caso era vissuto nei postriboli. Questo stesso fatto «dovrebbe farci sospettare che esso sia qualcosa come l’opposto del sesso, giacché ogni creazione artistica è, quasi sempre, un atto antagonistico, un gesto di fuga e ribellione. Si crea ciò che non si ha, quello che è l’oggetto della nostra ansia, della nostra speranza, ciò che ci permette di evadere, magicamente, dalla dura realtà quotidiana. L’arte, in questo, assomiglia al sogno… Il bordello diventa allora, nel tango, il sesso come sinistra purezza» (E. Sabato). Il tango, nato come rivolta verso la cultura ufficiale, ha influenzato, con la sua struggente ed erotica significazione, i linguaggi della creazione. Lo ha fatto anche attraverso le lascive danze delle sue donne con la rosa rossa in bocca, che talvolta diventavano prostitute d’amore.

3. Uno degli attuali protagonisti dell’erotismo in arte è il giapponese Araki Nobuyoshi, un fotografo enigmatico e inquietante, molto prolifico. Negli anni ‘80 s’interessò di Kabukichō, una storica zona a luci rosse di Tokyo, la sua città che diviene un palcoscenico fotografico. I suoi scatti suscitano reazioni contrastanti: è scandaloso e pornografico per alcuni, poetico ed erotico per altri. Protagonista delle sue foto è spesso la corda-bondage, che si ispira a un’antica tecnica-arte di legamento, quella del Karada che avvolge il corpo con il “disegno” di una ragnatela. La corda e i nodi sono possibilità di piacere che si rivolgono alla mente, fantasia e allo sguardo dello spettatore: l’altro protagonista dell’azione-visione. Questa corda è strumento e voce di desideri proibiti, avvolgendo e chiudendo corpi di giovani donne giapponesi in intensi momenti di intimità. Drammatiche bellezze si presentano in abiti da geishe, completamente nude o semivestite: sono legate, strette con corde che si avvolgono come reti. Non c’è mai violenza, neanche nelle situazioni più estreme: l’eros dialoga anche con il cibo e i fiori, che rimandano alla carnosità del sesso.
Corda e corpo, negli scatti di Araki, perdono la loro identità per fondersi insieme in statue viventi, sospese nel vuoto: distese sul pavimento o ritratte in camere d’albergo (i famosi Love Hotel). Sono testimonianze e presenze di un desiderio dai molteplici volti, come quelli che vivono in ogni essere. Il minuzioso scandagliare di questo nudo e corpo femminile “attraversa” migliaia di fotografie: dissacranti, provocatorie, oscure, invitanti che esaltano la donna. Questa è protagonista e padrona del corpo e della propria sessualità, anche quando è ridotta a oggetto-feticcio, incarnando il sacro e il profano, eros e thanatos, la realtà e la finzione. Le sue donne sono sempre attrici sul palcoscenico dell’eros: con le sue sfumature e ombre, i suoi giochi e riti di esistenza. Come Araki chiarisce: «Ci sono talmente tanti tipi di donna. Le donne mi interessano molto perché sono misteriose e perfide. A volte una madonna, a volte, invece, una prostituta. Hanno tanti aspetti complessi e non mi annoiano mai. Quindi se continuerò a fotografare qualcosa, saranno sempre donne».

4. La ‘casa chiusa’ può divenire una “apertura” creativa di piacere, superando la censura delle norme, dei comportamenti stabiliti per liberare gli impulsi del desiderio con i suoi imprevedibili percorsi e segreti. I moventi e le proiezioni, che inducono l’essere a ricorrere a questa possibilità, oltrepassano talvolta il sesso stesso.
Nel sadomasochismo, per esempio, il sesso può essere assente. C’è soprattutto la teatralizzazione dell’erotismo: il “corpo prostituito” e quello del cliente tendono a essere attori. Si travestono, fingono, recitano; usano oggetti dall’alto valore simbolico (fruste, manette, corde); gridano ordini con toni minacciosi e impartiscono alla vittima punizioni umilianti. Tutto ciò è compiuto mantenendo distanze di ruolo. Il masochista è solo, faccia a faccia con il suo soggetto dominatore, pronto a ubbidire. Uomini autorevoli, avvezzi a comandare e a controllare le situazioni, si abbandonano, talvolta, a questo spettacolare psico-dramma di umiliazione che diviene possibile liberazione.
La ‘casa chiusa’ risulta, nel contempo, rassicurante: si evita di essere visti per strada, in un albergo, in un affollato club; possibilmente non ha testimoni che possano conoscere quel “segreto”, vissuto ed espresso nella chiusura di un ambiente. Può essere, e lo è per molti, un’alternativa al “lettino” e alle sedute della psicoterapia, attraverso la pratica teatralizzante dell’impulso “deviato” da inibizioni e censure.

5. La ‘casa chiusa’ può divenire anche l’ambientazione consapevole di una possibile terapia psico-sessuale, condotta dalla psicologa-prostituta attraverso una seduta dalle modalità definite. «Il primo appuntamento viene diviso in tre tempi. Il primo è quello dell’addomesticamento. Propongo al mio visitatore di dirmi ciò che lo ha spinto a venire da me. Parlare chiarifica la situazione. Quando ho identificato le sue richieste, lo porto in camera. Finiamo per ritrovarci nudi, allacciati nel letto. Molto spesso, dopo, facciamo l’amore. Quando la pulsione sessuale è passata, arriva la distensione, le coccole. E’ il terzo tempo: il mio visitatore diventa percettivo, essendosi disteso» (M. Dagmar).

Da diversi anni Kendra Holliday lavora come sex surrogate o terapista del sesso a St. Louis (Missouri): «Una terapista sessuale, anche detta partner surrogata, è una persona che aiuta gli altri a superare problemi sociali e sessuali attraverso un’intimità concreta – ha spiegato recentemente su HuffPost – È un approccio molto intimo. È terapeutico e curativo». Vuole essere vista più come una psicologa non certificata che come una prostituta. I clienti si rivolgono alle partner sessuali surrogate quando hanno bisogno di aiuto per una disfunzione sessuale o vogliono acquisire maggiore esperienza. Holliday ha lavorato con i clienti più svariati: dal trans in fase post-operatoria al trentenne vergine: «Il nuovo cliente inizia da un consulto conoscitivo. Raccolgo informazioni sulla sua storia e formiamo un rapporto. Il primo contatto intimo è una “presentazione” dei nostri corpi (…). La prima sessione si concentra sul cliente e non riguarda la performance o l’orgasmo, ma il piacere e l’essere presenti nel momento. Ci mostriamo a turno il nostro corpo e io effettuo una mappatura fisica del cliente». Alla richiesta di raccontare qualche esperienza significativa, risponde di avere un “debole” per i clienti la cui esperienza sessuale è stata limitata da una disabilità. Come nell’incontro con il giovane affetto da distrofia muscolare: «dopo una seduta, mentre adagiavo il mio corpo sul suo, iniziò a piangere. Gli domandai cosa stesse provando, e lui rispose: “È la prima volta che sento il respiro e il battito del cuore di qualcun altro”. È stata una delle persone più straordinarie e incoraggianti che io abbia mai incontrato».

6. Nel teatro di azione della ‘casa chiusa’ la donna soggetto-oggetto “che si prostituisce” è la proiezione di tutte le altrui inclinazioni e pulsioni con il loro oltre. Lei è lì ad aspettare l’identità o maschera di ruolo che l’altro richiede per il proprio immaginario desiderante.
E’ la Puttana infida “da usare”, prototipo di quel sesso “nemico”, causa di presunti inganni e fallimenti erotico-sentimentali, propri e altrui.
E’ il Demonio o la Strega che, grazie a sortilegi e al proprio potere di attrazione, tende a soggiogare l’altro.
E’ la Grande Madre, un misto di severa sacerdotessa e comprensivo angelo, che insegue, con la propria ombra, il figlio erotico.
E’ l’Androgino o il/la Transgender che diviene, grazie al suo sesso non codificato dalle norme, il superamento di una delimitazione che aspira all’originale unità sessuale, oltre il giudizio morale, per esprimere un’essenza erotica.
E’ la Donna Fatale, con il suo fascino oscuro e irresistibile, che reca in sé l’alchimia pericolosa per chi ha la s/fortuna d’incontrarla.
E’ il Grande Sesso che aspira l’altrui attrazione sino ad esserne inglobati, ma anche rassicurati in una sorta di ritorno a prima della nascita.
È la Prostituta o la Sacerdotessa Sacra che “risana”, per volontà degli dei, il corpo-anima del fedele attraverso ritualità erotico-sessuali.

7. La prostituzione sacra, menzionata anche nella Bibbia, è presente in diverse religiosità. Nel mondo greco, in particolare a Corinto, la prostituzione era considerata una specie di servizio divino. Nel mondo assiro-babilonese Ishtar, la dea dell’amore, è insieme la Grande Prostituta e la Prostituta Celeste. Questa pratica, ricorda Alain Daniélou, entra nella religione della Natura e dell’Eros nel suo libro Siva e Dioniso: «permette all’errante, al monaco, al povero, ma anche all’uomo sposato i cui rapporti a scopo procreativo non hanno lo stesso valore, di praticare l’estasi erotica, diviene una professione benefica e sacra. Corrisponde, su un diverso piano, all’elemosina, riparo e cibo dovuti agli erranti. In India molte giovinette erano dedicate al tempio per compiervi quel dovere sociale e religioso che è il dono dell’amore. Ricevevano un’educazione raffinata che comprendeva la musica, la danza e le tecniche erotiche». In un testo sacro indiano è scritto: «Nei paesi senza prostitute tutte le case diventano bordelli».

8. L’inglese Aleister Crowley è noto soprattutto in Italia per gli aspetti della sua alchimia rossa, praticata nell’Abbazia da lui edificata a Cefalù. Era la fantastica Thèlema, sopra la cui porta fece scrivere: «Fai ciò che vuoi sarà tutta la legge». Crowley rappresenta un riferimento del primo Novecento. Lo stesso così si definisce: «Io, la Bestia 666, sono chiamato a rivelare questo culto e a propagarlo nel mondo. Mediante la mia Donna, chiamata la Donna Scarlatta (…) senza donna l’uomo non ha potere».
I Thelemiti portavano le teste rapate, lasciando un ciuffetto di capelli a forma di corno fallico sempre diritto. Le Telemite dovevano avere i capelli rossi. Nelle sue “congregazioni”, come nella vita quotidiana, Crowley si circondava di molte donne (per la maggior parte prostitute) che chiamava Donne Scarlatte. L’immagine della Grande Sacerdotessa e della Donna Scarlatta apparteneva a un patrimonio iconografico complesso, ricavato anche dalla Bibbia. Il sesso era un mezzo per minare le sicurezze morali e lasciare la psiche aperta alla possessione da parte di potenti forze primordiali. Symonds, suo biografo, annota: «Il sesso era diventato per lui il mezzo per raggiungere Dio. Era il suo veicolo di consacrazione (…). Compiva l’atto sessuale non per ottenere un sollievo emotivo o per fini procreativi, bensì per dare inizio ad una nuova corrente, per rinnovare la sua forza (…). Ai suoi occhi ogni atto sessuale era un sacro atto magico, un sacramento, egli talvolta «si trovava faccia a faccia con gli dei». Per possedere questa Dea, come diceva, usava l’una o l’altra donna. Per Crowley la vita era un passaggio, attraversante i misteri del potere e dell’erotismo. La lussuria estenuante, portata al grado della frenesia, poteva esprimere la sua natura ed essenza: «per quanto spaventosa una qualunque forza possa apparire essa può essere usata per proteggerti». Questo processo alchemico risultava simile alla pratica psicanalitica.
Un’altra passione di Crowley fu la pittura, verso cui era particolarmente predisposto, con cui rivelava un mondo pervaso da una moltitudine di visioni fantastiche. Le immagini dipinte nell’Abbazia raffiguravano corpi nudi, uniti freneticamente in pratiche magico-sessuali; simboli di divinità pagane, figure diaboliche coinvolte in riti, esseri che si accoppiavano con gli animali. Gli elementi principali, rappresentati sulle pareti, erano la terra, il cielo, l’inferno: espressi con “orge” di colori e immagini sensuali. Lo scopo degli affreschi era di purificare, attraverso una contemplazione, le persone e le loro menti. Anche chi non era interessato alla psicologia della Chambre des Cauchemars (Camera degli incubi) dell’Abbazia di Thélema poteva essere “segnato” dalla sua visione: per le inquietanti particolarità di questo estremo idealismo, per la passione erotico-sessuale esibita che sfociava nella follia ossessiva. La sua intenzione consisteva nel rappresentare la natura malade (il nome di un dipinto) con varietà di forme e colori, per spingere i discepoli all’indifferenza verso il sesso.
Crowley, in Boca do Infierno (un acquerello del 1931), scrive alla sua amante: «Io non posso vivere senza di te. L’altra bocca d’inferno mi avrà, ma non sarà tanto calda come la tua». Questo estremo desiderio rosso può richiamare ancora i suoi Fedeli d’Amore: «Vieni col flauto e la zampogna! … Fai ciò che vuoi come può fare un dio … manichino, fanciulla, ninfa, uomo … nella forza di Pan» (A. Crowley).

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...