Un’orfica potenza: su Poesia e Iterazione

Di VLADIMIR D’AMORA

per Itali Testae gratiam

La poesia nasce puntualmente come libro, se si voglia: come libro-orale… Come insegnamento – però né didaskalía, né theia moira, divo comando.

Uno scenario del genere è la poesia che è ogni sua nascita, ogni suo libro… Una ritualità, una iteratività di immissione, di inclusione, di inserimento: dove? In un inizio…

C’è un ordine virile: maschi raggruppati: maschi, cioè, senza mito alcuno… E, perciò in gruppo… Se si voglia: per madre assente.

L’iterazione è, così virilmente, rovesciata: si carica tanto di se stessa, da doversi purgare: da dover essere risarcita della perdita del sé (ethos: daimon: ur-teil: ferita…) causata dalla iterazione…

Il rovesciamento è innesco di una prassi: ossia di una salvezza – totale…

La poesia è, quindi, un complesso: una complexio di origine…

Cio che tiene le parti, è un riscatto dall’origine iterata, come rei-terazione: le ripetizioni, in illo tempore ossia a tempo, sanciscono, e furono la posizione di limiti come divieti: proibizioni: positività (medialità chiuse da scopi). Dispositivi, i quali-ora: sono produzioni di antitesi radicali…

La poesia è la radicalità di una lotta…

Non alternativa, ma inversione… Letteralmente: in-etimo: di-versità.

La poesia non è nulla di fantasy, di mito, fiaba…

Poesia e mito sono la loro reciproca elisione: la loro co-incidenza…

Il mito è una infinità di metamorfosi narrative, di forme dispiegate…

Dunque, il mito asseverativamente reitera: il mondo…

La poesia è postulare: che cosa?
Lo scampo e la emancipazione come necessari…

La poesia, non essendo mito, non è neppure logos… E ciò perché di mito essa si ammanta: se ne ricopre dissolvendolo, il mito: la e ogni poesia, è il mito della fine del mito.

La poesia, se narra, e narra lo scacco mito- logico, reitera un’anima di esilio: un pezzo individuo di esilio. Mentre il mito è narrazione di una mera tentazione: di un’uscita non negata, ma punita…

E dove ci fu – terra: c’è – poesia… Di vita e di morte la loro identità strutturale…

Vita e morte sono tanto identiche, da reiterare non altro che il mondo: un mondo poeticamente, invece, negato nella sua esistenza indifettibile…

L’identità di vita e di morte è poeticamente sovvertita in una ironia, che è parodia di ogni circolarità, di qualsivoglia metamorfosi-identitaria…

L’umano e l’oltreumano: miticamente sacrificalmente opposti ossia conciliati: la poesia replica soltanto… E replicare alla violenza iterata, è nel nascere, nell’essere creatura, mortale: nel vivo di morte: per il vivente a tempo: per la morte…, in-dividuare: lasciare a essere: a insorgere: una lacerazione, una parodia di oltreumano e di umano… Ma, come sanarla, questa ferita infra-umana: mortale: bio-tanato-poietica?

Uscendo dalla metamorfosi delle e nelle iterazioni: dal circolo di vita e di morte: dalla loro identità e differenza – come?

La poesia si produce: sé mena a sé: prestazione di illatenza è. Ossia:
la presenza come coincidente con sé. E questa identità pro-dotta letteralmente: è l’anima. Una prestazione d’illatenza.

Questa soteriopoiesis: è che ci si salva obbedendo a una katharsis che né è residuale (altrimenti la poesia sarebbe ragione…), né è mera asseverazione del mondo come sua iterazione: la poesia sgrava: e dal mito e dal rito. E dal logos. Ossia da presupposti o, meglio, da presupposizioni ipo-tesi di assenza.

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