27 Gennaio 2013 – Giornata della Memoria. La notte dell’uomo e il coraggio della testimonianza: un ricordo di Shlomo Venezia

Shlomo Venezia
Shlomo Venezia

Di ANTONELLA PIERANGELI

E voi imparate che occorre vedere

e non guardare in aria;

occorre agire e non parlare.

Questo mostro stava una volta

per governare il mondo!

I popoli lo spensero, ma ora

non cantiamo vittoria troppo presto:

il ventre da cui nacque è ancora fecondo.

Bertold Brecht

 

Camminate diritto davanti alle baracche! Non guardate, non ascoltate. Camminate diritto per la vostra strada… Non immischiatevi! Questa gente non vi riguarda.

(una contadina austriaca ai propri figli nei pressi del Lager di Melk)

 

 

Ore dieci di sera, 11 aprile 1944, campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, Polonia. Un vento gelido spezza le ossa di spettrali fantocci appena scesi da un vagone piombato: “Alles runter! Alles runter!” “Tutti giù! Tutti giù!” urla ossessivamente un demone in nero, con una frusta in mano e cani famelici al guinzaglio. C’è buio, nebbia, paura, dolore, percosse. I nuovi arrivati sono terrorizzati: 1500 deportati, 320 uomini e 113 donne reclutati per lavorare all’interno del Lager, gli altri 1067 giudicati inabili, dunque non ammessi alla catena di montaggio campo-lavoro-morte preparata dai carnefici. Dunque annientati subito e per sempre, trattamento speciale “aus der kamin”, “passati per il camino”.

Tra loro, tra i reclutati come forza-lavoro, c’è la matricola n° 182727 – nome Shlomo, cognome Venezia, deportato ebreo di Salonicco –  destinato dalle SS al Sonderkommando e assegnato al Krematorium 2. In questo modo, Primo Levi descrive i Sonderkommando ne I Sommersi e i Salvati: “A loro spettava mantenere l’ordine fra i nuovi arrivati che dovevano essere introdotti nelle camere a gas; estrarre dalle camere i cadaveri; cavare i denti d’oro dalle mascelle; tagliare i capelli femminili; smistare e classificare gli abiti, le scarpe, il contenuto dei bagagli; trasportare i corpi ai crematori e sovraintendere al funzionamento dei forni; estrarre ed eliminare le ceneri”.

Il Sonderkommando è dunque un corpo speciale di prigionieri scelti per lavorare tra le camere a gas e i forni, un corridoio umano di trasporto-cadaveri, per riassumere bruscamente; un addetto al Sonderkommando estrae infatti  i cadaveri dalle camere a gas dopo averne districati i viluppi, procede con i riti della spoliazione e li trasporta all’interno del Krematorium, dove non rimarrà più nulla di quei corpi senza nome e senza dignità.

Matricola 182727 dunque: nell’aprile 1944, Shlomo Venezia diviene un numero. Di quel numero, tatuato sul braccio in inchiostro nero,  si è forse liberato soltanto morendo l’ultima volta, dopo essere morto mille e mille volte, lui che era vissuto – scrisse – “con le mani nella morte”, convincendo qualcuno a entrare nella camera a gas, trascinandone il cadavere, raccogliendo le sue ceneri, triturando le ossa più resistenti al fuoco, quelle del bacino, perché le tracce di un essere umano fossero le meno palpabili possibili. Raccontava Shlomo che anche le ceneri venivano passate al setaccio e, solo dopo la macinazione, caricate con una carriola fino ad un camion e poi disperse nel fiume, affinché si consumasse l’ultimo, estremo, oltraggio: la fase finale del riciclaggio standardizzato del corpo dei “sotto-uomini”, nati per sbaglio e morti con ragione, divenuto cibo e concime per la flora ittica dei fiumi della grande Germania.

Ad Auschwitz-Birkenau Shlomo arrivò dunque che aveva appena ventuno anni (era nato a infatti a Salonicco il 29 dicembre 1923). Ebreo di origine italiana l’avevano prelevato dentro la Sinagoga di Atene e, dopo qualche giorno in un carcere, l’avevano rinchiuso in un vagone insieme con altri ebrei come lui, con partigiani greci rastrellati sulle colline. Dodici giorni dopo si ritrovò a Birkenau, finì in uno stanzone, senza sapere dove fosse, che cosa si sarebbe dovuto aspettare. Da una finestra però vide una ciminiera e fumo biancastro e maleodorante che saliva. Sentì parlare yiddish da uno sconosciuto, si rivolse a quello sconosciuto in tedesco e lo sconosciuto gli rispose: “chi non è più con noi si sta liberando da qualche parte del cielo”. Non capì subito, non avrebbe potuto.

Shlomo Venezia ebbe così il suo numero e spesso raccontava del dolore fisico patito quando lo incisero, dell’istintivo gesto di massaggiare il braccio, del grumo di sangue e inchiostro rimasto appiccicato alla mano e della paura di aver cancellato il numero: se l’avesse cancellato, come avrebbero reagito i suoi aguzzini? Aveva visto morire un ragazzo polacco prima di lui, soltanto per essersi divincolato durante l’incisione. Il numero rimase lì per una vita a segnare la sua storia. Anche la selezione gli rimase addosso per tutta la vita: era forte e robusto e quando lo scelsero per il tremendo lavoro del Sonderkommando, i compagni lo avvertirono: “Tre mesi e poi ci sarà una nuova selezione”. La “nuova selezione” significava l’eliminazione ma non c’era scelta, davanti ai suoi occhi tre ragazzi ebrei ortodossi rifiutarono e subito vennero fucilati. Cominciò allora ad entrare in quello stanzone, a cavarne corpi nudi deformati dall’asfissia e dall’orrore: all’inizio era difficile, un cumulo alto un paio di metri, non si sapeva dove poggiare i piedi e come districare quel groviglio di cadaveri sfigurati dalla violenza del gas. Poi l’automazione fece il resto, la spersonalizzazione salvò la mente dalla follia. Una volta un compagno udì un gemito, come di un essere ancora vivo… Lui e gli altri continuarono a scavare. Il gemito si udì ancora. Tutti si diressero ad un angolo e, tra i morti e i loro liquami, videro una bambina ancora attaccata al seno della madre. Era viva, la raccolsero e la portarono fuori, all’aria. Una guardia se la fece consegnare e, dopo avergli messo una pistola alla bocca, le sparò con la soddisfazione di un cacciatore sulla preda. (piangeva sempre quando lo raccontava).

Quelli del Sonderkommando dovevano anche sgombrare la camera a gas, lavare il pavimento, ridipingere di calce bianca le pareti. Non si doveva lasciar segno di quanto era avvenuto prima. I condannati dovevano entrare senza alcun sospetto, pensando ad una doccia, le donne per prime, con l’idea che era meglio sbrigarsi. Morivano tutti. Morì anche un cugino incontrato sulla porta del crematorio, un cugino che lo pregava di intercedere presso le SS, perché lo salvassero. Ci provò senza riuscirci però. Alla fine non gli restò che convincerlo a compiere l’ultimo passo, assicurandogli che non avrebbe sofferto. Shlomo Venezia andò avanti così, di tre mesi in tre mesi, fino a quando due carri armati sovietici si presentarono alle porte di Auschwitz, era il 27 gennaio 1945. Il ritorno alla vita civile fu però in solitudine. Visse a Rimini e poi Roma, si sposò con Marika, ebbe tre figli, ritrovò un’apparenza di normalità, ma solo un’apparenza, perché “tutto mi riporta al campo. Qualunque cosa faccia – scrisse nel suo libro, Sonderkommando Auschwitz, pubblicato nel 2007 da Rizzoli – qualunque cosa veda, il mio spirito torna sempre nello stesso posto… Non si esce mai, per davvero, dal Crematorio”. Per anni si chiuse nel silenzio, come se il ricordo della vita nel Lager si fosse in lui cristallizzato in una dimensione tutta interiore, quasi irreale.

Quasi mezzo secolo dopo Auschwitz, nel 1992, si decise a parlare, come colpito da un impulso. La notte dell’uomo cedeva il passo alla memoria, lo strappo atroce della ferita tornava a sanguinare ma da quel sangue germinava coraggio, volontà, testimonianza: “Un giorno – disse – ho trovato il coraggio di raccontare tutto quello che potevo raccontare, quello che ero certo di aver visto”.

Tornò ad Auschwitz, rivide le torrette dell’ingresso con la beffarda e atroce scritta, Arbeit Macht Frei, ma non riuscì subito ad orientarsi non scorgendo più gli edifici dei crematori che i nazisti avevano fatto saltare, sempre con l’idea di far sparire la prova dei loro crimini. Solo dopo alcuni minuti la macchina della memoria si era rimessa in moto e lo aveva preso per mano,  accompagnandolo di nuovo all’inferno. Nessun uomo del Sonderkommando doveva sopravvivere, nessuno doveva raccontare l’interno del lager. “Era solo una questione di tempo: tutti dovevano morire, nessuno poteva sopravvivere”, racconta Shlomo.

Ma lui è sopravvissuto e ha raccontato, l’inchiostro della memoria di questo straordinario uomo, non ha tentato più di soffocare l’orrore ma è riuscito a liberare i ricordi, a trasformare il dolore in forza, sfogliando le pagine della sua prima, atroce, vita. “Non l’avevo mai raccontato fino ad ora”, ripete spesso Shlomo nel suo libro. I suoi infatti, sono ricordi intatti, liberi e liberati per la prima volta. Nella sua memoria salvata e salvifica parla però di “malattia del sopravvissuto” (vengono a questo proposito in mente anche le parole del Primo Levi de I Sommersi e i Salvati)  e quando racconta di quel senso di colpa che resta addosso al superstite per tutta la sua vita-altra, parla di un senso di colpa fatale e inesorabile, che però non deve annientare mai la speranza. Per Shlomo Venezia la speranza ha sempre avuto il volto e il nome di Marika, sua moglie, che ha debellato la sua “malattia” e che diviene la sua ragione di vita. Spesso mentre raccontava di lei, piangeva. Tenerissimo uomo dal cuore pieno di ombre, aveva trovato la strada del ritorno dall’inferno e non aveva paura di ridiscenderne i gironi per testimoniare la vita e la vittoria estrema dell’uomo sulla barbarie.

A chi gli chiedeva cosa provasse di fronte all’orrore del crematorio e al suo carico di morte, rispondeva: “Oggi è difficile crederlo, ma di fronte a quel macabro spettacolo non pensavamo a niente. Non potevamo scambiare nemmeno una parola tra noi, non tanto perché fosse vietato, piuttosto perché eravamo terrorizzati. Eravamo diventati degli automi che obbedivano agli ordini e cercavano di non pensare per poter sopravvivere qualche ora in più.”

Per Shlomo Venezia, quelle “ore in più” sono diventate la sua vita e per noi sono diventate una voce insostituibile che non dà scampo, l’ennesima prova contro l’oscurità dell’intollerabile e la sua perfetta inconoscibilità. Storia e Memoria legate a stretto filo, contro tutte le forme di negazione, di oscuro oblio, di indifferenza, di rimozione. Una lezione magistrale di umanità, il suo esserci e testimoniare.

Dopo Shlomo Venezia, e con lo spegnersi degli altri pochi che sono ancora in grado di rendere questa tremenda testimonianza, chi raccoglierà però la sfida della Storia e verrà a raccontare – in forma di testimonianza diretta e implacabile – ciò che è accaduto durante gli anni tremendi delle persecuzioni razziali in Europa? Chi persuaderà coloro che adesso sono giovani, e i giovani che non sono ancora venuti, che è veramente accaduto quello che Shlomo Venezia e gli altri hanno raccontato con lucidità e dolore? Potrà essere colmato questo vuoto colpevole della Storia e della Memoria che si sta preparando, inesorabilmente?

Si riuscirà a dare una spiegazione dello sterminio sistematico di tutto un popolo, per ragioni dette, senza vergogna e senza pudore, “razziali”, ma soprattutto potremo far capire che ciò che è accaduto, è accaduto non come impulso bestiale di una collettività impazzita, ma attraverso una meticolosa e perfetta macchina organizzativa? Così perfetta che, dovendo scegliere fra la morte di tutti gli Ebrei e il rischio imminente di perdere la guerra, è stata data la precedenza al meticoloso e ben organizzato sterminio, fino all’ultimo campo e fino all’ultimo treno carico di vittime che riuscisse ancora ad attraversare per tempo l’Europa ormai devastata.

Infine, dopo che lo sparuto gruppo di Shlomo e dei suoi avrà ceduto all’inevitabile tirannia dell’anagrafe, chi testimonierà che tutto questo è stato un progetto nato nel cuore di un’Europa che si riteneva, e ancora si ritiene, la culla di tutto, che guardava, e ancora guarda, con senso di superiorità tutto il resto del mondo? Tutti hanno partecipato o accettato la persecuzione totale degli Ebrei per tutto il tempo, (il silenzio complice della Chiesa e la razzia notturna nel ghetto di Roma, a 500 metri dal Vaticano e senza alcun grido di indignazione, il 16 ottobre del ’43 pesa ancora come un macigno!) e il fatto è così enorme e incredibile che ci voleva il corpo, la presenza viva e la memoria di un uomo eccezionale come Shlomo, e come gli ormai pochi sopravvissuti come lui, perché chi non c’era o non sapeva credesse, al di là dell’inverosimile, a questa favola atroce, la più oscura che l’umanità si sia mai tramandata.

“Ricordo” non è parola sufficiente dunque, non basta affatto. Shlomo e gli altri hanno fatto la guardia ai morti del massacro più ignobile del mondo e fino all’ultimo istante e fino allo spasimo si sono impegnati a raccontare, parlando al presente: “badate che succede, che li portano via, anche i bambini, anche i vecchi, anche i malati, tutti, per sempre, con la benedizione della buona cultura e l’efficienza della perfetta organizzazione e il pregiudizio ben radicato di una fede”.

Shlomo è stato tra coloro che hanno voluto che il “giorno della memoria italiano” fosse il 27 gennaio, giorno dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, come quello europeo e non il 16 ottobre, come si era pensato in un primo progetto. Voleva un segno che comprendesse tutta l’immensa tragedia europea. Immensa perché ha travolto tutti. Nell’universo dello sterminio, non c’è stata forse un’esperienza più terribile, più completa della sua. Nessuno ha conosciuto la fabbrica della morte di Auschwitz meglio di lui, più da vicino di lui. Eppure mentre parlava, con una forza sconcertante, con un’energia vitale che rendeva ancor più obbrobrioso il confronto con la morte di massa di cui raccontava, s’intravedeva nel suo sguardo una tenerezza straziante, una sottile, vibrante armonia.  La luce e la forza di quella sua umanità che gli ha permesso di vincere l’orrore assoluto, la tortura, la morte ma soprattutto l’annullamento della morte e il vuoto, l’impensabile e l’inenarrabile.

Matricola 182727, un numero impresso ovunque e per sempre nelle volute implacabili della mente, inciso sull’avambraccio sinistro, sulla pelle, nel corpo afflitto di Shlomo, un numero che ha tentato di divorare ogni minima parte del suo essere, della sua anima, del suo respiro. Rasato, denudato, torturato, umiliato, “inciso”, un uomo-non più uomo che comunque viveva, al buio, al freddo, nella nebbia, nella divisione, nell’abbandono, fra scheletri, amassi di corpi e di non-corpi, sembianze di uomini, ceneri, ossa.

“Non si esce mai, per davvero, del Crematorio”, diceva. Dopo il silenzio del dolore, della rabbia, delle interrogazioni, ci furono per questo le parole, decise di parlare di raccontare. Rivelare la verità. Impedire per sempre di cancellarne le tracce. Con tenacia ricordava per i giovani e rispondeva a tutte le domande, onesto di ammettere  di non poter rispondere a tutte le domande. Neanche alle sue. Voleva dare tanto, dire tutto quello che sapeva, voleva spiegare che esiste davvero l’Inferno, che esistono luoghi e tempi nei quali devi per forza morire. Ribadiva la necessità della Libertà e il suo amore per essa e insegnando il coraggio coltivava la speranza.

Mi sarebbe piaciuto conoscerlo Shlomo, un uomo bellissimo, una voce, una testimonianza, la prova.

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5 pensieri riguardo “27 Gennaio 2013 – Giornata della Memoria. La notte dell’uomo e il coraggio della testimonianza: un ricordo di Shlomo Venezia

    1. (…)
      Nell’ultima stanza a destra
      l’archivio della morte con le foto dei bambini
      degli adolescenti, degli sposi
      scomparsi, colmi di ombra
      solo ombra nel cavo degli occhi, le narici
      i capelli ravviati un’ultima volta,
      certo che non lo sapevano dell’addio
      il presentimento non è servito a nulla,
      resiste la speranza, la fede nel corpo
      nell’immortalità di un’anima,
      quasi tutte le orecchie sono state rase dalla stampa
      sfumata, a sfondo candido.

      Messe in rilievo guarda
      le fosse comuni di Mauthausen.
      Ora brulicano di feti perduti
      formicolano di nascite
      di spinte nel buio
      piccole talpe si fanno luce
      tra ventri e mammelle
      occhi rovesciati labbra socchiuse
      piedi e dita abbandonati,
      bucano mille altri princìpi,
      non chiedermi perché.

      (…)
      da La lotta e la vittoria del giardiniere contro il becchino, AP

  1. C’è una domanda che da tempo mi rivolgo, su cui ho lungamente riflettuto, senza mai rintracciare una risposta piena e convincente.
    Il senso di colpa sta dalla parte sbagliata: perché nessuno tra i carnefici nazisti, anche a distanza di decenni, non ha mai avvertito il minimo senso di colpa?

  2. Grazie alla sensibilità e alla bravura di Antonella Pierangeli. Un pezzo intenso, toccante, lucidamente vero. Letteratura e vita, con stile.

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