La concezione teologica di Dante Alighieri nel rapporto con le eresie del suo tempo

Di MARVI DEL POZZO

Un discorso sulla concezione teologica di Dante ha natura piuttosto complessa, un po’ per la difficoltà di penetrare la mentalità e la cultura di un periodo storico tanto lontano da noi e un po’ per l’assoluta genialità di Dante, personalità eccezionale, di assoluta grandezza. Tutti i rami dello scibile umano vengono a far parte della sua opera: nessun poema di nessun autore al mondo, in nessun tempo, è mai riuscito a tenere insieme la pluralità delle conoscenze umane e delle discipline. Teologia, filosofia, storia, scienza politica, talora partendo da approcci apparentemente agli antipodi, raggiungono nell’arte l’assoluta perfezione armonica tra speculazione teologico-filosofica e poesia altissima che, originata da assoluta fantasia creatrice, conosce la più coerente, ferrea struttura architettonica e il ritmo rigoroso della rima della terzina, nella solennità di un endecasillabo perfetto.

Mi sento di riportare a proposito, per totale condivisione, alcune frasi del cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, a commento della Lettera apostolica di Papa Francesco Candor lucis aeternae nel VII centenario della morte di Dante Alighieri, pubblicata dalla Santa Sede il 25 marzo 2021:

Vedo analogia [tra i processi mentali creativi di Dante] e Bach, in cui è impeccabile e sofisticata consonanza tra tecnica musicale e affascinanti architetture melodiche. In Dante equilibrio armonico e sintonia tra poli anche antitetici, storia umana e trascendenza, carnalità e spiritualità, contingenza ed eternità, epifania e mistero, peccato e grazia, tragedia e gloria, cronaca e profezia, giustizia e salvezza.

In effetti in Dante ogni antinomia riesce a sanarsi.

Anche relativamente al problema che ci riguarda, la concezione teologica, rileviamo contrastanti aspetti: da un lato Dante è figlio del suo tempo, uomo tipicamente medioevale; in materia di religione non può staccarsi dal pensiero della chiesa dominante, basato sulla filosofia scolastica, il cui intento era – su base razionale – l’integrazione della rivelazione cristiana con la filosofia antica greco-ellenistica, cercandone la compatibilità ove possibile. Notiamo l’adesione di Dante a questa sinergia di pensiero tra classicità e cristianesimo nei Canti X e XII del Paradiso, in cui le anime dei grandi spiriti sapienti, che formano le corone di dodici luci concentriche, sono tutte di teologi, dottori della chiesa e delle università: sono tutti filosofi della corrente razionalista scolastica. Fra di essi appare, unica eccezione, un solo mistico: Riccardo di San Vittore, oppositore di ogni tipo di razionalismo e fautore di pratiche contemplative di derivazione agostiniana. Non è certo un caso: nulla in Dante avviene per caso. Tutte le altre anime dei sapienti presentati in effetti cercano un possibile accordo tra la dottrina cristiana e la filosofia classica: Dante segue il suo pensiero nel proporre i contenuti culturali che gli sono congeniali, per presentare una certa laicità di tradizione greco-latina. Potremmo dire – prendendola molto alla larga – che, mutatis mutandis, intende celebrare una certa forma di intesa tra leggi religiose e norme civili. Fanno parte della schiera luminosa, del resto, anche alcune anime sagge, mai canonizzate dalla chiesa, più note per altri meriti culturali che non per studi teologici: Orosio, per esempio – che nel V secolo, nel periodo delle invasioni barbariche cercò di limitare le apostasie cristiane – era sostanzialmente uno storico e, appunto, non venne mai canonizzato dalla chiesa. Isidoro di Siviglia e il Venerabile Beda, per quanto ecclesiastici e teologi, sono più conosciuti per enciclopedie di arti liberali: medicina, giurisprudenza, astronomia, cosmogonia. Intellettuali, scienziati, più interessati a studi teoretici su vasta scala che a specifici studi religiosi.

Che cosa intenderei dimostrare con questo discorso?

Che a Dante interessa celebrare la composizione pacifica degli opposti saperi, non la violenta opposizione di essi: cerca la conciliazione, l’apertura, non per esempio l’imposizione forzata del dogma e del culto, come presto vedremo per gli eretici.

Il tempo di Dante era ormai dominato dalla Summa contra gentiles e, soprattutto, dalla Summa theologiae tomista. Dante, uomo del Medioevo, conosceva e stimava bene San Tommaso d’Aquino, quello che era il più in fluente teologo del Medioevo e lo presenta, nel canto X del Paradiso ai versi 82-92, con elegante variazione sul tema della grazia e della salvezza, dove le parole chiave di questa decina di versi sono tutte legate visivamente alla luce della grazia, appunto: raggio – grazia – verace amore – moltiplicato risplende – s’infiora questa ghirlanda… La trascendenza si rende e si compie su questa terra prosaica attraverso la magia della poesia, che sa dare un suono di bellezza e di leggerezza alle parole. Esse diventano, oltre al loro significato, qualcosa di diverso, si fanno significante, cioè “una ‘scatola sonora’, un tessuto iridescente di suoni interiori, ricco di risonanze misteriose e magiche, ipnotiche, nelle quali consiste un nuovo significato diverso e potenziato” [Giovanni Tesio].

Ma se profonda e decisiva è l’influenza esercitata su Dante dal pensiero tomistico, questo legame non fu così lineare e non fu esente da correzioni e contrasti, come da più critici è stato affermato in passato. E qui dobbiamo dire dell’altro lato di Dante che, seppure figlio del suo tempo, era portato per sua genialità e libertà interiore a precorrere i tempi, a non farsi ingabbiare in pensiero omologato. Se per lui il problema della salvezza era prioritario, come dimostrano l’ideazione e la stesura della Commedia – ed era fondamentale quindi mantenersi nell’ortodossia della dottrina – Dante non era certo contrario ad una concezione della responsabilità delle coscienze e ad un più moderno intendimento del libero arbitrio. Certo, nel clima medioevale del tempo, non poteva ingaggiarsi in discorsi pericolosi, soprattutto in un’opera che ha come scopo la riscoperta di Dio, nell’anno del primo Giubileo del 1300. Come si sa, gli anni giubilari sono quelli “del grande ritorno, del grande perdono” (dallo slogan pubblicitario vaticano per il Giubileo del 1950).

Ma questo velato atteggiamento di Dante a favore della autoresponsabilità e della libertà delle coscienze viene a delinearsi con maggiore chiarezza in relazione al problema delle eresie, che trovano spazio concreto, anche se non eclatante, nella Divina Commedia.

Eresia è una dottrina che si differenzia dalla retta fede (ortodossia) e viene condannata dalla chiesa se sostenuta con ostinazione e senza pentimento da parte di chi l’ha proposta e la segue. Fin dai primi secoli del Cristianesimo, dopo le eresie filosofeggianti dello Gnosticismo e quelle ascetiche del Montanismo, si fecero strada le eresie cristologiche, legate alla duplice natura umana e divina del Cristo, e quelle sui rapporti tra azione umana e grazia divina, con relativo problema del male nell’uomo singolo e nella storia collettiva: Pelagianesimo con l’esaltazione della libertà umana e Manicheismo con l’esistenza del duplice principio, uno buono e uno malvagio nel mondo.

Dopo il Mille, nei secoli XI-XIII, col rinnovarsi della società europea e con i nuovi fermenti volti a una profonda riforma della chiesa si affermarono, ripetutamente, altre forme di eresia. Ricordiamo i Catari, i Patarini, Arnaldo da Brescia e i “Poveri Lombardi”, Pietro Valdo e il Valdismo europeo. Le dottrine proposte vertevano sostanzialmente sulla necessità di un ritorno alla purezza dei primi secoli cristiani da parte dei fedeli e del clero, il ritorno alla  povertà, alla redistribuzione dei beni alla comunità, secondo il dettato degli Atti degli apostoli, alla contribuzione di tutti al lavoro, abolendo il parassitismo delle classi nobiliari e dell’alto clero.

La necessità di un ritorno alla chiesa delle origini e di una gerarchia ecclesiastica volta ad un potere esclusivamente spirituale e non temporale era piuttosto generalizzato: Dante stesso, nella sua concezione politica, è antesignano di una certa modernità: alla teoria dei Due soli, i due poteri provvidenziali, voluti da Dio per governare il mondo, Imperatore e Papa, oppugna la teoria del Sole e della Luna, cioè la divisione di campo: campi diversi di prerogativa unica, o giorno o notte. L’Imperatore ha potere universale, voluto da Dio, in campo temporale, storico-politico; il Papato per Dante, anziché menare la spada urbi et orbi, dovrebbe rinunciare al potere temporale per guidare moralmente le coscienze in termini spirituali, esclusivamente spirituali, possibilmente con meno anatemi e più concrete dimostrazioni di carità cristiana, col valore dell’esempio, tanto per cominciare.

Come si vede, Dante è ispirato da movimenti pauperistici religiosi, che propugnavano un cristianesimo originario ben lungi dalla mondanità e dal potere politico-sociale-economico della chiesa di Roma. E del resto, anche nella sua vicenda personale, grande motivo dell’esilio perpetuo furono i maneggi e le beghe politiche internazionali di Benedetto Caetani, ambizioso aristocratico, giurista ed economista di grande competenza, che, diventato papa col nome di Bonifacio VIII, rafforzò il potere temporale dei papi, oggetto di contestazione in Roma stessa, proprio giocando tra Aragonesi e Angioini nell’Italia del Sud, favorendo i Neri di Corso Donati a Firenze, con l’aiuto di Carlo di Valois fratello del re di Francia. Grazie a queste mire politiche del papa si svilupparono a Firenze lotte intestine, confische di beni, esili, pene di morte, una forma di guerra civile insomma, di cui fu vittima, come sappiamo, Dante stesso. Questa situazione ovviamente gli bruciò per la vita e fu determinante nella messa a punto della sua visione politica, aperta e lungimirante.

Ma vediamo i rapporti di Dante nei confronti delle eresie del suo tempo, così come appaiono, seppure sfumati, nella Commedia.

Premessa: dal 1209 al 1229, per vent’anni quindi, fu condotta una crociata dal papa di allora Innocenzo III contro i Catari della Linguadoca, detti Albigesi dalla città provenzale di Albi. La Linguadoca, nelle mani allora del conte di Tolosa Raimondo VI, di ricchezze e potere superiore al re di Francia, divenne territorio di conquista da parte dei sovrani francesi, Filippo II prima e Luigi VIII poi. La crociata fu quindi, per motivi politici, perseguita dalla corona francese in alleanza col papa di Roma e finì con l’immensa carneficina del movimento cataro, sul campo e sui roghi che il nuovo ordine domenicano e l’inquisizione medioevale portarono a compimento con estrema violenza dal 1235 al 1290 circa, anni quindi già del papato di Bonifacio VIII e del regno di Filippo IV di Francia. Anni, questi ultimi, in cui Dante era già adulto. Egli conosceva la storia e le tristi vicende di queste stragi belliche e religiose; è ovvio che non potesse essere d’accordo sui metodi della repressione, tanto più che il ricordo venne rinverdito da un’analoga carneficina che avvenne direttamente in Italia nel marzo 1307. Dante era ben a conoscenza dei fatti: ne parla con pudore nell’Inferno, canto XXVIII versi 54-60, facendo esprimere una specie di profezia da Maometto.

Fra’ Dolcino Tornielli da Novara dei “Fratelli apostolici”, movimento ereticale pauperistico, colpito dalla crociata di papa Clemente V, fu preso a Rubello (monte del biellese), stremato, con i suoi e con la moglie Margherita, per fame e per rigidità del clima di quell’annata particolarmente fredda. Tutti vennero arsi vivi a Novara. Nessuno dei suoi seguaci lo rinnegò e morirono tutti con Dolcino e Margherita, con forza e fierezza. Dante ne accenna per non dimenticare fra’ Dolcino e questi fattacci e non farli dimenticare ai suoi lettori. Egli non aderiva a sette eretiche, sia ben chiaro: tutta la tematica religiosa e la sua cultura teologica, precisa e circostanziata, ce lo fanno escludere. Tuttavia… ho una mia teoria in merito. Come avviene nel canto V dell’Inferno, in cui Francesca da Rimini è condannata col suo Paolo tra i lussuriosi, eppure Dante è compartecipe del suo dramma interiore fino a svenire, così ci può essere nel sommo poeta discrepanza tra scelte logico-razionali e una predisposizione affettiva, sentimentale: la testa va da una parte, l’anima e il cuore dall’altra. E così, direi, avviene al ricordo di fatti storici di efferata crudeltà che continuavano purtroppo a perpetrarsi nel periodo di Dante: c’è compassione umana per la triste sorte finale, ma soprattutto per la coerenza delle scelte di vita che hanno portato gli eretici a morti violente: così per fra’ Dolcino  nel 1307, così per i Catari ben cent’anni prima.

Pur restando ben ancorato all’ortodossia, Dante prova simpatia per tutti quei sacrosanti movimenti pauperistici che promuovevano reali cambiamenti nelle istituzioni ecclesiastiche. Lo vediamo in  due casi ben precisi: nell’inserimento di Gioacchino da Fiore nella corona dei beati (Paradiso, canto XII vv. 141-142) e nell’esaltazione di Francesco d’Assisi, protagonista del canto XI del Paradiso. Ricordiamo brevemente che il pensiero dei due era molto vicino ai movimenti pauperistici e che entrambi (anche san Francesco!) rasentarono la condanna per eresia.

Gioacchino da Fiore (1130 circa – 1202), di carattere piuttosto irruente e invasato, di spirito profetico dotato dice Dante (mi ricorda un po’ quello che sarà il Savonarola!), propose tesi che furono ripetutamente condannate prima di vedere approvato da Celestino III il nuovo ordine monastico Florense nel 1189 (dal nome del convento di Fiore, sui monti della Sila). Va detto che non c’è mai stata nei secoli, per lui, una beatificazione o un riconoscimento ufficiale da parte della chiesa, forse anche perché la vita del convento fu molto bellicosa, menando i confratelli botte da orbi con i monaci dei conventi vicini, in particolare con i Basiliani e con i monaci greci dei Tre fanciulli di Caccuri. La linea di confine tra eresia e ortodossia era a quei tempi molto sfumata, inoltre le notizie sulle attività dei conventi quasi mai arrivavano ai superiori ecclesiastici, molto disinteressati o distanti geograficamente.

Il canto XI del Paradiso, dedicato a san Francesco d’Assisi tocca vette di poesia altissima e si pone (con il XII) come uno dei più perfetti esempi di creatività artistica concessa a mente umana. Mentre non posso che consigliarne la lettura – o rilettura – attenta, ne parlo solo per ciò che concerne l’argomento in questione. Voglio ricordare che il santo patrono d’Italia, punto di riferimento costante del nostro attuale pontefice, rischiò anch’egli la condanna di eresia (Paradiso canto XI, vv. 73 – 93). L’estrema povertà di Francesco, la scelta di vita sua e dei seguaci fondata sulla purezza, sulla ricchezza interiore, sull’amore e sul dono di sé agli altri, non poteva che sgomentare il potere ufficiale: quando nel 1210 Francesco si recò da papa Innocenzo III in cerca di riconoscimento ufficiale, lo trovò sbigottito e restio.  Innocenzo III, Lotario dei conti di Segni, per quanto di vastissima cultura religiosa e di vita austera, fu soprattutto politico consumato e fautore della teocrazia, intesa nel senso più rigoroso, ribadendo egli in ogni circostanza il primato assoluto del Pontefice; ragion per cui, anche forme di lusso e di pompa avevano il loro scopo di manifestazione di potere e di propaganda. La regola proposta da Francesco per il nuovo ordine monastico, quindi, non lo trovò consenziente, la giudicò troppo pauperisticamente vicina agli eretici, rifiutò l’approvazione e leggenda vuole che solo dopo un sogno profetico il papa si risolse per una forma di tolleranza ufficiosa, ma rifiutò comunque l’ufficialità. Si era nel 1210: tredici anni dopo, nel 1223, il papa successore, Onorio III, istituiva l’ordine dei Frati minori, solo tre anni prima che Francesco morisse. L’opera del santo avvenne quindi, quasi sempre nel corso della sua vita, sul filo del rasoio, in situazione ibrida, non pienamente riconosciuta dalle autorità ecclesiastiche, anzi con perplessità e dubbi di ogni sorta. Eppure, sembra dire Dante, i più grandi della chiesa si costruiscono nella totale imitazione di Cristo, che si pose proprio come ‘scandalo’ di fronte a scribi, farisei e tutti quei ‘valori’ stimabili dal mondo.

Dell’altro campione della chiesa, san Domenico, protagonista del canto XII del Paradiso, Dante si preoccupa di tessere gli elogi in forma più agiografica e favolistica rispetto a san Francesco, forse perché le gesta della vita di lui sono meno eclatanti rispetto a quelle del poverello d’Assisi e anche più… dubbie. Poiché l’ordine domenicano sorse ufficialmente col fine di confutare le eresie (Onorio III lo riconosce col carattere di ‘ordine combattente’ e chiama gli adepti ‘pugilatori della fede’), Dante parla della predicazione intransigente di Domenico “a nemici crudo”, ma non lo colloca personalmente nella crociata contro gli Albigesi, cui pure parteciparono i suoi seguaci domenicani. Non pare in effetti che Domenico, predicatore, abbia mai fomentato in Linguadoca violenze né commesso atrocità contro i Catari. Sono i suoi adepti domenicani, negli anni a venire, ad essere inseriti in gran numero nell’Inquisizione e quindi ad avere fama negativa. Ad ogni buon conto Dante difende a spada tratta san Domenico, proprio riversando intorno a lui un clima aureolato, di miracolo, dal sogno della madre, della nutrice; dal nome scelto per lui: Domenico = ‘uomo del Signore’; dai genitori segnati dal destino: Giovanna = ‘piena di grazia’ o ‘madre per grazia divina’, il padre Felice di nome e di fatto.

Del resto l’interpretazione del significato etimologico dei nomi è consuetudine medioevale: nomina sunt consequentia rerum, i nomi sono conseguenza delle cose nominate. E Beatrice non è, di nome e di fatto, ‘beatitudine’, ’beatifica’, ‘beatificante’?

Qui, comunque, l’agiografia concorre a salvare Domenico da possibili riferimenti a quel cumulo di colpe e di stragi che Dante ben ricordava con orrore, con sdegno e con grande pena umana per le carneficine degli eretici. Inoltre Dante era presente, aveva circa vent’anni, quando a Firenze l’inquisitore fra’ Salomone da Lucca, severissimo, condannò post mortem Farinata degli Uberti come protettore di eretici. Va detto che erano molte le famiglie di eretici in Firenze e la sede dell’Inquisizione era in Santa Croce, chiesa che Dante certamente conosceva e avrà anche frequentato. Di eretici si parlava e forse si irrideva, se nella seconda metà del Trecento, in una sua novella burlesca, ne parla Franco Sacchetti, alludendo ai Catari.

Però nel canto X dell’Inferno, in cui Dante inserisce fra gli eresiarchi Farinata degli Uberti e la famiglia amica del Cavalcanti, troviamo nel poeta umana simpatia, per coerenza politica, col primo e affinità amichevole col padre di Guido, ma Dante non si lascia coinvolgere in discorsi pericolosi sull’eresia, sul peccato in sé, sulle forme di repressione. Non ne parla affatto. Aveva già i suoi problemi di esule politico: il chiarire la sua posizione su tale aspetto  religioso non avrebbe mutato la sua posizione se non in peggio e, a livello generale, non poteva fare nulla per modificare una situazione storico-politico-religiosa consolidata, o per salvare uomini da stragi o da roghi.

Le sue simpatie pauperistiche e di riforma verso una chiesa più spirituale, vanno alle figure di Gioacchino da Fiore e Francesco d’Assisi che, pur rasentando la condanna, avevano comunque trovato una storica felice soluzione. Ritengo anche che Dante non parli specificamente di eresia nel canto X dell’Inferno per non provocare danni morali e materiali alle famiglie e ai discendenti Uberti e Cavalcanti e per non gravare la città di accuse, che gli avrebbero reso ancora più problematico un eventuale ritorno in patria, ancora forse ritenuto possibile quando scriveva il canto X dell’Inferno. Quest’ultima tesi è sostenuta da Raoul Manselli, docente, negli anni 1960-70, di Storia medioevale presso l’Università di Torino, di cui segnalo:

L’eresia del male, Morano 1963 e la voce ‘Eresia’ in Enciclopedia dantesca, Treccani 1970, oltre a vari interessanti libri sulla figura di san Francesco d’Assisi, in cui l’autore riporta ed amplia i testi di sue conferenze.

Nel canto XXXII del Purgatorio l’eresia appare sotto l’aspetto di una volpe avida e magra, volpe in quanto tenta con l’astuzia di sconfiggere la chiesa: ha colpe tali da non ammettere l’indulgenza, è arduo combatterla; solo Beatrice, simbolo della teologia, può metterla in fuga.  L’eresia dunque, dice Dante, da colpa intellettuale è diventata momento di vita della Chiesa: in mezzo c’è il travaglio spirituale degli uomini di buona volontà – come Dante stesso –, quelli che riconducono anche la colpa intellettuale dell’eresia a fatto consequenziale di una società malata di cupidigia, sensualità, superbia. Si ritorna quindi al circolo vizioso delle tre belve del I canto dell’Inferno. Il mondo terreno è ancora molto lontano dal Paradiso: se ci si ostina a vivere in una terra senza Dio non esiste per nessuno speranza di salvezza.

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