Ripensando all’11 settembre: i versi dei poeti e le macerie d’America nel cuore

Di LORENZO SPURIO

Ero a casa, la mia casa è nel centro di Manhattan, e verso le 9 ho avuto la sensazione d’un pericolo che forse non mi avrebbe toccato ma che certo mi riguardava. […] Ho acceso la TV. L’audio non funzionava. Lo schermo, sì. E su ogni canale, qui di canali ve ne sono quasi cento, vedevi una torre del World Trade Center che bruciava come un gigantesco fiammifero.

(Oriana Fallaci)

Le struggenti immagini che sono state diffuse sulla stampa nei giorni scorsi, relative ai drammatici tentativi di alcuni afghani di aggrapparsi al carrello e alle ruote dei velivoli in partenza dall’aeroporto di Kabul, dopo la proclamazione del nuovo Stato Islamico dei Talebani, hanno fatto subito venire alla mente un’immagine analoga. A uno scenario di disperazione tentato già da altri in contesti di grave minaccia per l’uomo. Si tratta dello stragismo dell’11 settembre 2001, il cui triste ventesimo anniversario ci approssimiamo a ricordare.

A New York, in quella tremenda mattinata (per noi erano poco meno delle 15), ci fu il dirottamento di aerei che andarono a scontrarsi contro le Twin Towers, conficcandosi in esse «come un coltello in un panetto di burro» come ebbe a ricordare la giornalista fiorentina Oriana Fallaci che a New York risiedeva nella drammatica cronaca confluita ne La rabbia e l’orgoglio (2001).

La Fallaci con la sua celebre trilogia molto fece parlare sulla stampa alimentando fazioni ideologiche contrapposte attorno ai temi dell’immigrazione violenta, dell’estremismo islamico, della mancato melting-pot culturale di razze che, invece, l’Occidente aveva sempre declamato come uno dei suoi maggior vanti. L’autrice – pur ampiamente ritenuta scomoda e ricettrice di una dura campagna d’odio berciante nei suoi riguardi – ha senz’altro contribuito a fornire l’uomo contemporaneo – noi tutti – di una delle cronache più sincere ed empatiche di quei tristissimi momenti.

L’11 settembre venne a rappresentare per la storia contemporanea uno di quegli avvenimenti cruciali – com’era stata la Seconda Guerra Mondiale e l’olocausto e più precisamente l’estrema violenza della bomba atomica sui giapponesi – uno di quei momenti storicizzabili, storicizzato, fattosi storia e la cui analisi o riferimento sarebbe diventato imprescindibile nel definire l’intero Secolo. Una data cruciale perché non solo avrebbe aperto (non dato principio, ma esacerbato) quella che venne a configurarsi come la tattica stragista degli estremisti islamici (ben pochi anni dopo il quartiere di Atocha a Madrid e la Londra del celebre Tube sarebbero state le protagoniste di tanto dolore rispettivamente nel 2004 e nel 2005) verso l’Occidente, ma perché ha iniettato nella mente di ciascuno di noi un senso di disagio e d’inappartenenza ai nostri luoghi, un sentimento di continuo pericolo e di possibile minaccia, un tormento insondabile che in taluni casi ha preso forme di vera e propria paranoia.

Le morti dell’11 settembre non furono solo quelle fisiche dei poveretti che non trovarono scampo alle macerie degli skyscrapers più celebri d’America (oltre che del Pentagono) e quelle di quanti, feriti nel corpo o nell’animo (parenti e amici dei deceduti) sarebbero di lì a poco morti, ma anche una morte più lenta rappresentata dal logorio mentale, dall’inadeguatezza percepita come inevitabile nel nuovo contesto sociale. Un mondo, quello dopo l’11 settembre, per forza di cose mutato, di colpo diverso, lontano – d’improvviso dopo l’azione nefanda – da un prima ritenuto armonico e vivibile, spensierato e comune, permeato nella propria abitualità familiare e professionale e un dopo inconoscibile ma permeato dal dubbio, dominato dalla paura.

Ricordo – ora che vedo i disperati afghani nel tentativo di afferrarsi agli aerei diretti verso l’Occidente nell’assurda idea di una reale fuga – il volo nel vuoto di quanti, consapevoli che dalle Torri Gemelle non si sarebbero salvati, si lanciarono addirittura da centinaia di metri d’altezza. Dai piani dove si trovavano per lavoro, per abitudine, per scelta. Per una tragica fatalità. Un tentativo estremo volto a poter dar seguito alla propria ultima volontà, sia pur diretta a un atto irreversibile, quello di darsi la morte. Il salto – the final jump come titolò la stampa americana – destò molto scalpore e fu elemento che venne molto discusso e richiamato dall’informazione del periodo. Quanta disperazione, in quei corpi, decisi ad abbandonare il grattacielo, luogo in cui si diffondevano fiamme e distruzione, con un gesto irrazionale, tendente esso stesso al nichilismo totale?

Ci furono vari poeti di primo piano – oltre a tutti noi poeti che sentivamo il bisogno di varcare quella cortina spessa di fumo e paura creatasi con l’implosione delle due torri – che scrissero del tragico avvenimento. Ricordo per primo il testo – forse uno dei più noti e richiamati – della polacca Wyslawa Szymborska, premio Nobel per la Letteratura nel 1996, di cui parlerò.

Ricordo che scrissi qualcosa anch’io, forse suggestionato proprio dalla poetessa polacca: non tanto la cronaca di quel che accadde né contenuti intenzionati a puntare il dito verso il creatore di tanto Male né – ancora – un invito a una supplica verso il dominio celeste. Una scena, al contrario, occupata dall’idea di coloro che decisero di volare verso la terra non per sfuggire alla morte – pure certa – ma forse alla paura dell’inconoscibile. I versi di chiusura della mia breve poesia (interpretata magistralmente dal dicitore Rodolfo Lettore) in tono impietoso recitavano: «L’aria che cade / e fluisce a poltiglia. // C’era chi gridava / e poi, il salto».

Molti morirono colpiti da schegge di vetro, altri ustionati, altri ancora sopraffatti dalle macerie, senza rendersi neppure conto. Per molti altri la morte arrivò qualche secondo dopo, senza aver neppure avuto il tempo di informarsi su quel che – nei piani superiori – era accaduto, venendo schiacciati, dilaniati nelle carni, resi polvere, dall’ammasso di lamiere, cemento, superfici di vetro, mobilia dei piani ad essi sovrastanti. E poi, loro, gli angeli del cemento, coloro che fuggirono dall’antro di fiamme, cenere e gas irrespirabili e tentarono la via dell’aria, trovandosi ben presto annullati una volta giunti al ground zero, all’estremo inferiore di quel massiccio d’armatura terminato di costruire nei primi anni ’70, che si sgretolò velocemente spargendo a macchia d’olio la morte.

La poesia della Szymborska parla proprio del falling man ritratto in una celebre fotografia (sebbene secondo le stime sembrerebbe che furono almeno duecento le persone che, volutamente, decisero di lanciarsi nel vuoto); nella sua lirica annota: «Una fotografia li ha colti mentre erano vivi / e ora li presenta sopra il suolo, diretti verso il suolo». È un’immagine, quella della Poetessa, che sembra sostenuta da un tono pacificato ben lontano dalla violenza e dalla recrudescenza delle immagini di quei tormentati momenti. Ella dipinge un “prima”, caratterizzato dalla vita concreta dell’uomo, soffermandosi appunto sul concetto di vita, piuttosto che sullo scenario di morte e sangue impostosi con il dirottamento aereo e lo scontro con le Torri Gemelle. Similarmente a quanto spesso vien detto nell’occasione di morti in età giovane in cui la persona venuta meno rimane nel ricordo di tutti quale presenza verde, nel fulgore della sua età e dunque, per estensione vive in eterno proprio nella condizione della giovinezza, qui in tale contesto la poetessa polacca intende evidenziare, l’intenzione dell’uomo di fuggire dalla catastrofe con l’estremo salto nel vuoto.

È nella sospensione nell’aria che la poetessa ne ravvisa la vita dell’uomo, il suo essere ancora parte presente e attiva alla dimensione abituale dell’universo sebbene la sua caduta, voluta e intrapresa, irrevocabile e inarginabile, ne decreterà la fuoriuscita da quel mondo. La levità della condizione, seppur si tratti di una precipitazione e non di una levitazione, di questo jumper body, consente d’individuare l’uomo già in una collocazione altra, non corporea, che è quella dell’assoluto e della trascendenza. Difatti la Szymborska, pur facendo intuire la naturale derivazione di quel gesto, intende concentrarsi sulla breve stasi di sospensione nel vuoto, in una dimensione liminare tra l’esserci e il non esserci: «Essi si trovano ancora nel reame dell’aria / entro i luoghi / che hanno appena aperto», scrive.

L’accento, imprescindibile e doveroso, attorno alla transitorietà dell’uomo che è minacciata in maniera irrefrenabile dalla catastrofe indotta dai suoi simili, pone quesiti ampi e di non indolore trattazione per il loro scavo interiore, attorno alla condizione esistenziale dell’umana specie. Nicola Gardini per la rivista «Poesia» di Crocetti in quelle nefande ore progettò una raccolta di testi sull’argomento, che diede come prodotto una sorta di New York Anthology come da qualcuno venne definita. Ma, in generale, numerose furono le iniziative di riviste, collettivi, associazioni, editori e così via attorno a questo tema nevralgico che mutò di colpo le coscienze collettive. Un bel saggio – che invito a leggere[1] – a firma di Luigi Ernesto Arrigoni dal titolo “L’11 settembre nella poesia italiana” venne pubblicato sulla rivista «Altra modernità» (n° extra 2, 2011; numero speciale 9/11/2011, pp. 162-172) dal Dipartimento di Scienze del Linguaggio e Letterature Straniere Contemporanee dell’Università degli Studi di Milano.

Tra le prime raccolte poetiche prodotte in ambito statunitense si ricordano An Eye for an Eye Makes the Whole World Blind: Poets on 9/11, ed. Allen Cohen and Clive Matson, Regent Press, Oakland, California, 2002; Poetry After 9/11: An Anthology of New York Poets, eds. Dennis Loy Johnson and Valerie Merians. Melville House Publication, Hoboken, New York, 2002; September 11, 2001: American Writers Respond, ed. William Heyen. Silver Springs, Etruscan Press, MD, 2002; Through the Eyes of Freedom: A Teen Perspective on September 11, 2001, ed. Jennifer Bishop. New Horizons Publication, Oklahoma City, OK, 2001; ma sono solo la piccolissima parte di quel che effettivamente, in campo editoriale, venne prodotto in quel periodo, negli anni successivi e nell’occasione dei tristi anniversari (in ogni lingua del mondo). La bibliografia – ci si riferisce alla solo attività poetica – è vastissima e credo non esista, nell’attualità, una compilazione organica standardizzata e uniforme dei contenuti. La risposta dei poeti fu, comunque, massiccia, sentita ed assidua, avrebbe riguardato non solo i momenti direttamente successivi alla strage, ma sarebbe divenuta una costante per interi anni e varie generazioni. Circostanza attorno alla quale la grande messe dei poeti, famosi e promettenti, non si esiliò dal dolore ma con la propria voce intese dire la propria.

Nel nostro Paese, tra i grandi, Alda Merini diresse un componimento allo scenario del lutto, «questi giganti che ormai non parlano più / hanno sepolto sotto le loro macerie / anche i nostri sospiri d’amore» con una tensione emotiva in grado di comprendere l’animo impietrito e desolato di tutti noi, coinvolti profondamente nel dramma totale.

Mario Luzi nella sua posa pacata e asciutta preferì richiamare alla conservazione del rispetto dinanzi alla tragedia, affinché non fosse essa stessa, a sua volta, elemento inflazionato e trattato con forme e linguaggi non adeguati: «Sia umile e dolente, / non sia furibondo / lo strazio dell’ecatombe». Un invito al raccoglimento e a rifuggire dall’animosità focosa e belligerante della rivincita che in molti ben presto invocarono.

Nel decennale della tragedia il giornalista spagnolo Albert Lladó sulle pagine de «La Vanguardia» si domandò, sulla scorta del dubbio “amletico” del filosofo Theodor Adorno del 1944 il quale, severo, s’interrogava se dopo il delirio dell’olocausto fosse ancora possibile scrivere poesia, se effettivamente fosse possibile farlo dopo il tragico 11 settembre. Un parallelismo di sangue e di devianza che conduce alle forme ambigue di delirio dell’uomo che trovò ampia eco e che venne proposto in termini analoghi anche da altri pensatori e scrittori. La considerazione posta è rilevante e significativa di quel che già si è accennato, vale a dire che l’11 settembre s’impose nella storia contemporanea dell’umanità – del mondo intero – come punto dal quale non si era più effettivamente come prima. Funzionava (e funziona ancora) come una cerniera tra un prima e un dopo. L’evento, nella sua perturbante esecuzione e nella sconvolgente carneficina che produsse, divenne patrimonio infelice della storia collettiva, motivo identitario di un corredo genetico comune, elemento dal quale senz’altro si è dovuto ripartire ma che immancabilmente permane in forma di traccia infuocata nell’animo di tutti noi. Sono quei fatti dissacranti e dalla dimensione esorbitante che per tutti – in ogni luogo del Pianeta – vengono a significare un cambiamento impellente e che, tanto nella storia come nella poesia, cristallizzano un’età di sentimenti, aspirazioni, attitudini e sicurezze che da quel momento in poi non potranno più essere le stesse.

Il poeta di origini indiane Sam Hamod, attivo in America, candidato al Pulitzer nel 1980 e fondatore della casa editrice Third World News di Washington, dedicò una lunga poesia all’accaduto dal titolo “The Double Dream of Falling”[2] che risulta inappropriato riprodurre per intero ma che è possibile leggere cliccando qui. Ne riporto, comunque, alcuni versi che reputo incisivi direttamente nella lingua originale dal momento che mi pare risultino di non complicata comprensione: «Falling, falling between / Twin arms, falling into gray mist / Falling into gray sleep / Falling into twin / Towers falling, just / Evaporating, mist / Must be another advertising / Stunt, must be another / Artistic act, must be / Another Orson Wells War of the Worlds / Except this time, for television, / Waiting for the commercial break / That never came, that / Never comes, but this show just / Keeps going on, the same show every moment / Of every day, President Bush and Rudy Guliani / Stepping on the souls of the perished, stepping up / Their political careers, Rudy milking every second, every / Minute, every hour he could / With cameras flashing, video recording, always in a fresh suit».

Il sottolineare l’aspetto scenico-mediatico della tragedia, che l’intero globo visse (assistette) in simultanea, con le dirette dei notiziari risulta, agli occhi del poeta sfiduciato da tanto Male e accanito contro la classe politica, una delle novità delle tragedie contemporanee, la loro fruibilità collettiva, la grande diffusione delle notizie ma anche la becera spettacolarizzazione.

Lawrence Ferlinghetti, anima centrale della poesia newyorchese, non poté non dedicare alcuni testi sull’accaduto; è doveroso ricordare in questa sede anche il poeta americano Jack Hirschman che nei giorni scorsi, all’età di ottantasette anni, ci ha lasciato. Hirschman, spesso presentato nell’orbita dell’onda beat americana – pur ripercorrendone molti dei tratti comuni ed essendo la sua poesia affine – fece un percorso diverso dalla stagione gloriosa della gioventù americana della seconda metà del Secolo Scorso. Grande viaggiatore e performer, ci ha lasciato una poesia dedicata ai tragici fatti di New York dal titolo “The Twin Tower Arcade”, ovvero “L’Arcano delle Torri Gemelle”, presente in rete nella traduzione in italiano di Raffaella Marzano (già sua traduttrice di precedenti opere), dove pure è presente una video-registrazione mentre nel 2010 la recita in un Festival a Napoli.

Hirschman, nel suo lungo componimento di circa centocinquanta versi che si snoda in quattro parti (prive di titolo), giunge a parlare dell’eccidio americano in relazione a una situazione dilagante di dominazione fascista – a intendere di mancata libertà e democrazia – riscontrabile non solo nei terroristi suicidi che danno la morte, ma anche nella società cosmopolita dell’Occidente, asservita al potere e a sua volta – come la poesia ben evidenzia – connivente, fautrice e co-responsabile nella dottrina del Male: «Ed è una difesa fascista contro / un attacco fascista che il mondo / sta preparando, perché non c’è altro / che quel nulla / di un pianeta scorpione che si mangia / la coda».

La riprovazione e l’immobilismo collettivo dettati dal terrore che animerà torrenti di pura paranoia in molte persone (il poeta parla di uno «shock che / ha trasformato il futuro in un / arcaico scavo archeologico») sono ben delineati nel testo del poeta americano, che scava nel profondo dell’interiorità di ciascuno di noi, in quell’antro di dolore – che gli anni non fa assopire – dalla tanta violenza vista, alla quale si è assistito, preso parte.

La poesia è per Hirschman tanto elemento che svolge un collante sociale, potendo ben ritrovarci nel terrore e nel disprezzo verso il genere umano che in quegli attimi venne istintivamente provato, quanto riveste una significazione più prettamente privata. Vi descrive, infatti, nella parte conclusiva il tentativo di immaginare il dolore della figlia Celia che quegli attimi li visse nella loro concretezza, non mediati dall’apparecchio televisivo, cercando di prestare la propria mano ai meno fortunati: «Celia, / so che sei corsa verso / non via da, / per aiutare, salvare. // E che hai visto il / secondo aereo svanire / nel muro mentre correvi / in quella direzione. // E che hai visto, per la prima volta nella tua vita, esseri umani saltare giù / da finestre altissime. // E le Twins collassare / in un’unica montagna ripiegata / di una morte moltiplicata per mille / e macerie e polvere. // Nulla di ciò che ho visto / su uno schermo televisivo / migliaia di miglia lontano / in un altro continente // può avvicinarsi all’orrore / di ciò che ha visto mentre / correvi verso la scena / fin quando non hai potuto, // nuvole di polvere si espandevano / nelle strade e / quelli che correvano / via dal nucleo per salvarsi // ti dicevano che non potevi / andare oltre, non potevi aiutare / non potevi salvare, o mia / coraggiosa, coraggiosa figlia».

Nutrita è la ricorrenza del tema sconvolgente e traumatico (dell’11 settembre e della nascita della paranoia globale) anche in campo narrativo, dove la produzione fu massiccia. Ricordo, ad esempio, il pervasivo senso d’angoscia e l’aria piombata d’imminente tragedia proveniente da un attacco aereo che Ian McEwan inserì nel romanzo Sabato nel 2005 e, per il tema del “salto nel vuoto”, vale la pena citare il romanzo di Don DeLillo, dal titolo L’uomo che cade (2007) uscito in Italia l’anno successivo per i tipi di Einaudi su traduzione di Matteo Colombo. Esso contiene la storia del personaggio Keith Neudecker che lavorava nel complesso delle Torri Gemelle e che, dopo l’incidente, riesce a mettersi in salvo. È la narrazione di finzione di un superstite, dunque, e di come farà difficoltà a riadattarsi al suo contesto, a riscrivere la propria esistenza. Il tema dell’uomo del salto, immortalato dalla drammatica fotografia, che ci tramanda l’idea di una sorta di assurda staticità nel vuoto, ritorna nel corso del romanzo quale motivo secondario eppure in qualche modo trainante e distintivo attorno al quale si dispiega la narrazione, tra impossibilità di dimenticare e difficoltà di riconoscersi.

Il poeta ligure Giuseppe Conte nella sua poesia “Il fuoco che produce luce e fumo”, raccolta nella New York Anthology di Gardini, intravvide nell’evento stragista e traumatico dell’11 settembre l’ingresso in un’età che non è più umana ma bestiale, dove non vige la normalità intesa quale concordia e rispetto tra le genti ma l’idiosincrasia e l’abisso quali nefande derivazioni del suo vagare stordito in un mondo sviato. Così, si trova calato (per sua volontà) in una concreta vigilia della dannazione in cui l’umanità s’approssima ai cancelli infuocati che danno accesso (e dai quali indietro non si ritorna) all’Inferno:

Ricordiamoci dell’11 settembre

il fuoco fulmineo alle Torri Gemelle

la nebulosa orrenda di carburante e carne,

di sangue e di materia celebrale

come si è fatta subito fumo grigio, mortale,

che si espandeva e cancellava,

fumo d’odio e di buio, apoteosi

della polvere, della calce che ricoprivano

volti d’uomini, vie, automobili

come se avessero preso dominio gli Inferi.


[1] Il contributo saggistico è disponibile a questo link: https://dialnet.unirioja.es/servlet/articulo?codigo=4943623

[2] La poesia è un duro attacco alla classe politica americana rappresentata in quel periodo dal presidente George W. Bush e dal sindaco di New York Rudolph Giuliani richiamati coi loro nomi, più volte, nel corso della lirica come persone sempre ben disposte ad apparire in video per comunicati, interviste e loro commenti sull’accaduto, in abiti ingessati, ben puliti, molto formali. L’autore, che non si esime dall’inveire contro questa politica americana dettata dal militarismo e da scelte ritenute ampiamente assurde, si scaglia violentemente contro i politici che in qualche modo ritiene conniventi o responsabili della grande ecatombe, come di molte altre precedenti in giro nel mondo e – fa intuire – che seguiranno sulla medesima traiettoria.

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