Gabriele Galloni, “L’estate del mondo”: recensione di Lorenzo Fava

Fotografia di Dino Ignani

Di LORENZO FAVA

Qualsiasi cosa dica, spero di essere decente, senz’altro parziale e incompleto, ma onesto. Esiste una lingua che sta “sotto” la lingua, ed è da questa che la poesia sgorga; la parola, come la terra, serve ad assorbirla, diffonderla, innervarla. La lingua della poesia, la lingua di Gabriele Galloni, è un reticolo di rimandi fra significanti e accenti. La poesia di Gabriele é un tutt’uno con la musicalità del dettato a cui abbina, nel viaggio del linguaggio verso l’esito sulla pagina, il racconto, ne “L’estate del mondo”, di una stagione nei suoi luoghi, delle atmosfere che lì tirano. Credo fermamente questi versi facciano perno del loro valore l’eufonia della frase, che deriva da un uso sapiente e conscio della metrica, chiave d’accesso ad ogni forma, ogni ritmo.

“Me ne vado; ma tu sei lontananza / che ritorna. L’eternità felice / del tuo viso indagato controluce / dalla Magliana vecchia alla mia stanza.” Credo questo testo rappresenti uno degli apici stilistici del libro. Qui compare, nella netta cesellatura in una quartina di endecasillabi, il gioco di movimento di significati mostrati nella scacchiera delle sillabe: dalla “lontananza che ritorna” al “viso indagato controluce”. “L’eternità felice”, associata al genitivo “del tuo viso”, testimonia come la poesia lirica della nostra tradizione, alla quale spero un giorno Gabriele venga giustamente ascritto, si ponga al centro tra ciò che è Io e ciò che è altro.

“Come si chiamano, chiedi, quegli alberi […] Pini qualcosa, dico; e il resto non so dirtelo” sono altri due versi che rendono testimonianza della questione. La poesia, per usare un termine caro a Gabriele, é una “traccia” sul mondo (pini), l’impronta di un passaggio che sempre porta con sé un segreto, qui lucidamente scritto (il resto non so dirtelo). Io trovo in questo libro l’intento principe della poesia: con un linguaggio freschissimo, Gabriele rende universale un’esperienza che, pur collocata in una geografia precisa ed individuabile, permette a chiunque si approcci alla lettura di godere di un respiro che supera l’autobiografia e approda negli immaginifici lidi dove si scorgono una “luna di polvere” e “biblioteche sotto il mare”.

Nella misura dell’endecasillabo, si trovano sparsi in tutto il libro versi che costituiscono sentenze di una nettezza lirica assoluta “sarà il tempo per noi sempre più stretto / rifugio”. Ma come già detto, credo che il valore adamantino della poesia di Gabriele sia quello dell’estrema musicalità del suo scorrere, il suo sapersi accendere a partire da dettagli quotidiani e situazioni apparentemente anonime. La poesia di Gabriele permette di scoprire quanto ogni attimo, se inquadrato nella giusta angolazione e con la corretta messa a fuoco, possa essere “occasione” per esprimersi, in una lingua che, al contrario della prosaicità che sempre più vedo diffondersi nelle idee di chi fa poesia oggi, ha sempre puntato, punta e continuerà a puntare, tramite le parole di chi resta, a mantenere puro nel fraseggio il senso della migliore poesia lirica che dalla modernità in poi ha appassionato ogni lettore: la musicalità della lingua.

D’altro canto, se è vero che le parole hanno anche una semantica, in questo libro Galloni inquadra una ad una le scene che narrano di un’estate felice sulle coste del Lazio: il mare, il bagnasciuga, i canneti e le secche d’acqua percorse in compagnia. Elementi che danno vita a scenari che, come detto, riescono a dare immagini cristalline di un’estate felice, ma a queste non si limitano. Il libro sembra collocarsi in un tempo fuori dal tempo, come fosse oltre la definizione stessa di vita. I luoghi evocati dai versi trascendono la geografia, fanno perdere le coordinate e alla lettura lasciano intatte solamente, oltre che le meravigliose melodie suggerite delle parole, fotografie e scene che a chiunque sovvengono mentre Gabriele scrive, con precisione millimetrica, di schiume, tuffi, onde e fondali. Trovo di questo libro, inoltre, azzeccato il titolo: la dimensione di una stagione, probabilmente presente nei ricordi del ragazzo, universalizzata con la prospettiva del mondo. Gabriele era un cinefilo: la poesia si nutre di ogni tipo di espressione artistica, ne segue le fisionomie e ne ricalca le forme, le traduce in parole. La lingua materica di Gabriele Galloni indica, in ogni verso, un oggetto, una situazione, un dettaglio dell’inquadratura. Leggendo di tuffi, io letteralmente vedo una figura tuffarsi. Leggendo delle squame dei pesci appiccicate ai piedi dei camminatori sulla spiaggia, io sento quelle squame sulle mie piante. Questa poesia (cosa rarissima, soprattutto oggi) fa suo il dono della sintesi ancor prima di quello melodico.

Nelle pagine de “L’estate del mondo” non c’è una parola fuori posto, né metrico né di significato. Non ci sono parole messe a riempire, cosa che, me ne accorgo ogni giorno, é facilissimo si verifichi, per una questione di assonanze o per la produzione di significato nell’atto del comporre (che però spesso in molte scritture non fa altro che diluire la densità dei sintagmi con elementi superflui). Gli oggetti, le cose concrete in questa poesia si coniugano con quella dimensione ulteriore di intendimento che riguarda tutti gli aspetti fin ora elencati (la cantabilità, l’inquadratura, il lirismo) e li declinano nella formazione dei testi in una maniera estremamente originale e che a chiunque si approcci alla lettura di questo testo fa spalancare occhi, orecchie e cuore. L’esito del libro, va da sé, è un racconto condotto per componimenti: una poesia che mi auguro, anche fra moltissimi anni da ora, possa ancora dare la misura di quella che é una delle vette, per la capacità di cogliere aspetti poetici della realtà altrimenti inosservati, dell’arte dei versi, la scienza degli artisti.

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