“La podologa”, un racconto inedito di Valentina Casadei

Di VALENTINA CASADEI

   Qualche anno fa ho attraversato un periodo difficile: si trattava della fine di una fase che, fino a quel momento, era durata una vita. Era cresciuta in me una nuova consapevolezza che mi ancorava ancor di più alla terra che calpestavo. Mi rendeva schiava di un’inquietudine inscalfibile. Mi sentivo mortale come un pianta e veloce come un soffio. Lo spaesamento che provavo non era altro che la vertigine per una vita senza baricentro. Il mio Io, disseminato qua e là, era come un puzzle incompleto. Cercavo, quindi, i pezzi mancanti. E lo facevo camminando. Camminare era l’unica cosa che m’impediva di perdermi fra i tentacoli dei miei pensieri sconclusionati. Macinavo chilometri al giorno, ascoltando musica, osservando la gente, sfumando nell’anonimato della grande città nella quale abitavo. Talvolta m’inchiacchieravo con sconosciuti, sull’autobus, al bar, per strada. Potevo essere io o potevano essere loro ad iniziare una conversazione. In ogni caso, io mi dimostravo sempre disponibile e aperta al dialogo. Quando il peso di un pensiero incondivisibile m’attanagliava, chiedevo, quindi, al primo passante quale fosse la strada per raggiungere una meta che improvvisavo su due piedi. Mi bastava un rapido scambio di battute per sentirmi subito meno sola e rendere il mio dolore più sopportabile. Scrutavo nel passante cosa ci accomunava e questo mi ricordava che, avendo la stessa destinazione, si provavano gli stessi tormenti e le stesse gioie, solo con sfumature diverse. Non dovevo avere paura.

   Un giorno iniziò a farmi male il tendine del piede destro e, dietro il consiglio del mio medico di base, fui costretta a farmi visitare da una podologa. L’esperienza si dimostrò quasi mistica. La raggiunsi nel cuore del primo arrondissement di Parigi. In contrasto con l’eleganza e l’opulenza del quartiere, la podologa riceveva in uno studio piccolo e disordinato. Non c’era nessun altro nella sala d’aspetto. Appesi al muro vi erano vari depliant che proponevano ritiri spirituali. Mi venne un brivido. Da chi ero andata? Perché la mia dottoressa mi aveva consigliato proprio questa podologa? Speravo fermamente che il solito errore di credere alle apparenze sarebbe stato smentito. Ero alla ricerca di un dottore e non di un santone. Poco dopo, la mia attenzione migrò su una gigantografia del corpo umano che ricopriva tutto lo spazio di una parete. Sotto vi era una didascalia: tutti possono guarire, basta saper camminare. Fui d’un tratto impaziente all’idea di farmi visitare e farmi prescrivere la medicina magica che mi avrebbe guarita e mi avrebbe permesso di tornare a vagare nel caos della mia città. O meglio, che mi avrebbe permesso di tornare a vagare senza provare dolore al piede né alla gamba. Perché, nonostante il male, non avevo smesso di camminare. Nulla poteva fermarmi. Il dolore dell’anima batteva il dolore fisico, uno a zero.

   Poco dopo, la podologa chiamò il mio nome. M’alzai scattante e cercai la porta dalla quale provenisse la sua voce. La raggiunsi. Non eravamo sole. Dalla soglia l’intravidi accovacciata a terra, intenta ad accarezzare un vecchio Shitzu steso a pancia in su sopra un tappetino etnico. La podologa mi disse che ero stata fortunata ad incontrarlo: quel cane mi avrebbe portato via tante energie negative, assorbendosele tutte, pulendomi. Veniva direttamente dal Tibet, si trattava di un cane miracoloso. Io ascoltavo in silenzio, cercando di non fare trapelare dai miei occhi nulla di ciò che in quel momento stavo pesando. Dovevo, allo stesso tempo, stare attenta a non esagerare la reazione contraria di estremo interesse e disponibilità che, a volte, mi capitava di mettere in atto per nascondere ciò che pensavo veramente. La famosa via di mezzzo che mi era sempre così difficile da trovare.

   La podologa scribacchiò qualche mio dato anagrafico, si fece raccontare un po’ della mia vita dal punto di vista clinico e da visita medica si passò a un incontro psicologico. Iniziò, infatti, a chiedermi che lavoro facessi e se mi piacesse, come vivessi la mia età, quanti anni mi sarei data se non avessi conosciuto la mia data di nascita e se la concezione del tempo non fosse stata lineare. Ma di cosa stava parlando? Aveva assunto droghe prima del nostro incontro? L’odore d’incenso nella stanza mi stava facendo venire una nausea incredibile. Il cane però sembrava stare bene, forse non sarei morta di soffocamento da fumi tossici. In attesa delle mie risposte, la podologa mi fissava negli occhi. Si portava dietro un assordante silenzio, che mi destabilizzava. Io distoglievo lo sguardo, per imbarazzo. Guardando in basso, rispondevo con diligenza: sceneggiatrice wannabe, cameriera, precaria. Risposi che mi piaceva scrivere e mi piaceva servire i miei clienti. Era quello che c’era nel mezzo che era più difficile da gestire. L’incertezza. Continuò ad osservarmi in silenzio, mettendomi a disagio, voleva che mi tradissi, condividendo con lei un mio dettaglio più intimo. Il silenzio era un invito. Voleva conoscermi meglio, capirmi per guarirmi. Dopo un minuto buono di silenzi e imbarazzi, me lo ripeté.

“Gli anni, signorina. Quanti anni ha?”

“Venticinque.”

Insistette.

“No, quanti anni si dà?”

“Ah. Non lo so.”

“Si sforzi.”

“Non capisco bene la domanda. A volte dieci e altre centoventi.”

“Allora lo vede che non sono proprio venticinque come dice?”

Annuii, confusa. E lei continuò.

“Al diavolo tutto, fuorché quello che sente nel suo cuore!”

Mi puntò con l’indice. Strabuzzai gli occhi per l’impeto della sua reazione. In più, mi sarebbe piaciuto spendere i pochi soldi che avevo in un modo più utile e evitare di regalarli a una ciarlatana. Cento euro per farmi dire da una matta che sono una matta?

“Questo cosa c‘entra con la mia tendinite?”

Ero decisamente spazientita.

“C’entra. Vedrà.”

Poi mi chiese se facessi attività sportiva e il perché camminassi così tanto. Glielo giustificai affidandomi alla solita scusa del rifiuto dei mezzi di trasporto, della ressa metropolitana, che, invece, era una delle cose che amavo di più. Questo, però, sembrò non bastarle e in uno schiocco di lingua mi volle in piedi. Da una sessione psicoterapeutica si passò ad un’esercitazione teatrale.

    Raggiungemmo insieme il corridoio che avevo già percorso per entrare nel suo studio dalla sala d’aspetto. La dottoressa mi chiese di farle vedere come camminassi. Da scalza. Mi tolsi, quindi, le scarpe dai piedi, reggendomi al muro con una mano, traballando di nuovo per il mio baricentro difettoso. Lei m’osservava come una civetta, mentre camminavo con gli occhi bassi. La situazione, per quanto reale, sembrava tutto fuorché ciò che mi ero immaginata per quel pomeriggio. Poi mi chiese di pensare che l’amore della mia vita mi stesse aspettando al binario del treno. Di provare a correre verso di lui come se non l’avessi visto da anni. Quel corridoio, d’un tratto, si trasformò in un binario.

“Eccolo scendere dal treno! Sono tre anni che non vi vedete. Tu non hai mai smesso di amarlo, hai pensato a lui ogni giorno. Ora vai!”

Iniziai a correre scalza, sul lungo tappeto del corridoio. Guardavo dritto davanti a me e cercavo nell’enorme poster di uno scheletro appeso al muro l’amore della mia vita, quello per il quale fremevo così. In quel teschio ritrovai la mia condizione di essere morente e mi venne un brivido.  In quell’ammasso di ossa cercai un po’ di tenerezza che potesse ispirare la mia performace ma non trovai nulla. Cercai nel mio database personale di saluti al binario quale potesse essere quello più in linea con la situazione e partii di corsa.  La podologa mi guardava da dietro, osservava i miei piedi.

   Una volta tornate nel suo studio, ritrovammo lo Shitzu che ronfava sul tappeto. Dopo avere ripreso posto dietro alla scrivania, la podologa mi spiegò che camminavo e correvo sui talloni. Così sforzavo troppo il tendine. Mi disse che l’unica cosa da cambiare per fare passare la tendinite era di iniziare a camminare sulle punte. Andare in avanti. Il corpo mi avrebbe seguita, la mia postura sarebbe cambiata. Si sarebbe “aperta”, distesa. E la paura sarebbe diventata curiosità, audacia. Il viaggio: un’avventura. Mi chiese perché camminassi se non volessi veramente raggiungere la mia meta?

“Cammini sulle punte, signorina. Pensi solo al qui e ora. Pensi a camminare sulle punte. Arrivederci.”

Pagai la seduta. Dopo averla salutata e essere uscita dal palazzo, mi ributtai nella folla del mercoledì pomeriggio. Provai a camminare sulle punte, nessuno m’osservava. Mi sentii un po’ goffa ma continuai, iniziando a consumare la suola ancora intatta della parte frontale delle mie vecchie Nike.

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