Pezzato parla a Pizzuto: un trentacinquenne del ventesimo secolo

Antonio Pizzuto

Di LORENZO PEZZATO

L’oggettivo è percezione, e di conseguenza il soggetto percipiente non può essere centro. Non più di qualunque altro soggetto percipiente.

Nello scrivere (e nel teorizzare) di Pizzuto rimbombano gli echi delle moderne teorie delle reti, dei sistemi complessi, dell’ordine caotico dell’universo, dell’invarianza di scala, si scorgono nitide le strutturazioni frattali e quelle isotropiche.

La narrazione di Pizzuto è entropica, « è la seconda vista che sa scorgere il “vero”, ossia il poetico, al di là del reale, alla cui molteplicità il narrare –sfornito di centro e disperso in mille rivoli, ciascuno dei quali insieme marginale e centralissimo- non solo è perfettamente omologo, ma incessante adequatio» come sostiene Gualberto Alvino , che dice poi anche « una cosa (per Pizzuto, ndr) non è ciò che è, ma la costellazione delle cose che sembra». Come non riconoscere in queste espressioni le logiche di funzionamento dei moderni autofocus di videocamere e macchine fotografiche, basate su quella che viene definita logica fuzzy (logica sfumata)?
La logica sfumata è applicabile anche alla percezione dell’Io, che però non è sopprimibile.
Nel suo pagellare, persino le distanze siderali che Pizzuto frappone fra sé e l’espressione del sé nella narrazione, persino l’indeterminazione del fatto vengono in qualche modo annullate nella reductio ad unum (unum in questo caso è da intendersi come flusso di percezione a forma di imbuto, il quale imbuto ha il soggetto alla fine della parte stretta) che il percipiente impone al percepito nello stesso istante in cui percepisce. E senza percezione non può esserci trasferimento a terzi –diciamo così- del percepito, neanche se il percepito è indeterminato e caotico.
Per fare un parallelo cinematografico, il Frederich che Wenders ha usato in Lisbon Story cova lo stesso dilemma di Pizzuto. Portare una cinepresa rivolta alle spalle e non guardare mai le immagini casuali che ha ripreso non libera l’autore dalla propria presenza, non libera il prodotto artistico dal criterio di selezione anche quando randomizzato, non libera dalla dictatorship dello spettatore neanche quando lo spettatore tenta di farsi ectoplasmico.

Come il matematico puro arriva a vedere la bellezza di un’equazione, Pizzuto apre le porte di un bellissimo spazio virtuale dove il lettore può muoversi con ampiezza di orizzonte proprio perché la minimizzazione della presenza dell’autore libera gigabyte, mettendo a disposizione di un nuovo percipiente file di memoria predisposti, però, dall’autore stesso.

La bellezza mozzafiato delle sperimentazioni letterarie pizzutiane con il loro strascico teorico affascina perché conduce a un’indeterminazione che è anche nelle fondamenta dell’universo intorno a noi, un’indeterminazione che percepiamo profondamente e che continuamente ci sfugge. Ma in tutto ciò l’Io non è affatto scomparso, ha subìto una surcodificazione e abita altezze tali da rendersi invisibile ai sensi, esattamente come i satelliti che ci permettono le odierne telecomunicazioni.
La narrativa –anche se sarebbe meglio parlare di poesia e poetica- di Pizzuto non è un drone senza pilota, il suo « sfibrante corpo a corpo» con la scrittura è evidente in ogni momento e tormenta tanto l’autore quanto il lettore che non può non sentire la presenza di un altro Io diverso da sé che l’accompagna nell’esplorazione dei mondi instaurati.

È una presenza certamente astratta, un remote-control che facendosi sistema tende a palesarsi nei margini e a farsi invisibile mentre ci si è immersi, tanto quanto la telecamera sparisce anche in concetto durante la visione di un film.

In ogni caso lo scopo di Pizzuto è raggiunto appieno nella dimostrazione che « l’oggetto conosciuto dipende esclusivamente dall’Io percipiente», perché attraverso le sue pagine si impara che aggrapparsi alle forme infinitive o sedere nella cabina comandi di uno Shuttle sono in fondo solo due modi diversi di viaggiare.

Si riparano bambole, ad esempio.

Una mattina ti alzi, accendi il pc in stand-by sulla scrivania, connessione automatica e sei online.
Un fatto banale, alla stregua di lavarsi i denti.

Un fatto che segna l’ingresso in un flusso di avvenimenti che mai si sono fermati, una marea in movimento perpetuo all’inseguimento del fuso orario, l’esistenza umana che si snoda lungo un percorso casuale senza capo né coda, un’evoluzione continua, un processo simile alla lievitazione in cui ognuno versa i propri grammi di farina rendendolo potenzialmente infinito.
Da questa massa mobile ed eterea è possibile sezionare dei tratti, prendiamo il periodo di tempo in cui si sta davanti al monitor, generatore di una semiretta di accadimenti che è una storia finita in sé, un estratto del complesso degli avvenimenti globali. Della corrente calda oceanica non è possibile determinare inizio e fine, è un ciclo (un sistema) aperto, così il complesso delle informazioni circolanti nella rete (sociale, non solo elettronica)
.
Si riparano bambole di Antonio Pizzuto è una di quelle semirette.

Nulla c’entra lo stream of consciuousness di Joyce, lontano più che mai dall’occhio osservatore pizzutiano, un occhio soggettivo spogliato di soggettività anche quando il riferimento è autobiografico, quasi a ripescare la proprie memorie dopo che queste si sono spogliate di qualunque personalizzazione mescolandosi alla massa dell’oggettivo.

È impressionante l’aderenza dello scrivere di Pizzuto con la nostra contemporaneità e le sue architetture evolutive nel senso della comunicazione, della narrazione e non del racconto, e questo la dice lunghissima sui passi avanti che l’autore siciliano aveva fatto rispetto al suo tempo.
Si riparano bambole è un ingresso qualunque seguito da un’uscita qualunque, come ci si fosse imbattuti in un viral-video di trenta secondi sulla vita di un qualcuno nel bel mezzo di nove ore di navigazione web ininterrotta.

Si riparano bambole è un evento indeterminato, un non-evento, un ossimoro biografico di straordinaria raffinatezza, una sorta di letteratura in codice binario elementare come solo i fenomeni ad alta complessità sanno essere, una storia rigida nel suo essere fermata in parola ma che si consegna al continuo rinnovamento proprio attraverso l’indeterminatezza.
Si riparano bambole è un’opera d’arte che non spiega sé stessa, si espone –è il caso di dire- alla compenetrazione con il fruitore e il suo bagaglio emotivo, è materia inerte psicoreattiva (altro ossimoro) come la gelatina che scorreva nelle fogne di New York nel celebre film dei Ghostbusters, tanto per continuare con la sponda cinematografica e per mescolare a questo intervento un po’ di reminescenze generazionali cultpop.

Certo non è un fatto banale o popolare confrontarsi con Pizzuto, al contrario è un fatto drammatico e antidemocratico perché obbliga a proseguire nel confronto senza che la propria volontà possa qualcosa per contrastare la dispotica grandezza dell’autore. Ma è il primo impatto, la prima lettura, come il primo accesso ad internet che lascia sbalorditi per l’immensità cui ci si affaccia e spaventa per la mancanza di punti di riferimento, di percorsi segnalati chiaramente, per il rischio di perdersi in una inconcludenza sterminata. Poi si inizia a navigare e si impara a riconoscere la stella polare.
Coloro che hanno scritto che la letteratura di Pizzuto non è necessaria hanno perfettamente ragione, ma è da quella letteratura non necessaria che la necessità della letteratura è esaltata.
Quindi si può aver paura di Pizzuto, ed è una paura legittima.
La prima cosa che si capisce quando lo si approccia è che una lettura non basta e –proprio come era solito dire lui stesso- sono necessari diversi passaggi per decodificare, per sciogliere il gomitolo.
Distanza quindi.

Lo svantaggio si sente tutto, servono le impronte che Pizzuto lascia per poter trovare un percorso in quell’universo intricato, una semplice guida non sarebbe sufficiente, ci si rende conto di entrare in casa altrui al buio, come se dopo la lettura agli occhi tornasse solo vista scarica di comprensione, come se si fosse guardata una pagina e ogni relazione con essa si fosse fermata all’acquisizione dell’immagine, delle parole stampate che non si agganciano tra loro.

Mentre scrivo queste righe sono seduto davanti ad un computer, ogni cosa mi appare conforme alla normalità, vedo una pagina bianca che si riempie di testo e in questo non c’è molta differenza da quando si scriveva con la penna. La differenza è dissimulata da un’interfaccia che traduce, che converte una massa enorme di dati, di sequenze di cifre binarie che scorrono come un fiume in piena appena dietro la patina di pixel.

Per capire l’effetto basta leggere poche stringhe in HTML, ad esempio.

In quell’esplosione di inintelligibilità è contenuto il vero senso di quello che faccio sul web, il mio orientamento nella navigazione.

Un parallelo –un altro- scontato si può trovare nel fortunato film Matrix, dove l’eroe a un certo punto riesce a vedere la realtà artificiale intorno a sé per come è veramente, una cascata –una matrice- di linguaggio macchina e a manipolarla a proprio piacimento.

Ecco perché non ho paura di Pizzuto.

Perché Pizzuto è come l’Eletto di Matrix, e la mia generazione è cresciuta anche mangiando quel pane cinematografico e bevendo alla fonte delle tecnologie di comunicazione.
Scomponendolo, Pizzuto è un dialogo via sms sui massimi sistemi, un paesaggio descritto via Twitter a un amico. Un campo familiare, un modo che riconosco mio, nostro.
Certo, con procedimento inverso Pizzuto propone pagine di linguaggio macchina, non decripta, non utilizza interfacce user-friendly, è un programmatore puro che si rivolge ad occhi in qualche modo competenti di quel linguaggio.

Ricordo le prime volte che rimanevo ore sbalordito a fissare i quadri tridimensionali –oggetti avveniristici di gran moda qualche anno fa- non riuscendo a vedere altro che caotici segni multicolore a due dimensioni. Poi, all’improvviso, un giorno è successo che ci “sono entrato”, senza capire bene come ma ho visto. Un attimo fuggente, da subito, poi ancora la confusione cromatica, fino a che mi sono impadronito del metodo e non ho più avuto difficoltà.
Per non averne paura, Pizzuto va affrontato allo stesso modo, con costanza fino a che magicamente si diventa capaci di leggere la matrice (ammesso che questo non avvenga alla prima lettura, che è possibile).

Per non averne paura, Pizzuto va considerato un contemporaneo, un trentacinquenne del ventunesimo secolo.

Pagelle. Una riscrittura

I
Lettura
Ne cadde un grammo a grani sperso sul pavimento PVC, qualche quel che resta adeguatosi alla gravità; fetente. Ce ne fossero capaci di percorsi inversi altri orientamenti in ascesa, per lo meno si facesse di palmo catapulta; rilancio. Un tocco sopra pulsanti immateriali comporrà concrete idee in bit residui di bellezze rilasciati a utenza indeterminata per postuma ricomposizione, al chiaro patto di luna dove ci giurammo privi di scorie e capaci solo di procedere.

II
La stufetta a petrolio
Rimpolpando tizzoni a tempo di mano annoiata si farà ancora in mente tiritere stracotte, gesti al replay a chiedere fiato agli ottoni se non pizzichi ad archi ripresisi mo’ da sprofondi riposi. C’entrasse il tre posti con isola elettrica era fuori di dubbio, la gamba in panciolle e l’astuta penombra; che pena allevare speranza in germogli e passione incisiva da sangue al labbro inferiore se poi egli sgattaiolerà lì di fianco ammosciato, impiegato al procaccio di amorose provviste superflue; impegnato che fu. Plastica roba finta qualche coccio di ceramica vestitino su misura, come bambola da piccola pregò potesse vivere e che mai ebbe un battito. S’alzerà presto domattina per viziarla con chicchera fumante cuscini ancora caldi, un cornetto, traslati oltre i polpastrelli ad attività più redditizie.

III
Treno speciale
Tronfio convoglio metallizzato blu riflessi flash eccitanti particelle guardiane a vortice ottuso intorno al soggetto per ora ipotetico, maschi drappi di patria eretti mai alla mercè di scomposti refoli, impietriti. Primate insignito dislocherà cervicali per altro scandaglio di perimetri ostili, velocitoso, ingabbiò la maniglia con l’opponibile destro ossequio al manuale scroccando blindo siaprio purpureo a movenza di piede putato. Tra file in elmi pennacchi presentat’ condotto a valvassori antiporta personaggi a lucide insegne tutti insieme già primi sebbene ordinati invisibile gerarchia. Fanfare e sfiori di guance, ossequianti ilari a scoppio ritardo nelle retrovie convergeranno per cena al vertice più vescovo intanto buon villano smosse il campo volto ad ultimo tribolo che dal suburbio l’ammanto notturno avvolgerà diamantata capitale.

IV
Donato
Consimile a predecessore per estinguendavi vitalità di carica crepa a memoria di volo su frangente salmastro, balbo di trillo, esausto nottetempo approderà a trapasso tecnologico. Deposto in imballo originario supino per ingrato viaggio dette qualche fioco rilucere cromato fine corsa, lo vide, piccole lacrime d’opale calandovi coperchio.

V
Piccolo Albergo
Miniato strafottente fece verso a più nobili di vere antiche vestigia in recente affaccio residenziale per borghesucci; specialità pesce fronte silente ormai inquinato fioco ronfi sciaborda onda onda contro riva, di quando spumeggiato da scafi propulsi a carburi fossili -olii duri- traverso boccaporti lagunari. Di lì branzini localizzati a scandagli e ancestrali maestrie uccelli palustri immigrati di frodo il tenero granchio mutante festini in coperta a fauci caverne, a fiasche di giusto. Dallo storico pedonale a spire logaritmiche rosso il baccanale in allontanamento ombre inghiottiranno pendule fioriere spiccando profondità del colonnato, gotico italiano; amori in piccoli gusci esistenziali manine giunte arriveranno capolinea per massimo le venti.

VI
Scampagnata
Colonizzando in weekend erbe sfalciate ex-setting nuziale compatte tra costole e gomito carte autografe ad imminente declamo, manciata omogenea, versarono obolo accesso a talento condiviso uno per tutti, brandelli strappati di circa lo scrivere e grottesche gelosie medesime tra classici stagionati agli estivi ospizi balneari; saturi di Novecento spritz aperol olivetta sospireranno apparizione con incipit popolare suggestivo parole vuote minute sintassi false. Inesprimibile umore crepuscolare decretò abbandono di ingombre radure, via dal flusso berciante verso disagevole rincasare; appiedato.

VII
Solitudine
Folla afona senza resta formicole capricciose pettegole per architetture di lussi anche turistici in centro bersagliato di prenotazioni, insieme di coscienze eterofile diluite a collettiva di indegna saggezza, sarda in latta confezione singola calcata ben bene negli angoli tutta in sé, non spazialità ma spazio occupato non tempo ma tempo perduto. Dall’astrolabio la buia volta di velluto rimanderebbe distrazione ad insistervi erudirne, disperdervi progressive significanze fin che tutto sia bello solo bello; sia desolazione. Blasfemo sciabattato sandalo calzino tubolare meritevole l’indagine, improvvido di ruvida efficacia tanta semplicità strusciò andirivieni per il corso.

VIII
L’idrovolante
Gate due parenti sporti curva sud raccomanderanno applausi a destinazione, flanelle salutistiche ardite sottane rosse molto cool, cori sguaiati tutto York, York, York; chi non salta è! esaltandosi taluni per proprio codardo permanere a terra, arrivi e partenze di carteggi su lise scrivanie, polizze vita, affetto per il luogo troppo ostacolo al decollo. Dunque via ai centottanta d’antipasto inappagata la manovra a sollevemento più sostenuti, finalmente librò solitario verso prossimo scalo oltreatlantico, chilometri sopra le spume piovose; cheto, modesto, lowcost. Per quel master affronterà lei mestieri, digiuno squattrinato in locanda contrabbandiera fornirla branda, giordano comune la porta giù in fondo a destra; il conforto di non rivederli.

IX
Hallali
Passi bighelloni cozzare rarefatto tacco spopolamento punteggiato arcani richiami materni che capini fangosi accorressero prime luci serotine, pieni loro d’avvenire, nove vite ancora quale micia transitiva ciglio opposto. Sciamati scene da vivaci battaglie civili, stagionato studioso apparve da remota stanzetta immoto già inconsapevole vittima esamine del tempo, accostato ad oscure veggenze erga omnes, chiuso finito, rombi di calanti saracinesche scosse orecchie da rintocchi mesti campanili; ombre all’univoco ricondursi per dedali di natura. Di uno in uno il penultimo a scheggia rincasato imbracciata palla succedaneo complice come fuoco fatuo, simbolo, morente classe previo saccheggiata aule e focolari distrutti continuo saliscendi di certezze ignoti anditi, allevati in scuderia a competizioni raccolta briciole gran galoppo. L’imperscrutabile; amen.

X
Quiescenza
Un’ultima strofa rimasta dentro il leggero cassetto, in addietro, pirogallico impiastro di scabre rime logore rinnovi perenni occulta chiave, smemorataggine, dispetto, pretesto. Leggibili per tenerezza perenni gravide di quadrati ai cateti, perché no ad ipotenusa, mai nati, mai morti; quiescenti. Vacue solenni imprese sorrisi benevoli alcuni avversi spigoli smussati mento levato, l’ozio ai sedili con manifesti colleghi, lo spoglio dei quotidiani, i latinucci a rafforzo continuo incedere. Ora; però. Furtiva custodia indurrà in confessionario, contrizione et penitenza, sollecitato peccatore non assolto starsene mogio in cantuccio biro alla mano ore, giorni settimanabili lesti mesi; svertebrandosi. Sgocciolo il presente già domani in arrancare tardo, definitivo, lassù immobilità commemore irraggiungibile musa, tale dolze Cica sempre sempre lontana.

XI
In ascolto
Come un dì le sibille ispirate da peste ciprie dello speziale somministrate per esito impalpabile finché accostassero l’unico Noveratore di stelle tutte chiamarle per nome, conclamando voci dagli avi pochi o parecchi, quelli che furono e che saranno. Così un dì avanguardie scioglieranno scemo rapporto congenito fra sostanze e lor ombre, senza equivoco attratti discepoli e discepole squassando sonnolenze, tutti molli, inerti, pesanti; scolastici. Che seccatura staffetta soporifera da magister a scolarum ove supremo ritegno verticale trasmetterà in continuo medesime diottrie minutive compiti assolvendi, privaterie arruffate da contingenze personali; eppure niente fra questo favorì il mistero dei novissimi inesplorevoli pensieri, sovrabbondanti soverchianti in sovraumana possenza, concludendovi l’annichilire. Uno però presto o tardi stolto perenne omaggio dinanzi icona dubiterà, incompatibile preposteri miti coercitive norme; orologi discordi.

XII
Sandro
Almeno domani venerdì santo giorno di digiuno stretto, sole stesso scolorandosi da perenne ricerca in stringhe auree tediato cicli identici, tu non tormentarti; neanche per esercizi ortografici né sintattici, calcoli mentali a fiaccar superstizione contrappunti. Ricondurre il noto all’ignoto. Or, attento al pensiero bastardo ultimo, tu piccolo implacabile nell’affannato percorrere, di sedere fianco stretto al padre degli dei; divenire archetipo. Per tornare a te, un sussulto reale svelerà di nuovo l’inganno supremo delle nostre algebre insignificanti su coribantesca partitura; alcolica. Scivolato ebbro in stiva colma di lische, uomo da nulla ora allorché duca, tardante a smarrirsi tu cedesti di lì a poi in placida attesa della marea per Milano.

XIII
Bagatella
Non telegramma o suonerie ai versi tropicali scaturì l’oppresso singhiozzo, fatta soavissimo ricordo per lustri migliaia di risvegli, ma aggiornamento contornato del commento di più prossimi; indotta in lettiga ad occulto viaggio bruciati semafori. Alcuna possibilità seppur remota di raggiungerla eludere jet-lag ergo fantasmagorici immaginativi missilistici aria-aria sotto archi, volte ingenti, per corsie dove provvide creature biancovestite; lei atterrita, deposta. Dell’assente il martirio ignorante inalterno giorno da notte ricorrenti consulti su patologie impenetrabili all’inesperto, O rivederla una volta solo una; a distanza, persino intercorsa conference call affollata. Ricondursi impalpabile l’idea, impossibile punto a capo, esistenze oramai incommensurabili diagonali pitagoriche dissiperebbero ogni propria essenza nulla rimanendovi più che semplice calco di quanto fu. eterno.

XIV
L’uomo dal berrettino bianco
Scavati allato flussuosa careggiata solchi a seminare fibre ottiche scomodato mini escavatore cingolato benna tridente rabbiosa, arancioni antropomorfi sfocati contorni catarinfrangenze abbacinanti risalirono come acque sotteranee entro l’abitato, un’ora tranquilla calda, cigolo alcun uscio in riposo le massaie per fanciullesca lontananza. Crepito avvisatore spruzzi d’aria compressa fecero turbini di polvere fin nelle case vicine, contigue facciate alterati inquilini per davanzali e ringhiere taluni intenti d’informare gendarmi sul puzzo di gas. Giuntone tempo potere pubblico sgomberande dimore quartiere sbarrato, eleggersi commissioni tecniche platoniche o aristoteliche venite adoremus et massimi sistemi intanto che autopompa 12 adempirà gli scopi. E solitario appresso traendosi treppiede, senza dar negli occhi posizionarsi simplicio dal berrettino bianco prima linea. Quel tizio in potenziale danno data l’ingenua posizione propiziarselo con allettamenti e abili commendatizie, accreditandosi virtù di nocchiere condurlo a parte in cui disciplinare le cose; colpa, disobbedienza, dabbenaggine annullarle con fermo prodigio semantico tale comunque d’essere sicuro il semplicio adeguarvisi in altra eventuale.

XV
O dolce legno
Indomito contro insidie a germoglio radicò foglioline crebbe esso fusto più o meno lungi agile campanile, prima che discostivi uccelli scansata lucertola robusti denti affilati venissero; albero senz’altra sorte, ceduo, ne faranno impugnature per òcchiole scuri una di cui finì a complemento comodino ciliegio italiano; accosto abat-jour. Transfugati stuoli concorrenti accolti in giro nutriti a pane azzimo, sospesi meccanica giustizia accalcati dattorno avidi d’ogni bisogno, inclini all’effrazione effondendo aramaica favella prevenendi. Amare amici.

XVI
Buona notte
Bivacco cupola di guanciali fra lino lana, materna rimboccatura previa, bunker asfittico simile un guanto muovercisi sonagliante furetto, farcisi annidata chioccia a bacucco isolarsi roveretano, cinto d’ordinale fermo quadrato in dileguo ostili potenze temuta oscurità, inescrutabile mietitrice al seguito su rilento carro. Palpebre converse, levigati respiri poco a poco.

XVII
A ponentibus deum non esse
Un suv in arrivo, cerchi maggiorati sciolta briglia elettronica a cavalli adesso apolitici, rampanti; valigioni allo scarico, cuoi con intagli, giunto di fresco a stellato garnì d’affaccio via Roma imbellettate oziosette calcatesi attraverso. Scale buie d’antico sapore su ogni ripiano tre porte, ultimo in evoluzione per lifting alle suite, quadrupede di ostessa conterranea inurbatasi da tempo a zonzo accoglienze, donarle fiscella di ricotta paesana nostalgica; poi inchiudersi alla solita tra lincei tramezzi permeabili ad altrui decibel pieni e vuoti. Irsuto capo stillante cauto passo morbida moquette indossare pari morbido accappatoio gradirebbe doviziose vassalle bionde o meno perfino l’aureo Cheope non ebbe. Ma verseggevoli notari in clausole bisunte fedicredito bolognesi estintisi, tutto febbrile riscontro cartamonete tempus fugit; palanche rincorrenti. Ecco nella facile strada la principessa Fitalia eleganza cortese condurre veicolo invidiabile esclusivamente, passaggio favoritele da ammirati pedoni benevoli a confronto inchiodati viaggiare su mezzi ferrati dissipanti ignobili torsoli. Il momento a meschini acquisti venne tasche abisse ricolmate di frutta a filigrana da scambiare con cedevole pagnotta e brocca di rosso cacio pecorino, calzature artigianali prosit propedeutici stipulazioni; gironzolare prima del termine a partenza. Indi sulla panoramica al prossimo villaggio d’aggirato tornante, l’umile cimitero: postivi su tombe or polverosi i cappelli, memori di quanti suo pari passarono di lì.

XVIII
L’attesa
Eccovi o spose di elezione, pagine tante che ciascuno le sue: belle orride brutte antimonogame, scienze e chi ne abbia, transumandi sopraggiungendo qual più, altra men prossima repentine palesandosi ciascuna a squittio onomatopeico; clic. Livori d’utente se tarda la capricciosa cui avvento succube significativo assedio, incongrua così fluttuosamente percorsa per alterni cammini in plurime direzioni una rete; sapesse dei disincanti affanni malanni del diviso digitale da muro di anomala telecomachia, barbara condizione di impartecipe stante unico governo invidierà altri con tale sperato vantaggio.

XIX
Ancora
Come viaggi letture propositi posposti ultimo, troppo tardi, crociere mediterranee passeggiate domenicali rapita in cinema et teatri, eccola confabulatrice aggruppata altre potenziali mogli al foyer più o meno schiuso ventaglio da abili polpastrelli svariamente contrappuntando ciarle, mani strette indiescenti mandorle entro drupa affusolevoli mignoli deliziosi, raccontatura dell’occorso in sussurro atteso, aliene dolcezze carezzandosi infine avidi silenziosi nel letto. Ahimé, sopraffatti indugi, veloce inesorabile la separazione smessi i sogni inconcludenti suppliche a divinità evidentemente minore, rombando aviogetto l’avanti a solivago proseguimento. Sciancata ormai, ed incanutita forsanche; difficoltoso nel carriaggio fluviale, ritornevoli salmi progressive consapevolezze. guizzi a miccia fradicia.

XX
Cutufina
Lo scrittoio povero ricavato di riciclo, contiguo piccolo terrazzo livello tetti bella mostra invasate violette, ragno gigantesco rossiccio immobile infra tapparelle; fine percorso delle allontanatrici memorie indirette per interposte, or l’orfana a tracce sul babbo mai veduto altro che custodendone logoro ritratto, accolta fil di sedia dal di lui unico amico ove assidui a scrivania intenti ardua composizione. s’appassionerà al dimesso tavolinetto scrigno d’incompiuto, lascito di ingiallite carte pentagramma sotto pentagramma, ovunque mano paterna; rugginosi messaggi. Dritta a risorgerlo, bulimica di ogni a lei ignara seppe delle partitine a tresette, quattro salti giù nel giardinetto, le domeniche in gita o tra penne intinte qua là entro invulnerabile vuoto sterili sillabe. scorati; non di voce e mano unghie gesti bozze frontali dentatura sternuti, minimi privilegi in singoli cui tal disperata brama non darà contorni.

XXI
Requiem
Rampolla memoria immobile attonita nella velocità roteante di quatte finestrelle, ignorati personali diari elettronici altri subissati, info destra manca stringhe di notizie; sovrana di sé demanio suo collettivo ingrassato eterogenei contributi in atto reciproche simiglianze, meriti o demeriti vaghe corrispondenze, insensati incontri e riscontri, un making furioso trasfigurante plebei dilemmi, ipotesi nane arbitrarie, istanze superstiti: vita online. sogno in paradigma di inadeguabilità conducendo per scorciatoie diversi crocicchi, eternità mnemoniche posmorte incapaci di procedere verso suprema essenza via via migliore forma permarranno come tags sul dipartito nulla fosse; tessili sentimenti in accusativo.

XXII
La villetta
Parasanghe e stadi remota la metropoli in onda, privilegio d’acquisto in semplice asta, demolenda, pari antica locomotiva gli avanzi su massicciata, pur nel fertile panorama incospicua vista; resuscitarla nel pristino. Tra cumuli di calcinacci rarefatti torno torno estrutto muretto, gli abbellimenti, cave canem, ghiaia, lanternina pensile sull’ingresso, buca postale altrove cose appena sbozzate, varchi negletti sicché arena tal fortalizio cantieristico. Completata opera rassegnatisi instabili contingenze, dolci ritardi, ritrovarvi letterari silenzi esalo inebriante fienagione fuori elastico suolo, aprica atonalità perfino zittendo convenuti affamiliati festanti: l’abitata l’abitante quivi approdando ibrido cammino fra virtù e reciprocamente darsi.

XXIII
Madame Priducre-Prisucre
Madame le critique, arridermi gite nelle due macchine, bigia principe cadetta bianca, il mio scialè d’ottimo conforto il ricondursi ultimo a caminetto, fra libri chinoiseries tappeti, ardui meneguzzi turchesi, nilo, erba, nicoziane scatole fasci di rose; luogo di muliebre favore indomiti olenadri poteri. Oggi fiducioso alquanto, suvvia, animo, un uccellino sottoala o zampetta, col becco, recarti messaggio per trasvolo: non un Amfortas ti scrisse piuttosto Parsifal.

XXIV
I sogni
Uno: solvere d’ufficio e senza scampo insegnamento pubblico, contrabbando d’immobili tigri disattente su cattedra nel fatale ritardo sistemico; ondunque area invasa da privata mareggiata assolvere, estremo treno agguantato a volo ante lo sfascio, ogni costo caricando sullo Stato. Due: allorché veloce il turno di notte, in solitaria traversa su ciottoli tondi faticosi passi arrivarcisi, industri a comporre chissaché, colti da sovrumana coerenza picchetteranno per diritto al non-lavoro; relativa modifica articolo primo costituenda trapassata. Tre: libera tettonica zolle mobili per impellente cricco, vena pompa tra frulli bollori attinti a viscere masse approdate ad altre cariche d’attrezzi semantici pezzi di puzzle medesimo. Quattro: due fanciulle indugiose zittita ciarla, continuamente nell’atto di un accomiatarsi posposto dalla bestiola; là rimaste dinanzi cancelletto futureggiando decreti d’obbligo a detenerne ognuno. Cinque: con foga recuperatrice suscitarvi segni d’interesse post reciproca diffidenza, studio colmante eterno divario fra scritture e mondo, alcuno impersonandosi giudice; capire ogni devozione, cieca gabbia ricolma, per non professarne affatto. Sei: di salto in salto giovani oltre l’arduo ostacolo sui duecento, ridenti sfrenati anelanti l’io bello nel gesto nello sforzo; dimentichi dello schermo celebrativo eco vivido dell’apparizione, entro un tutto coinvolti oltre l’abolito professionismo.

XXV
Giù
Ippocastani cerri carpini faggi; sull’incolto in estrosi ciuffi lor disseminati polloni, sparsivi fiorellini capezzoli, onde ribelli gramigne insidievoli erte astemie lì per mordere; quartiere industriale ventoso scabro deserto, voragine inghiottì tir filanda e indotti tramonta aria, rampe soffocoandole ortiche subito occulte, spranghe ruggini. forzosa catacomba allora discesa da quotidiane fila percorrendo inarrestabilmente arrivo dopo arrivo la salita ognuno, sincroni passi dietro l’altro giusto il calzo degli elmetti; respiri, cambi rapidi sopraggiunte schiere notturne. L’antico ormai leggenda per non specificati fatti asiatici, estinto entro uno spento cratere.

XXVI
Vento
Pur se definita da Pizzuto “grossolana metafora spirituale”, Vento è la più alta e poetica narrazione dell’elemento atmosferico in cui mi sia mai imbattuto (e la mia Pagella preferita). È del vento il ritmo incostante ma fluido, il turbinare caotico ma assolutamente composto, la leggerezza impalpabile ma violenta trasmessa qui da un linguaggio (e da un un uso del) anch’esso atmosferico, impalpabile e inafferrabile, incostante ma fluido, caotico ma assolutamente composto, leggerissimo ma violento. Non c’è modo di itervenire sul vento, e ci fosse probabilmente sarebbe un sacrilegio servirsene, storpiare un equilibrio perfetto.

XXVII
Fiaba
Questo il comando: sottrarsi di tanto all’insonne orco addosovi, dentro nella caverna intima. oh erculea impresa da assolvere sollecitamente ancorché escogitabili filtri gabbanti maneggi. Patteggiarne pausa qualsia negozio possibile non esclusa caprioletta, teatrino con oca e buon scarafaggio danzanti, energie di levitazione, lezzoso montone carico d’inserti sonaglini. Soffocarlo a bada di ludico per transito fuggitivo. evaporarsi.

XXVIIII
Il portacenere di cristallo
A riscontro d’insonni orari, mozziconi quatti taciturni occupanti auto in caotico cozzo, fetali raggrinzite larve; rissomersi reciprocamente. Continuo cambio andirivieni in apparente rimaner di cose ininterrotto da trogloditiche abitudini, attitudine all’immemore disinteresse, come sontuoso salotto prima vista tassidermico, sprazzi crepiti caminetto esteso l’opposto nano rotondo infra sofà e collaterali sgabelli, coppe ciotolette scatole da sigari, ninnoli d’epoca su mensolette, pendolo ogni colpo infierendo illo tempore. Qual luogo esso di mute solitudini, incontri da pugliatore talvolta prono addosso le corde, duttile sua testa reclina a sgocciolo incontro tappeto, paltea aizzante fulgida vittoria in composto verticale, i guizzi balasci dal cristallo a soffi effusi particella fulminea frapposti governatrice penombra fattasi luce dilatando ogni aspetto, qual marea insorta ondunque invasiva sconvolgendo l’ammucchio inestricabile; ammaestando il tutto.

XXIX
Stagionetta
Pur lontana da raccolto la frutta in ceste ronzate, maturande da venire simplegadi pèsche molteplici promesse albe, eccola assidua onnipresente missiva amarezza infingarda compagna di viaggio sempre diversa, fantasiosa, mal prevedibile, senza età; mai satura qualsia risposta a ricerca. E tu, piccolo piccino, incisivi egèmoni, seduto allo sculto banco ivi allato il sortito amico, ambi suggenti delizie future, non conoscesti; tal distanza da te a lei quanta la terrestre col sole, metri dissimili. Progresse trampolate trascorso il giustiziere asperrimmo mastino, spesso nelle taciturne a passare irreparabilmente il mistero ultimo non tarderà; di come sensile fuco l’inchiostrosa manina, arida pergamena quest’altra; di come mutilo grillo immobile infermiere stecco sostenitore apprestatogli, decisiva stagione dispariscente.

XXX
Il salto
Non tutto possibili volontà, gran largo ad impropri eventi frapposti e costitutivi mutualmente indotti; coraggioso coesistere in mille romantiche travestiste spoglie, questo trasfigurar sibillino sussistente l’individuo inerte da parvenze aggredito. eludendosi dubitevoli maschere ognora invisibile dietro la muraglia ederosa. Confronti di universi fino minime particelle, stemmate vetture su ghiaie ruminatorie rivelatrici solitarie ville vigilate, marmoree scale infra torri e pareti d’avorio, dove far spese ossequiando l’altrui potere testimone del proprio. loro nessi. Incontri assurdi se presi fuori d’ogni immaginativa, tal quali dissociati echi della romba di un treno in circonvallazione avventantisi contro gli accodati estremo bioccolo stupore. Nell’ombra arretrar per madide occultatrici nebbie e ancora silenzi, chiocciola rigiratoria il cavo murato cognita solo all’usuario ad inarrivabile soprastante mistica alcova regale, eromperne avvellutate libellule in tutu. Fuori da cotal aureo carcere, stranie lingua induzione retina e quasi aria incolore o luce, saltò.

XXXI
L’insegnante di francese
Quel diedro bilocale luminantivesi ordinari bulbi poi scalzati da steariche ai profumi, lei vigile allo scoccare del campanello impedendone a non destare ben assonnata sua creatura in pannilini, alitosa latte la cuna zittenti parole d’ordine, buonanotte, favolette occitaniche. Disgombro il transito, accoglienze acrobatiche padronadicasa voce tremula occhi imbambolanti smorzivi passi, scambietti francesini atilotetatù sguardolini ammiccatori, ridesta pulsatilità fornendole il tatto; lieve fremito le setose ali d’argento allargate: l’intimo. Padrondicasa lontano dal nido. Tempo giunto, pilota erto salde mani a governo, or in attesa di imbarco profondo, maestoso frusciando muoversi pur tacita suscitatole intrinseco moto, celerati battiti. Improvviso vagito squarciando gli aulici convenevoli quasi da fantasma venuto fuori dallo stipo, richiamata conforme savio genitore. Ripartirsi, bavero insù, nello spopolato parcheggio, fra pozze riflettenti sotto barlumi e vertigine.

XXXII
Thanatia
Partirsene. Frattempo proporsi felicità, sommi beni mistica atarassia talvolta, un tu-io oltre che noi-altri; capacità di scorgere ancora e ancora il rimpicciolito anziché insensivi calcoli d’aliena disumanata essenza, contraffarne persona perseguitandola, non prodigo viatico contrappasso. Che, domani, di me. fortunose inchieste fugaci indizi, sfarsi insgonando ogni cosa arzigogolata sciarada, sorgere le regali virtù del dubbio prevalenti strenue sull’universo, non già insite coerenze analitiche sopraffatte bensì arida struttura volta a poesia. infine erompere l’umano su logori temi valsi a instaurazioni teoriche: prepotente e libero. Struggersene. fattosi spettro tal meditazione, tornato a presente pullulante continuo di vicenda in vicenda, a sorpresa luogo e momento. Ma non sei qui per me, o callida giovinetta, imbianchina, sempre in vesti diverse fino bisestili: che prescia, Segretessa. Tenderti la mano per riconciliarci con docilità sull’esito. che altro, forse.

XXXIII
Anniversario
Antiovidiani vecchielli a mensa, appartati affondo, ove più fioco resolo alcova il bianco apparecchio, conversevoli nell’attesa; unici tra simili altre tavole. Or servite fumide -testè ancora guizzanti dentro popolosa urna in mostra- prescelte delicatezze di mare, impazienti apporvi ottiche suste per dissezione. Colti, preziosi buongustai, ella più esperta negli studi storici curando ricerche antichi testi, egli ex corsaro indice Mib intercessioni atterelli operazioni easy, confarsi stellata dimensione ad escludendum censita su guida, parrochia accogliente Santo l’oste dei lussi. Allo sparecchio, offrirgli saputa braccio, il bastone sostegno, la dolce carezza, avviarsi ben cauti all’aperto attesi dal taxi. Casetta. D’ambo in fretta lassù, ove città sue luci ridotte a niente a panorama, mondo non avendo più senso di così.

XXXIV
Storiella
Bici, trici, quadricilindrici sempre più massiccie pesanti consorziate ad infinita catena ben memoranda, contenitrice mattina e sera là sempre là ognora di punta despota, laborioso processo l’incedere. tardanza. Matrice gigantesco crogiuolo lamine metallizzate minando propositi gnoseologici, purgatorio di irreperibile astuzia, intelligenze semaforiche intermittenti. appresso marciapiede, in filare algide vetture lasciate a pascolo ganasciandone alcune solerte addetto, di altre concluderne disparizione trainata inflessibile urbano. Poi ignoto pilota giocoliere imboccata preferenziale, aggredito d’improperi spinterogeni la cui cerca nel vocabolario, dileguerà magicamente come a dorso di corrente per torrentizia fiumara devastatrice, travoltivi divieti, inane lo sfurio degli innumerabili vendicativi. Ed a valle di nuovo l’inintelleggibile.

XXXV
First aid
Resupini senza guanciale, unica possibile vista arduo soffitto, sol udevole il resto ovunque ovattato. Di repente precipitosi passetti a distanze indeterminabili, altri altrui succedanei e ancor nuovi arrivi; protendersi quando che da camice volti bruni, insolenti a olfatto fragranze officinali, a mezz’aria astratte voci duali, canoniche, interdette quasi negative. Richiamato spalluto pappino ad operoso bordeggio, giacente rimossone, condiscepoli imberbi farsene dotto scherno compiacenti labbra inconsapevoli. Improvvisamente eccolo, nella sua forma finale non ecografica addentro così incognito luogo ostetrico, stillante primo alito a vari decibel, incomunicabile clausoletta oltre ogni cocktail di aporie semantiche.

XXVI
Come se
Onde lunghe insalivanti omeriche spiagge solitarie, sdrucciolo leggero senza peso via da questo mondo configurato racconto su racconto millenari precedenti, già vecchio, ogni po’ comatoso smorte iridi riverse. Antipodi. l’a rivederci al Paese dei preti, difficile governo fra stolte dispute lavandaie dirimpetto due tovaglie tre soldi, tariffe, obbedienze anomale, coblas capfinidas padre in figlio, progresso ancor propulso da bollore salato giù la pasta. uova ravanelli prosciutto crudo; dar certezze giammai raggiunte Assueffacenti astanti o luoghi, ancora salde rotule indi camminare accomiatarsi da ciascuno fra visioni: lidi azzurrognoli turchese cielo terso: insorgevoli sorrisi. Come se bastasse.

XXXVII
e
Irreversibile partenza rombante takeoff un volo notturno, alto sulla città dormiente; invisibili ali non già mosse, ma in sospinta soffiatile: alterne lucciolette rossa una, l’altra verde. E quella notte un mondo svanito, memorie piccole e grandi collere dispetti malpensieri, gli aneddotini; tutta quella somma di ingombranti ora minimo lumicino, plancton negli oceani. Arrivo. dolce esalo noce moscada, salsedine, spezie d’orientali alle smunte nari, pupilla ipermetra imbuto per ogni differenza, già in pieno palinodie struggenti meno ignaro dell’opera commessa. expat a debutto.

XXXVIII
Candida testolina incalvita
Scegliersi in bestiari cataloghi, idonei reciproci con avvertenza di, rigorosi d’opposta sponda coniugati in fronte a un dio borghese; scampanate valorose dal tenue premio. Inerpicarsi notturno sesto grado meta l’estrema vetta dell’Olimpo tre metri sopra, insidiosamente legati senza chiodi né corde, possibili dappertutto certe debolezze: più in autunno, anzi di primavera, affliggendoli minime infedeltà semplici sollazzi; pace duratura prossime guerre per restaurarla. labiali comunicantes e nient’altro, insieme come scacciapensieri. Trascorse stagioni tempeste, cedere il bronzo alla cera, brontolii effetti tonanti sparacchiati fulmini, atto finis ricondursi essi, mogi malconci; sottostante abisso, mostro, troppo tardo saldo contabile: tenero tonfo.

XXXIX
Rifugio
Luce scaccia buio, là concluso. Alterni sulle ferme palpebre il bianco, l’ombra, a rincorrersi; in esso intrico algebrica accoppiata intersezione, peggio del nulla l’inospite oscurità, incorporea guardia interrogativa senza echi, relittavi sola sola non più belata caprettina annichilita. Cercarne onde irreperibili vie fuggenti, sempre mediocri fuorché fetale raccoglimento sottocoperta seppur minima la distanza, sommo miracolo del giaciglio antitutto. Spesa quasi vita intera a trascenderne, or ospiti vicendevoli già esperti più accessibile.

XL
Parasceve
A feriali affanni consecutivo, primo dei dissoluti pollutativi a seguirsi attesi, inconcepibili briglie sciolte, celebranti il più grande giorno dell’anno settimanale. Mancarlo: impropria inadeguata imponderabile occasione, ogni quest’oggi luttuoso vacuo cieco, deposto manto di bellezza finite le venture, digiuni gli appetiti di ostie ecstatiche. Svanita quella tema in peggio, immutato regime.

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