L’orizzonte da un capo all’altro della mente. Sulla poesia di Roberto Deidier

Roberto Deidier All’altro capo
Ed. Mondadori Collezione Lo specchio


Di ANTONIO RAFFAELE

“Com’è vorace l’alfabeto / che all’altro capo di questa radura / mi trascina”. Come definire il richiamo che arriva alla mente dalle ombre sul pavimento, dai suoni che ci attirano o dall’amaro di ogni nutrimento se non un riaffiorare continuo dei ricordi? L’opera “All’altro capo” di Roberto Deidier appare come un sogno, o forse più esattamente come una realtà che speri non vera, dove il tempo si confonde con una luce sulle cose e sui paesaggi che non sai a quale ore del giorno o a quali anni appartenga. In questo teatro senza età scorrono le sezioni del libro in un continuo voler restare sulla ferita che non ci pensa proprio a guarire e dove l’io lirico a volte compie un’operazione di incontro con l’altro attraverso l’immedesimazione in personaggi preferibilmente femminili come la pittrice Suzanne Valadon con “un figlio folle che voleva insegnarmi i colori” oppure come Medea che sa bene che “al centro sta la cecità del dolore / la parola che non calma e questo vento”.
Nelle prime sezioni il poeta si aggrappa ad una ringhiera senza fiori che appaiono dipinti su un muro e con loro vuole sottrarsi al tempo, alla luce e al cemento delle case che rompono l’orizzonte. È un canto di fine inverno senza argini “resistendo all’ossessione / di nulla amare, prendere fermare”, dove forse il finale di stagione è solo la scusa di una speranza che non smette mai di sopirsi e che è sottolineata dal tempo infinito dei tre verbi che ad ogni nostro risveglio danno continuità alle fiabe notturne e al mondo reale fuori di noi. Ma è anche un ritorno fatto di accoglienza, di foglie che “si stringono al graticcio / come il cane alla gamba” e di “paura dietro l’innocenza”.

Al risveglio apro la tenda, se è primavera
Guardo oltre i vetri, allungo il braccio,
Strappo una foglia. È tutto qui,
In quest’aria che nuovamente invoglia.

A un capo vibrano le “Frequenze libere” intese come promessa di mantenere in piedi quel ponte invisibile e sospeso sul vuoto costruito dalla reciprocità degli sguardi tra due amanti quasi fossimo in un luogo sicuro e non importa se invece è pura illusione. All’altro si trova la “chimica dell’abbandono”, il vuoto di chi ci ha lasciato in eredità “un fragile odore / di morte”, case lasciate e ritrovate con nuovi inquilini, il viaggio di chi parte (o magari torna) e di chi resta sperando forse in una solitudine condivisa, ma di certo non con tutto il mondo che “hai lasciato in queste mani vuote”.
E allora non resta che scrivere ai morti e così il poeta scende nell’Ade, “Novembre, ripetevi, ha i colori / più belli e poi non riesco più a parlarti” è il preludio a “cinque poesie” dove in un continuo tentativo di rinviare la morte Deidier porta con sé un inevitabile futuro fasullo sapendo che prima o poi “la fibra cede” lasciando impresso negli occhi di chi sopravvive quell’identico sorriso di chi se ne va.

Siamo un territorio fluido, una città fantasma,
Siamo questa fuga verticale,
Una seconda tana dove si trascinano
Le spoglie di una notte mai abitata-
O notte senza ascolto
O lucida sostanza del mio nulla.

Nel silenzio delle pause c’è la promessa di tornare leggeri a patto di togliersi dai piedi quella zavorra che ci rallenta e non ci aiuta a scavalcare “le mura da abbattere” sopra le quali trasvola una “musica che entra(va) dovunque / a scandire le marce e le soste” e dove il poeta è Giosuè, “una luce sull’orrore, / una torcia minuscola sul buio”.
E infatti Deidier lavora nel buio senza più punti di riferimento proprio laddove la luce sembra implodere in un buco nero che annulla il tempo. Tutto ciò che resta, allora, non è che un ologramma del passato, come recita la sezione “in corsa sul treno fantasma”, un cane stanco o una memoria in un non luogo dove “i mattoni ingannano gli anni” che intanto passano ancora attraverso la dicotomia tra la leggerezza del corpo e i passi pesanti.
E si va avanti così, privi di ogni aderenza ai punti cardinali e con il concetto ormai perduto del tempo che si rincorre come un’onda che cresce e si gonfia nell’immensità del mare e sposta ora in alto ora in basso l’orizzonte definito “un alfabeto in viaggio”, “una città mentale” che galleggia come Venezia con il suo odore di putrefazione oppure come una barca che prima o dopo arriverà al porto “perfettamente allineata alla banchina”. E se non è una nave è un treno fantasma, “scheggia impazzita di un pensiero fisso” in fuga dalle nostre origini con la distanza già scritta sul nostro biglietto di viaggio come se la direzione fosse pre-destinata da un dio, che se c’è abbaia.
In realtà in queste pagine una scelta ben precisa e soprattutto libera emerge dalle pareti buie di una ferita profonda che ci spinge a vedere oltre noi stessi ed è figlia o causa del desiderio infinito e circolare di amare, sostare e il più delle volte errare, nei significati antichi e umani di vagare e di fallire e, per quanto possa sembrare il contrario ad un occhio superficiale, incrementa la nostra semplice voglia di continuare a vivere.

(Questa poesia si è persa per pigrizia.

La storia è questa: scrivo sull’ultima
Pagina bianca di qualche libro
E il più delle volte non ricopio.

La storia è questa: un nugolo di voci
Che non parlano
Dal fondo di uno schermo o di una piazza

E il più delle volte…)

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