Irene Sabetta, due testi da ” Il mondo visto da vicino” con una nota di Marcello Carlino

Di MARCELLO CARLINO

Il pensiero, incontinente, che si dispiega disforico a trovare parole in cui comunicarsi, la forza – un empito, un impulso di vita, l’energia del creare come già nelle estetiche tra Ottocento e Novecento – che s’espande a cercare la forma: questi movimenti sono di premessa, e sono pure di scorta, al farsi dei versi di Irene Sabetta; e il testo a momenti, con consapevolezza metalinguistica, ne rilegge la direzione, il corso.
Se discinesie, se sbandamenti, se torsioni o increspature sintattiche – con alterazioni del ritmo – sono le risultanze di questa tensione verso un’espressione che consista; e se le parole e le forme configurano conquiste che si perdono e dileguano, orizzonti che s’allontanano, Marcia di avvicinamento rimette indietro le lancette del tempo, riportando sulla pagina la mappa di un viaggio di ricerca (un viaggio già tentato, un viaggio che necessariamente si dura a ritentare) che parte dall’origine: dall’infanzia dell’esistenza e dall’infanzia della letteratura, quando spuntano le gemme delle idee, le più vive e promettenti, delle quali resta però un’eco, l’eco di un problematico succedersi e di un lasco legarsi. E resta una ineludibile evanescenza, la traccia di un eternamente ritornante incominciamento senza fine.
Non più il canto, ma un volo di notte che è viaggio tra le ombre, sull’onda di un pensiero emotivo che tracima, considerandosi instabili oramai le astrazioni determinate della conoscenza: viaggio tra affioramenti di segni dal profondo e lampi di un vissuto e di una energia desiderante che s’accendono nell’oscurità per subito spengersi. Certo è così il viaggio nella poesia, il viaggio della poesia; e forse non esiste altro viaggio.
L’Usignolo modula in controcanto quest’altra chiosa metapoetica, una ulteriore nota confirmatoria della disposizione malinconica dei versi di Irene Sabetta.

Marcia di avvicinamento


Quando il pensiero
non trova le parole
e gratta la corteccia e si dimena,
una forza semi-occulta
si palesa
in cerca di una forma.
Tentativi del bambino
di inghiottire la tristezza
con le lacrime
quando lontano da casa
teme l’abbandono.
Paura da trattenere, qualcosa da inventare.
Polvere d’oro sparsa
sulla tavola rotonda
e i cavalieri, ad uno ad uno,
sfilano al galoppo,
bersagli da centrare.
Fui qualcuno nel passato?
Sarò poeta nel futuro?
Basterà la polvere di stelle
ad insabbiare millenni di conchiglie vuote?
Sulle spiagge della Cornovaglia
approdo al riflesso
sull’acqua di un’idea,
alla figura di un’idea,
al colore residuo di un’idea,
all’eco di un’idea cantata,
alla sagoma luccicante di un’idea.
E’ l’dea di Re Artù,
idea padre e madre
di una dinastia di idee.

*

Usignolo

La forma del mondo
non ti precede
e neanche ti accoglie
con collane di fiori
ai piedi della scaletta.
E tu non precedi la forma.
Nessun architetto ha firmato il progetto.
Nel gelo dell’inverno
il chiarore del pensiero
risplende sulle montagne
e annichilisce ciò che non si adatta.
Mortali i sensi e gli uccelli.
La forma baratta il metodo con la complicità.
E tu non essendo complice ti disfi di metodo e forma.
Come un usignolo,
voli di notte e non canti.

(Da Il mondo visto da vicino, Il Convivio Editore 2020)


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