Quattro prose poetiche di Gianluca Pavone

Di GIANLUCA PAVONE

SPAZIO UNIVERSO

Un tempo, sotto la matita, c’era l’isola. Un non luogo che rimpiccioliva come occhi alla sera. Ci dicevano che questo Universo di soli e mondi era solo una visione e che non c’erano nomi né passato, avvenire. Esisteva questo istante dove il cielo era in scena, la clessidra, e quel che è nei cieli deve rimanere nei cieli. Lì, di notte, a volte scorgo la tua luce che una volta circondava il corpo e l’anima che lottava. E’ tempo che io vada, che ogni passo lasci il bosco un po’ più nudo. Per ogni fuoco. Per ogni canto.

E’ QUESTO CONFINE, M’APPARE

E’ questo confine, m’appare. Splendido cormorano con dentro un bianco potere. Impareremo presto ad amare la bella lotta della tortora tra le parole chiare che lampeggiano, i tempi del caso frullanti, che contornano. L’alba che giunge – nuova – è già scintilla che innesca pianeti leggeri ingemmati, i venosi sentieri delle foglie aperte e le persiane più verdi o il nocciolo del buio. E basterebbe già questo. E poi io, dentro, palpitando universi: piccolo uomo interrotto da colpi di piccone.
E attorno a me la notte limpidissima che m’oscura.
E puntuale s’inventa.

EPPURE SOFFIA, SI CONTRAE

Eppure soffia, si contrae: qualcosa comincia nel cielo. Aliti e tramonti. Cieli in braille, interrogatori a petto nudo sfidando l’occhio del sole.
Teoria del come. Teoria del dove. Una voce imbevuta d’azzurro dice: “Il servizio è sospeso”. Si aspetta, non si parte mai. Movimenti rampicanti a diesel, tegole arroventate dalle lenti del binocolo puntate da un fotoreporter sui tetti, sui cortili. Il delitto Thorwald, l’indagine.
Nelle fotografie scolastiche il tuo sguardo è distratto nell’altrove: qualcosa vive ancora nella tua testa. Tarme che divorano gli anni migliori. Alto voltaggio, Infernetto. Ogni cielo ha la sua scatola nera da qualche parte. E tu resterai qui, ad affondarti nel cuscino. Tra allucinati campi di fragole e piste di ghiaccio dove scivolano i denti di un pettine. La tua terraferma di ogni sonno, dove attraversi i morti a sassate chiamando a rapporto il profilo di un padre. Contrasti, sbavature. Un finale di crampi. Poi più nulla.

BISOGNA IMBARCARSI

Heidegger diceva che la questione della vita non si appiana mai se non esistendo. E oggi ti giri i pollici guardando la luce che filtra dalle tende, mentre fuori nelle strade del quartiere si consumano tutte le suole delle scarpe attorno ai bancali del pesce persico, attorno al portamento eretto dei ranuncoli dell’Asia. Lo so che cerchi le impronte del postino sulle buste delle lettere precipitate nella cassetta della posta. Che immergi gli occhi sul cursore del laptop e li dimentichi lì, mentre squilla il telefono dall’altro capo della stanza e qualche ratto raschia i denti contro un filo di rame giù in strada. Suoni ancora il flauto di Pan? Aria: parola necessaria. Nel sollevamento del montascale sibilo, aria rimestata. T’immagini? Fare il surfer sulla variegatura della zuppa inglese che tracima dalla coppa d’acciaio. Oppure anelli di fumo grandi come ciambelle di salvataggio che si disintegrano a contatto con il magnete della Tate Gallery sul frigorifero con furia o indifferenza. Bisogna imbarcarsi. Dimenticando ogni pontile, ogni anfratto dove la luce gioca con la rifrazione. Appena sbocciati dal ventre della vita precipitiamo piano nel ventre della morte. Dall’aria decompressa del montuoso alla detonazione del rilascio nella confluenza delle cosce. Non si cambia lo stato della natura: nasciamo e moriamo con gli occhi chiusi.

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Gianluca Pavone è nato a Bari il 29 maggio 1975. Alcuni lavori sono stati pubblicati su antologie (Il gioco di Soren/Giulio Perrone Ed.) e riviste come Poeti e Poesia di Elio Pecora (La stanza bianca/Segnalazioni). La prima raccolta di poesie, “Esercizi di vuoto” (L’Erudita Ed./Giulio Perrone) risale al 2018. Nel 2019 la pubblicazione per le edizioni Gattili di Antonio Pellegrino della poesia “Nel nostro amen”, con un lavoro fotografico di Vito Cascella.

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