L’Averno americano: Claudia Zironi sulla poesia di Louise Glück

Di CLAUDIA ZIRONI

Gli Stati Uniti sono un grande Paese ma anche un Paese pieno di contraddizioni e non per forza ciò che è meglio è ciò che arriva più lontano (proprio come in Italia).
Il sistema patriottico-religioso-capitalista-spettacolare-individualista cade e sguazza volentieri nella retorica urlando forte: IO! e si autocelebra.
Dunque anche il panorama poetico si sottomette alle stesse leggi presentandosi vario e contraddittorio.

Questo pensavo aprendo Averno (Il saggiatore, 2020), uno dei libri della poetessa laureata, Pulitzer 1993 e Nobel 2020, Louise Glück (New York, 1943), che mi ha regalato un caro amico per Natale.

Ma facciamo un passo indietro.

Non conoscevo Glück prima che ricevesse il Nobel per la letteratura – con una motivazione critica un po’ banale: “per la sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende universale l’esistenza dell’individuo”.
Come tutti gli amanti della poesia, appreso della vittoria, fiera anche che fosse una donna oltre che una poetessa ad esserne stata insignita, mi sono gettata alla spasmodica ricerca di suoi testi nel web – velocemente fruibile e in quel momento surrogato di una bibliografia italiana che pareva inesistente – e ho letto una ventina di poesie: una delusione dopo l’altra per il mio gusto diversamente orientato.

Tramonto
La mia grande felicità/ è il suono che fa la tua voce/ chiamandomi anche nella disperazione; il mio dolore/ che non posso risponderti/ in parole che accetti come mie.// Non hai fede nella tua stessa lingua./ Così deleghi/ autorità a segni/ che non puoi leggere con alcuna precisione.// Eppure la tua voce mi raggiunge sempre./ E io rispondo costantemente,/ la mia collera passa/ come passa l’inverno. La mia tenerezza/ dovrebbe esserti chiara/ nella brezza della sera d’estate/ e nelle parole che diventano/ la tua stessa risposta. (da L’iris selvatico)

Inizio di Dicembre a Croton-on-Hudson
Lance di sole. Lo Hudson si/ Scheggia di ghiaccio./ Sento i dadi d’osso/ Della ghiaia nel vento scricchiolare. Pallida/ D’osso, la neve recente/ Aderisce come pelliccia al fiume./ Stasi. Partivamo per consegnare/ Regali di Natale quando scoppiò la gomma/ L’anno scorso. Sopra le morte valve pini cimati/ Da un temporale stavano, i rami spogli…/ Ti voglio. (da Primogenito)

L’iris selvatico
Alla fine del mio soffrire/ c’era una porta.// Sentimi bene: ciò che chiami morte/ lo ricordo.// Sopra, rumori, rami di pino smossi./ Poi niente. Il sole debole/ tremolava sulla superficie secca.// È terribile sopravvivere/ come coscienza/ sepolta sulla terra scura.// Poi finì: ciò che temi, essere/ un’anima e non poter/ parlare, finì a un tratto, la terra rigida/ un poco curvandosi. E quel che mi parve/ uccelli sfreccianti in cespugli bassi.// Tu che non ricordi/ passaggio dall’altro mondo/ ti dico che seppi parlare di nuovo: tutto ciò// che ritorna dall’oblio ritorna/ per trovare una voce:// dal centro della mia vita venne/ una grande fontana, ombre blu/ profondo su acqua di mare azzurra. (da L’iris selvatico)

Ho pensato che forse le traduzioni non rendessero giustizia ai testi, si sa che tradurre è tradire e che non sempre la traduzione rende felicemente i testi poetici. Ma dopo avere reperito alcune poesie originali – certo intensa lettura – non mi è venuta voglia di acquistare un libro intero e ho superficialmente rubricato Glück – non trovandoci neppure il fascino dello stile confessional – come “poetessa lirica”, immaginandola uno dei tanti fenomeni nati dai giochi delle relazioni e del potere.

The Past
Small light in the sky appearing/ suddenly between/ two pine boughs, their fine needles/ now etched onto the radiant surface/ and above this/ high, feathery heaven—// Smell the air. That is the smell of the white pine,/ most intense when the wind blows through it/ and the sound it makes equally strange,/ like the sound of the wind in a movie—// Shadows moving. The ropes/ making the sound they make. What you hear now/ will be the sound of the nightingale, Chordata,/ the male bird courting the female—// The ropes shift. The hammock/ sways in the wind, tied/ firmly between two pine trees./ Smell the air. That is the smell of the white pine.// It is my mother’s voice you hear/ or is it only the sound the trees make/ when the air passes through them/ because what sound would it make,/ passing through nothing? (from Faithful and Virtuous Night, Farrar, Straus and Giroux, 2014)

The Red Poppy
The great thing/ is not having/ a mind. Feelings:/ oh, I have those; they/ govern me. I have/ a lord in heaven/ called the sun, and open/ for him, showing him/ the fire of my own heart, fire/ like his presence./ What could such glory be/ if not a heart? Oh my brothers and sisters,/ were you like me once, long ago,/ before you were human? Did you/ permit yourselves/ to open once, who would never/ open again? Because in truth/ I am speaking now/ the way you do. I speak/ because I am shattered. (from The Wild Iris, Ecco Press, 1992)

Averno è arrivato comunque gradito per tutto il patrimonio emozionale che un regalo a sorpresa porta con sé e per quanto giunge dal registro comunicativo a lui sotteso (Amico mio, se stai leggendo, sappi che anch’io ti voglio bene e che tengo in grande conto le tue opinioni).
E ci ho trovato del buono, dell’autentico, seppur sempre filtrato dalla cinepresa americana e annegato in un guazzabuglio di flussi di coscienza e di effetti speciali sottotraccia. Il percorso di psicanalisi, l’ambito mitologico, amato da Glück e dal quale lei spesso prende a prestito i personaggi (in Averno in particolare viene chiamata Persefone ad affrontare e scardinare il significato di essere donna in questo mondo) mi hanno convinto.
Ne ho apprezzato la traduzione di Massimo Bacigalupo.
Alla fine del libro, rivalutando l’autrice – e anche per affezione: sono sentimentale e pagina dopo pagina ho provato attaccamento – io pure ne ho comprato una copia da regalare.
L’ampia produzione di Glück, nonostante la disillusa premessa, sarà per me oggetto di ulteriore lettura in futuro, così come continuerò a guardare con piacere e occhio critico le produzioni hollywoodiane.

Per altro sguardo sulla poesia americana, vi invito a leggere questo recente articolo di Jessy Simonini.
Vi invito anche a leggere i poeti americani più in vista nel sito Academy of American Poets.

Propongo ora le poesie da Averno che mi hanno convinto maggiormente.

Da Averno (2006, Il Saggiatore ed., 2020)
in traduzione italiana di Massimo Bacigalupo

Ottobre

1.

È di nuovo inverno, è di nuovo freddo,
non è Frank appena scivolato sul ghiaccio,
non è guarito, non si sono sparsi i semi primaverili

non è finita la notte,
il disgelo non ha
inondato i fossi stretti

il mio corpo non è stato
salvato, non era sicuro

non si è formata la cicatrice, invisibile
sulla ferita

il terrore e il freddo,
non sono appena finiti, il giardino dietro
non è stato vangato e seminato –

ricordo la terra al tatto, rossa e densa,
in solchi rigidi, non si sono sparsi i semi,
le viti non si sono arrampicate sul muro a sud

non riesco a sentire la tua voce
per i gemiti del vento, che sibilano sulla terra nuda

non mi importa più
che suono fa

quando ho dovuto tacere, quando dapprima è parso
senza senso descrivere quel suono

com’è il suono non può cambiare cos’è –

non è finita la notte, non era la terra
sicura quando è stata seminata

non abbiamo sparso i semi,
non eravamo necessari alla terra,

le viti, sono state vendemmiate?

*

Prisma

20.

Una notte in estate. Suoni di un temporale d’estate.
Le grandi placche che cambiano e scorrono invisibilmente –

E nella stanza buia, gli amanti che dormono l’uno nelle braccia dell’altro.

Siamo, ciascuno di noi, quello che si sveglia prima,
che si scuote prima e vede, là nel primo albore,
lo sconosciuto.

*

Averno

1.

Muori quando il tuo spirito muore.
Altrimenti, vivi.
Puoi non farcela al meglio, ma tiri avanti —
non hai altra scelta.

Quando lo dico ai miei figli
non prestano attenzione.
I vecchi, pensano —
fanno sempre così:
parlano di cose che non si vedono
per coprire tutti quei neuroni che perdono.
Ammiccano fra loro;
senti il vecchio, parla di spirito
perché non ricorda la parola per sedia.

È terribile essere soli.
Non intendo vivere soli —
essere soli, dove nessuno ti sente.

Ricordo la parola sedia.
Voglio dire — è solo che non mi interessa più.

Mi sveglio pensando
devi prepararti.
Presto lo spirito si arrenderà —
tutte le sedie del mondo non ti aiuteranno.

So cosa dicono quando sono nell’altra stanza.
Dovrei vedere uno specialista, dovrei prendere
uno dei nuovi farmaci per la depressione?
Li sento che discutono, sottovoce, come dividere le spese.

E voglio gridare
vivete tutti in un sogno.

Basta e avanza, pensano, vedermi perdere colpi.
Basta e avanza senza le lezioni che gli faccio questi giorni
come se avessi diritto a nuove informazioni.

Bene, loro hanno lo stesso diritto.

Stanno vivendo in un sogno, e io mi sto preparando
a diventare un fantasma. Voglio gridare

la nebbia si è diradata —
È come una vita nuova:
non dipendi dalla conclusione;
conosci la conclusione.

Pensaci: sessant’anni seduta su sedie. E ora lo spirito mortale
che vorrebbe così apertamente, così temerariamente —

Sollevare il velo.
Vedere a cosa stai dicendo addio.

*

Louise Glück è nata a New York il 22 aprile 1943 ed è cresciuta a Long Island. È autrice di numerosi libri di poesia, tra cui Faithful and Virtuous Night (Farrar, Straus e Giroux, 2014), che ha vinto il National Book Award in Poetry 2014; Averno (Farrar, Straus e Giroux, 2006), finalista per il 2006 National Book Award in Poetry; e Vita Nova (Ecco Press, 1999), vincitore del Bingham Poetry Prize della Boston Book Review e del New Yorker’s Book Award in Poetry. Nel 2004, Sarabande Books ha pubblicato la sua poesia in sei parti “October” come libro di testo. I suoi altri libri premiati includono The Wild Iris (Ecco Press, 1992), che ha ricevuto il Premio Pulitzer e il William Carlos Williams Award della Poetry Society of America; Ararat (Ecco Press, 1990), per il quale ha ricevuto il Rebekah Johnson Bobbitt National Prize for Poetry della Library of Congress; e Il trionfo di Achille (Ecco Press, 1985), che ha ricevuto il National Book Critics Circle Award, il Boston Globe Literary Press Award e il Melville Kane Award della Poetry Society of America. Glück ha anche pubblicato una raccolta di saggi, Proofs and Theories: Essays on Poetry (Ecco Press, 1994), che ha vinto il PEN / Martha Albrand Award for Nonfiction. I suoi riconoscimenti includono il Bollingen Prize in Poetry, il Lannan Literary Award for Poetry, un Sara Teasdale Memorial Prize, la MIT Anniversary Medal e borse di studio delle Fondazioni Guggenheim e Rockefeller e dal National Endowment for the Arts. Vincitrice del Premio Nobel per la letteratura 2020, Glück è stata eletta Cancelliere dell’Accademia dei poeti americani nel 1999. Nell’autunno del 2003, è stata nominata dodicesimo poeta laureato consulente in poesia della Biblioteca del Congresso. È stata giudice della Yale Series of Younger Poets dal 2003 al 2010. Nel 2008, Glück è stata selezionata per ricevere il Wallace Stevens Award per la maestria nell’arte della poesia. La sua collezione, Poems 1962-2012, è stata insignita del Los Angeles Times Book Prize 2013. Nel 2015 le è stata conferita la medaglia d’oro per la poesia dall’American Academy of Arts and Letters. Attualmente, Glück è scrittore residente della Yale University.

Un pensiero su “L’Averno americano: Claudia Zironi sulla poesia di Louise Glück

  1. Grato, so che non è sempre facile avere un rapporto con la poesia tantomeno parteciparlo perchè diversamente dall’ essenzialità migliaia e miliardi si moltiplicano esaurendosi, ma un atto critico nell’ atto è la vita.

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