FAD GADGET: umanesimo elettronico. Un saggio di Roberto Franco

Di ROBERTO FRANCO

Più si vanno a rileggere i particolari della biografia di quel breve intenso fenomeno che si diede il nome di Fad Gadget, più si ha la strana impressione che esso, in qualche modo, non avrebbe dovuto esistere. Era una sorta di frutto completamente a sé stante di quella stagione – il passaggio dal punk al postpunk in Gran Bretagna – densa e imprevedibile, ma in fondo quasi istantaneamente ordinata o comunque sviscerata e dialettizzata da una stampa musicale pressoché onnipotente, Viziata infine da un feroce senso di appartenenza che presto si sarebbe trasformato in sentimento di coolness, fino ad accompagnare la decadenza del genere nei più stanchi stereotipi da popstar.

Anche la Mute, la label che avrebbe conquistato le vette dell’Olimpo discografico soprattutto nel campo della musica elettronica, nasce per caso. Dopo essere stato aspirante filmaker e deejay in Svizzera, l’incostante giovane ebreo di classe medio-bassa Daniel Miller, con l’appoggio di Geoff Travis della Roungh Trade, dà alle stampe nell’ottobre ’78 (con il moniker “The Normal”) l’oscuro singolo T.V.O.D /Warm Leatherlette, senza essere mai stato a contatto con nessun altro musicista  importante. Si tratta di due pezzi synthpop acri e nervosi, freddi come il ghiaccio; ipercinetico il primo quanto ossessivo e disturbante il secondo. Stampato in 500 copie iniziali, il 7″ giungerà a venderne 30.000.

Daniel Miller ha gusti personali molto precisi e peculiari. Tra i suoi artisti favoriti vi sono Can, Faust  Klaus Schultze e altre formazioni krautrock prima che fossero rovinati dalla Virgin e dalle altre major (1) mentre non apprezza Brian Eno, all’epoca punto di riferimento per tutta la wave elettronico-sperimantale, perché trova la sua musica troppo vicino al muzak (2). Ha sempre pensato alla chitarra come uno strumento come altri. Per via della sua spigolosità e ombrosità, non è incredibile che sia divenuto l’uomo del destino di Fad Gadget. 

Frank Tovey è un giovane artista ancora confuso su quale direzione prendere. E’ ossessionato dalla musica di David Bowie, Marc Bolan, Lou Reed e Iggy Pop (3). Frequenta una scuola d’arte a Leeds, dove pratica soprattutto mimo e performance-art. Appassionato delle trasmissioni di John Peel, conosce là alcuni futuri importanti musicisti post-punk locali.

E’ il 1978 quando torna a Londra in un appartamento condiviso con la fidanzata Barbara Frost e il coinquilino Edwin Pouncey, giornalista musicale e vignettista per il New Musical Express.

Comincia a provare in un armadio, di notte, con un economico piano elettrico, una drum machine e un registratore. Le tracce che ne vengono fuori, più oscure e selvagge dei brani ne svilupperà in seguito, sono le prime bozze di State Of The Nation, Salt Lake City Sunday, Coitus Interruptus, Back To Nature e, ovviamente, di quella The Box che proprio alla succitata claustrofobica esperienza è ispirata. Nel frattempo Miller, come “The Normal”, inizia un tour coadiuvato da Robert Rental, essendosi ormai ambientato nel giro dell’elettronica sperimentale e industrial, ma è ancora confuso sul da farsi. I demo di Frank Tovey, che gli porta direttamente Pouncey, lo convincono a mettere sotto contratto il misterioso artista che pare venuto dal nulla, Così nasce la Mute.

Il moniker Fad Gadget sembrasia nato per scherzo, parodiando il nome di un prodotto da supermercato e, come affermerà Tovey, per non dirigersi verso nulla di pretenzioso.

E in effetti, benché i primi due singoli a nome Fad Gadget (già curatissimi e molto arty nellartwork) siano due perle synthpop con pochi rivali all’epoca, hanno qualcosa di peculiarmente fuori fase per il tempo: il primo, il fortunato Back To Nature (con The Box come lato b) è una spassosa satira su coloro che, desiderando “tornare alla natura” portano in campeggio tutte le comodità moderne. Il brano è una germinazione continua di rumori elettronici disturbanti alla Eno primissima maniera, che si mescolano a una potente sequenza sonora, sempre elettronica, sulla quale si sviluppano le strofe di Tovey; Ricky’s Hand è invece un’eccitante e ipercinetica ballata per synth, voce e trapano elettrico dal riff irresistibile, che satireggia in pochi versi un ubriacone da bar; otterrà un successo ancora maggiore del precedente e diverrà una hit al Blitz e in altri dancefloor.

Quindi niente alieni, robot, radiazioni, uomini del futuro. Nulla di ciò che all’epoca sia associato al nascente synthpop, ma liriche umili, senza grandi pretese. Questo discrimine si allargherà sempre più invece di dissolversi, ma nessuno può sospettarlo in quella primavera del 1980, quando la strada del successo, per il musicista, sembra pressoché spianata.

Se finora, nelle esibizioni dal vivo, Fad Gadget era stato una one-man-band con numerosi limiti nella mobilità sulla scena, ora il performer assolda due musicisti belgi, Philipe Wauquaire e Jean-Marc Lederman ai synth, per avere mano libera sul palco. I suoi show, in cui appare truccato, sono incendiari.   

Affermerà il suo amico e compagno di etichetta Boyd Rice: “Era un grande performer. Per gli altri musicisti fare musica elettronica significava una cosa tipo rimanere (sul palco, ndr) freddi e senza emozioni, mentre lui era sopra le righe, correva intorno al pubblico gridando, urlando in direzione della gente. Non penso che fino ad allora si fosse visto nulla del genere nell’ambito del pop elettronico” (4) 

Fad Gadget salta in mezzo al pubblico, rotola sul pavimento, si infila il microfono nella gola, si appende a quanto trova (una volta farà crollare il soffitto), si rompe le costole e torna sul palco carponi, attraverso un tunnel, per completare l’esibizione. Se Frank Tovey nella vita normale è una persona tranquillissima, che evita addirittura di farsi un piercing, sul palco, previo un colossale sforzo di autodisciplina e concentrazione, diventa l’incontenibile demone Fad Gadget. La gestione di questo difficilissimo dualismo può fornire una spiegazione ulteriore alle decisioni che prenderà nell’84-’85 in merito alla sua carriera.

Fireside Favourite, titolo del singolo che annuncia il quasi omonimo lp d’esordio (si intitolerà Fireside Favourites, al plurale), significa più o meno la preferita del focolare, e la canzone che risponde a questo nome è una feroce satira sulla sessualità borghese e l’ipocrisia del matrimonio, Se però all’epoca poteva sorprendere e affascinare che un blues morrisoniano potesse essere declinato in forma synthpop, oggi il brano colpisce per la sua pochezza. Ma è l’unica pecca di un album grandioso, che rivela un artista mai più così puro e istintivo.

Come produttore Tovey sceglie quello della casa, Eric Radcliffe, che lavorerà anche per Yazoo e Depeche Mode e che nell’album suona alcuni strumenti acustici; è affiancato da John Fryer, allora ancora suo assistente. Nick Cash è alla batteria mentre Daniel Miller contribuirà ad alcune parti percussive ed elettroniche.

L’album è synthpop, ma distante dalla musica di Gary Numan o Human League; appare più influenzato dalla violenza brada di punk e industrial. Esordisce con Pedestrian, un pop elettronico sincopato con un delizioso riff di synth e percussioni multiple e ossessive: è un attacco alla Civiltà delle automobili e le cui liriche, come molte di quelle di Tovey in questo periodo, paiono eccessivamente ideologiche e  monotone rispetto alla vivacità della musica; accade anche nella gelida Newsreel, musicalmente quasi una perla di wave minimale, che se la prende con i telegiornali. Fanno meglio a livello di testi la cupa e minacciosa State Of The Nation, dalle sonoritàche oggi potremmo definire industrial, uno dei due-tre capitoli migliori del disco, e il febbrile attacco ai mormoni e alla loro ipocrisia della filastrocca convulsa Salt Lake City Sunday.

Se The Box è inserita in una versione meno concitata e più meditativa di quella della b-side di Back To Nature, è l’inquietante Coitus Interruptus, sorta di funk elettronico sterilizzato e ipnotico, crudelissima ode alla pratica che dà il titolo al brano (che termina tra rantoli e ululati) lo zenit del disco. Diverrà inoltre il miglior cavallo di battaglia dal vivo di Fad Gadget, insieme a Lady Shave, per la sua implicita teatralità quasi artaudiana.

Chiude il tutto l’onirico strumentale Arch Of The Aorta, che sviluppa un mid-tempo intrecciato a note statiche in un procedere allo stesso tempo esausto e germinale.

L’album, a differenza dei singoli precedenti, riceverà un’accoglienza critica non unanimemente positiva, ma otterrà un lusinghiero posizionamento nelle chart indipendenti

Il 1981 è’ inaugurato, a marzo, dal 7” Make Room, un funk selvaggio con l’ex Wire Robert Gotobed alla batteria, dal tema elettronico di grande efficacia e dagli arrangiamenti più mainstream del solito. E’ però è la b-side Lady Shave a fare la Storia: si tratta della clinica, angosciosa descrizione di una donna che si depila, in un gelido incedere elettronico che suggerisce una violenza trattenuta, finché la voce tesissima di Tovey non esplode in un “Shave It!”. E’ in questa brano che Fad Gadget raggiunge l’apice del suo ideale doorsiano-velvettiano di rappresentazione; lo piscodramma è lucido e apparentemente perfetto, e darà luogo a esibizioni leggendarie durante le quali l’artista si coprirà  testa e torso nudo di schiuma da barba per poi strapparsi violentemente capelli, peli delle ascelle e peli del pube.

Ho affermato che lo psicodramma è “apparentemente perfetto” poiché, sia dal testo del brano sia da successive dichiarazione dell’autore, emerge che Tovey ha davvero inteso creare una canzone-manifesto di protesta contro le pressioni sociali che portano all’obbligo implicito, per le donne, di depilarsi. Che un argomento del genere, che non immaginerei francamente poter dar vita nemmeno a una parodia di una Heroin, possa essere stato alla base di una creazione musicale-teatrale di così alto livello, suggerisce  forse qualcosa su un dualismo conflittuale che è in Tovey;  la lotta tra l’aspirazione a una normale vita adulta, magari da folksinger politically correct quale diverrà, e l’attrazione verso la follia totale dell’alter ego Fad Gadget.

L’inquietudine di Tovey è anche legata a temi strettamente musicali. E’ in questo periodo che inizia a trovare nuove fonti di ispirazione quali i canti gregoriani e i Carmina Burana di Carl Orff. Per virare verso una struttura più corale e ancestrale assegna ai backing vocals Barbara Frost e Anne Clift e suona strumenti non scontati, come una bombarda cinese, un sassofono e un flauto, oltre ad arricchire l’organico con Peter Balmer al basso e alla chitarra ritmica e David Simmonds al piano.

Sulla copertina di Incontinent, il nuovo album, Fad Gadget appare come Punch, il tradizionale sadico burattino e/o maschera inglese protagonista delle tradizionali rappresentazioni di Punch and Judy. Anton Corbijn, di cui l’artistadiverrà uno dei soggetti preferiti, firma la copertina in cui Fad Gadget è travisato nella malefica maschera. Punch rappresenta anche vari personaggi del disco, come ad esempio il capitalista thatcheriano che ha venduto l’anima al Diavolo e riflette in una prigione in King Of The Flies, una sorta di folksong per synth dal refrain elegantissimo e sonorità elettroniche su una base strumentale più lieve, meditata di quelle del disco precedente. Uscirà come singolo in un mix più scabro e efficace e rimarrà una delle poche vette dell’album. Tra queste ultime si può annoverare anche Saturnday Night Special, un dramma surreale a sfondo politico-antropologico, dove Tovey narra, con gran gusto poetico, la circolarità delle azioni e generazioni della specie del tipico macho americano facendone quasi emergere l’inevitabilità dell’orrore; la canzone ha apice in un refrain mistico a più voci, che rappresenta una delle più disorientanti novità del nuovo Fad Gadget. Il tempo è praticamente quello di un walzer. che nel brano è incarnato da suoni sottili, simili a quelli di un clavicembalo, con carezze di synth e battiti di mani. 

Il resto del disco vaga tra cliché fadgadgettiani, pur con arrangiamenti più soft e intelligentemente curati come in Blind Eyes o Swallow It e ben tre strumentali pur validi (tra cui una prova di destrezza di Gotobed), di cui però non si avvertiva il bisogno.

I progetti di rinnovamento di Tovey riescono insomma a metà, e tocca la conclusiva Plain Clothes, un superbo brano pop-rock che tratta della violenza della polizia, a restituirci pressoché intatta la spontanea creatività del musicista.

La nascita del primo figlio e il conflitto delle Falkland segnano la vita e l’arte di Tovey nei primi mesi del 1982. L’artista non ha mai nascosto la sua ripugnanza per il clima di avidità di potere ed edonismo che ha pervaso la Gran Bretagna thatcheriana, inclusa una parte della scena new wave che ora, come suoni e attitudini, si è perfettamente inserita in questa logica di fondo. Per questo è alla ricerca di sonorità esili e controllate, che dovrebbero servire anche a far risaltare le liriche.

Per Under The Flag, questo il titolo del nuovo lavoro che esce a settembre,Tovey sceglie di affiancare a se stesso il solo John Fryer nel ruolo di co-produttore. Per la prima volta decide di usare un sequencer, un Roland MC4 MicroComposer; aumenta inoltre fino a cinque il numero delle coriste (tra le quali figura Alison Moyet), mentre Nick Cash mette mano a un vibrafono e a dei timpani.

L’album riesce nella singolare impresa di tornare da un lato a un synthpop più puro, e dall’altro, di ampliare in maniera grandiosa gli orizzonti musicali di Frank, sulla scorta delle intuizioni presenti nello stesso Incontinent.

L’incipit, Under The Flag I, è folgorante. Un sublime tema di sequencer accompagna l’amara narrazione, breve ed efficace, di un ragazzo di una famiglia disagiata che finisce per arruolarsi. Ma già con la poetica Scapegoat avviene un rilevante cambiamento: nonostante l’efficace base synthpop, la canzone si dipana in un gioco di cori e di ritornelli, maschili e femminili, che hanno qualcosa di estasiante e come fatale.

Ancora più estrema nel visitare atmosfere celestiali è Plainsong, cantata a cappellada Tovey e le coriste. Il titolo (canto gregoriano) non lascia dubbio sull’ispirazione della miracolosa armonia, anche se le liriche parlano invece del disgusto che il soggetto della canzone prova assistendo a qualcosa che è presumibilmente un coro in una chiesa. Evidenti i riferimenti all’lipocrita vacuità del cristianesimo piccolo-borghese (The people seem to revel in thei own bad tasteand anplify their emptinessglorify ther mindlesness).

L’apice della poesia lo raggiungono però forse l’antimilitarista The Sheep Look Up, dal coro lineare e dolente, e la tenerissima Cipher, una delicata canzone d’amore che ha come tema la censura delle lettere dei militari: in questi due brani gli arrangiamenti raggiungono una tale raffinatezza malinconica da ricordare in qualche modo i Joy Division di Closer. Chiude l’lp l’amarissima Under The Flag II, cantata da Tovey con voce strozzata, dove emerge un sentimento è di nausea e annichilimento derivante dal cantare stesso di antimilitarismo.

Come singolo d’apertura viene scelta Life On The Line, una vigorosa romantica pop song dai suoni quasi neoclassici, nonostante il testo sarcastico e pessimista. Come secondo, in luogo della morbosa ma irresistibile Love Parasite, un synthpop talmente immediato e incantevole che occorre tornare a Ricky’s Hand per trovare qualcosa di simile, viene inspiegabilmente licenziata l’affascinante ma non certo particolarmente commerciale For Whom The Bells Toll, che ovviamente fallisce nel raggiungere le chart nazionali. Love Parasite  verrà invece relegata sul lato b e diverrà un classico dei dancefloor. Troppo poco, troppo tardi.

Dopo aver partorito un capolavoro come Under The Flag, Tovey si trova alla fine di percorso, ma in un certo modo è come se fosse rimasto al punto di partenza: con un figlio a carico, è ancora costretto a vivere delle vendite del back catalogue. Nonostante tutte le potenziali hit pubblicate, non è riuscito a sfondare per davvero. In più in certi ambienti non è considerato cool. Lo stesso John Peel, tanto ammirato in passato, non lo ha mai chiamato per una trasmissione.

Dopo l’uscita, nell’autunno ’83, dell’elegante singolo I Discover Love, con numerosi ospiti tra cui l’ex Birthday Party Rowland S. Howard, a febbraio dell ’84 vede la luce Gag, il quarto e ultimo album di Fad Gadget (e “Fad Gadget”ora, forse per sottolineare una svolta più rock, diviene il nome dell’intera band) che è registrato a Berlino agli Hansa Studio. La copertina è costituita nuovamente da un geniale scatto di Corbijn che coglie l’artista coperto delle piume che è solito appiccicare al corpo durante gli show. Si tratta del lavoro più organico a livello strumentale mai licenziato da Frank e anche, per la prima volta, una cesura netta nel suo percorso evolutivo. E’ molto più aggressivo del precedente e se per una metà è costituito da canzoni synthpop-rock banali, non degne di particolare menzione, per l’altra esibisce almeno cinque gemme degne del Tovey migliore: l’iniziale Ideal World, introdotta dalla chitarra di Rowland S. Howard, è un brano cupo, teso, straziato, che esprime sarcasticamente, nelle belle liriche, il desiderio di fuga in un mondo ideale fatto di nulla; è l’ode a una totale anestesia spirituale. Collapsing New People, uscito come singolo e ispirato dagli Einstürzende Neubauten e alla gioventù alternativa berlinese, è un memorabile brano di industrial pop. Sleep è una ninnananna sospesa tra un suono di carillon, un coro, un violino e percussioni remote, ed è dedicata al figlio. Le liriche lasciano trasparire la profonda amarezza di Tovey per come è andata la sua carriera fino ad ora. La dolcissima The Ring riprende con un tocco più orchestrale l’intuizione romantico-melanconica di Cipher, e ha un testo se  possibile ancora più drammatico. Infine, trascinata da archi luciferini e un doppio basso, cui si aggiungono via via stratificazioni di suoni che rasentano il postindustrial più anticonvenzionale, la frenetica ballata Ad Nauseam, estrema folle surreale ma lucida autoconfessione di Fad Gadget, che chiude l’album e la sua carriera.

Non sono solo i motivi economici a spingere l’artista a gettare la maschera per diventare il più convenzionale musicista Frank Tovey, Anche la responsabilità di essere genitore lo allontana dalla figura intrinsecamente autodistruttiva che aveva così a lungo impersonato.

Easy Listen For The Hard Of Hearing, un album industrial che era stato originariamente registrato nell’81, esce poco dopo a nome Boyd Rice & Frank Tovey come a suggello di tutta la vicenda. Riallacciandosi ai lavori precedenti di Rice, l’opera appare come una panoramica di idee che si situano tra un industrial minimale, come sottotono, e l’ambient, con lievi ma ingegnosi elementi pop. Idee che pur differenti tra loro non rompono mai l’essenzialità d’insieme.

La carriera del Frank Tovey solista si fa presto complicata e contraddittoria. Se Snakes And Ladders (’86) lascia ancora trapelare qua è la una vena ispirata, il più piatto Civilian (’88) fa premonire la svolta country-folk-bluegrass del Tovey successivo, che proseguirà per vari altri album, insieme o senza il duo irlandese dei Pyros, con qualche momento di limpida ispirazione.

Abbandonate le scene per dedicarsi a colonne sonore per teatro d’avanguardia, il musicista tornerà a calcare i palchi grazie alla collaborazione con il giovane gruppo tedesco dei Temple X; con essi finisce per andare in tour supportando i Depeche Mode, suoi ammiratori e compagni di etichetta. Inaspettatamente Fad Gadget torna prepotentemente alla ribalta, ottenendo una cospicua esposizione mediatica. I progetti si accavallano; l’artista, concluse le esibizioni, vuole al più presto mettere mano a un nuovo album.

Ma il 3 Aprile 2002, pochi giorni dopo l’ultima data a Göteborg, Frank Tovey muore stroncato da un infarto.

__________________________

1) “Mute Speak” – Vivien Goldman, New Musical Express  – 2 maggio 1981

2) Ibidem

3) “Fad Gadget” – Pierre Perrone, The Indipendent – 7 aprile 2002

4) “Fad Gadget By Frank Tovey” Box. DVD 1: “Frank Tovey by Fad gadget Documentary”

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