Franca Mancinelli, “Tutti gli occhi che ho aperto”: recensione di Emanuela Ceddia

Foto di Dino Ignani

Di EMANUELA CEDDIA

La lettura di Tutti gli occhi che ho aperto (Marcos y Marcos, 2020) è un vero attraversamento poetico, un percorso sul quale si può tornare e ritornare senza che mai il potenziale di scoperta si affievolisca. Anzi, a ogni ricognizione emergono nuovi tragitti, piste variabili, che ci riconducono a quei dove simbiotici, densi di ibridazioni, di aderenze tra creature – e interi regni – che sono i luoghi elettivi della scrittura di Franca Mancinelli. I travasi tra unità e moltitudine, tra intimo ed esterno, tra pensiero e materia, biografia e geografia, ancora una volta rivelano un universo dove vige una fisica onnipervasiva della permeabilità. In questo senso, il verso «Non credo ai muri divisori» si pone come un verso chiave, non solo della silloge ma di tanta parte della poesia di Franca Mancinelli.

In Tutti gli occhi che ho aperto ritroviamo anche la rarefazione evocativa di una sorprendente scrittura per schegge, e la ritroviamo ancora potenziata rispetto alle raccolte precedenti. L’affioramento dei frammenti qui accade su una superficie che è viva, tesa su un silenzio profondo ma pescoso, come un’acqua oceanica. Sotto la superficie si intuiscono correnti, movimenti, migrazioni, forze. E i segmenti di scrittura non si presentano come parti selezionate e purificate di un dire preordinato, non sono estratti essenziali di un discorso univoco soggiacente, come in altra poesia breve che diventa epigrammatica. Qui in ogni frammento troviamo ancora una giuntura, che può farsi articolazione o lussazione, slogatura del discorso. Un nodo di movimento o rottura, che in ogni caso porta imprevedibili conseguenze di senso.

Il lavoro di sottrazione che si percepisce nei testi diventa uno strumento efficacissimo di moltiplicazione. Le sottrazioni non sono un’abdicazione al dire, ma anzi potenziano la vitalità e la prospettiva di espansione di ciò che è detto. Sono potature sapienti, come le auto-potature che gli alberi attuano su se stessi, quando restano liberi di esprimere la propria natura senza interventi umani. Proprio come nei due bellissimi versi da cui è tratto il titolo del libro: «tutti gli occhi che ho aperto/sono i rami che ho perso».

Sono anche tagli, sfoltimenti, che aprono nel libro vasti spazi bianchi che vanno in dono al lettore. Un bianco che non è foglio gelido, ma anzi, calor bianco. Calore che forgia pensiero possibile, esperienza possibile. La temperatura della chimica poetica tra parola e silenzio.

Da Tutti gli occhi che ho aperto, Marcos y Marcos 2020

ci svegliamo dentro gli occhi di un uccello.
È questo il mondo, un frutto spezzato
a colazione, il cerchio della tazza
specchio che si apre
su un prato, una coperta
a contenerci come un’isola
da cui non siamo nati.

*

ogni giorno per il taglio utile
ricominciare, e mai giungere
a se stessi –spezzata la custodia
della nascita, niente
altro che filamenti buoni al fuoco.

*

da qui partivano vie
respirando crescevo

nel crollo, qualcosa di dolce
un incavo del tempo

tutti gli occhi che ho aperto
sono i rami che ho perso.

*

corro. E sto fermo all’incrocio
dove rallenta, precipita

per una legge di gioia si trasforma.
Non credo ai muri divisori.
Chiudo gli occhi, e attraverso l’immagine.

*

con la forza del niente
del non avuto mai
niente da barattare,
i gesti ricompongono una lingua
si allaccia al mio corpo un’armatura.

*

ritorno, ascolto l’aria. E poi salto.
I dove sono tutti provvisori.
Crescono come rami.

*

oggi è sorto dalle mie acque.
A palme sul ventre, cresce
raggiunge il centro, risplende.
Mi alzo e si moltiplica –il corpo
è una giostra di minime ali.

*

la terra, una pagina scura:
ciò che cade si scrive
frantuma e sgrana
nel buio raggiunge
il senso, si perde.

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