Rovesciare lo sguardo: i tarocchi di Emilio Villa

Di EMILIO VILLA*

a cura di BIANCA BATTILOCCHI* 

Tra tutti i leitmotiv sui quali Villa esercitò la propria immaginazione accantonandoli e riprendendoli per decenni, il mazzo dei tarocchi fu quello che gli offrì il maggior numero di spunti e ramificazioni possibili. Le ragioni di questa devozione sono rese esplicite dalle ricerche condotte da Battilocchi, che da una parte illustra la varietà delle situazioni esistenziali potenzialmente investite dal gioco, le cui regole furono affinate nel corso di una storia secolare, e, dall’altra, rintraccia gli artisti e gli interpreti moderni dei quali Villa tenne conto, non per ancorarsi a una lettura “corretta” delle carte, ma per proporre interpretazioni rispondenti alle esigenze della propria imprevedibile musa. Si può assumere che, nella poetica villiana, come “mito scaccia mito” (in Niger Mundus) in un continuo succedersi di torsioni e metamorfosi di mitologemi in divenire, così i tarocchi sono eletti a punto di avvio per una serie di testi che lambiscono tanti campi del sapere e impegnano l’immaginazione di tanti potenziali fruitori per tornare sempre alla realtà unificante della psiche umana. Una carta scaccia l’altra, dunque, nel senso che costituisce un invito a inoltrarsi in una rete di connessioni. Da tale genere di approccio discende la constatazione che il mazzo tradizionale delle carte, distinte dai suoi cultori in arcani maggiori e minori, risulta enormemente dilatato, e infine addirittura smantellato, dai vertiginosi intrecci escogitati da Villa tra i significati originali, le interpretazioni introdotte da suoi celebri interpreti moderni identificati, o suggeriti, da Battilocchi, e le variazioni introdotte dallo stesso Villa in chiave paramitologica e paraetimologica.
Nelle circostanze ricostruite a suo tempo da Chiara Portesine e ora ricordate da Battilocchi, Corrado Cagli fu l’artista che coinvolse Villa nell’interesse per i tarocchi e, con ogni probabilità, lo introdusse sia a opere di artisti moderni che si ispirarono ai tarocchi sia a testi degli analisti di scuola romana che si occuparono del gioco “divinatorio” seguendo gli insegnamenti di Jung. Volendo sottolineare una linea di continuità particolarmente significativa tra questa tradizione e Villa, proporrei la rilevanza di Breton e Artaud: il primo, non solo per l’atteggiamento di rispetto reverenziale che il poeta nutrì a lungo per il corifeo dei surrealisti (cosa insolita, perché Villa non era solito seguire a lungo un punto di riferimento magistrale), ma anche perché Breton, ammaliato da un gioco che definì “un collage inesplicabile”, creò un mazzo di carte valendosi della complicità di René Char e Max Ernst, anticipando un genere di collaborazione che Villa realizzò con artisti partecipi dei suoi stessi interessi, anche se è appurato che Villa poteva rivolgersi a un artista diverso da quello col quale aveva iniziato una collaborazione; il secondo, per la centralità attribuita nella creazione all’atto distruttivo e a correlate modalità di scardinamento applicate al linguaggio convenzionale. Va riconosciuto che Villa finì comunque per imporre un proprio marchio ai tarocchi intrecciando la rete di significati attribuiti loro dai predecessori con quella dei significanti ai quali egli stava parallelamente dedicando serie di testi conclusi o abbozzati a parte (la sibilla, il labirinto, il trou ecc.). Con paziente lavoro comparativo, che tiene conto anche delle citazioni che l’autore introduce da proprie opere precedenti, Battilocchi ha ricostruito i punti salienti di questa rete di contaminazioni, tipica del modo di procedere dell’ultimo Villa, traboccante di suggestioni e insofferente di ogni regola formale […]

(brano tratto dalla prefazione di ALDO TAGLIAFERRI)

Estratti da Rovesciare lo sguardo – i tarocchi di Emilio Villa, a cura di Bianca Battilocchi, ArgoLibri 2020

MIEI TAROCCHI

un mondo steso e immoto
e (in)conoscibile
dietro il paravento
delle liturgie lessicali
glottoliche
popolari
o colte

inter auriculam
et ventriculum

un commovente responsorio alla
questione, come esaltazione del problema elegiaco, il
problema della extensio
della extensio plurima faciebus

*

LE TAROT DU LABYRINTHE

quante e quali sono le carte con cui si ESCE dall’impasse,
dal labirinto ?

LE TAROT
TAROTOLABRYNT
DU
LABYRINTHE
TAR EAU LAPE LAPE ET RYTHME

chaque TAROT contient :
un disegno geometrico
rubato e tagliato
una cifra –segno a strisce rosse grosse
un numero
una etimologia del nome labirinto
les couloirs sans prospective sans propriété
le labyrinthe
alternatif
les pistes sans directions
le long aller
les tribulus de l’éventuel
les collisions
excentriques
les égouts de l’éternité

l’espoir monstrueux
les seuils plissés,
les vacarmes imprévedibles
les descentes inavouées
les montées irrisoires
le trafic congénital
la pensée empanachée
les slaloms utopiques
les places : en vol
le passage est l’envers
l’orbite est fortuite
l’accès est monstrueux
les climats autocombustifs
les détails congestionés
les croix des résonnances
les fondations sans fond
les temps mutilés
les matières évanescentes
les espaces bidimensionels
les visions : nues
les undergrounds irréels
les tubes : mystiques
les souffles dénaturés
les mesures démultipliées
les allures sans mémoire
les endroits : en clivage

*

L’AKROBATE

LAK RHO BATE

le refus qui incarne le le Gond
tu peux te l’accrocher au cul

ce qui cloue Plein Air émincé
sur la parois de
la verte tige
de l’être ernité
décrépissage crépitement et rapièce
Barrant l’Hémisphère idiot
le pivot d’un mi-univers
grappilla ses mots
des mots peu connus
vidés d’espaces et de nus
fixer dans le cul
tuyau…
la vertige Nulle – nettoye cul
avec la pierre
accable et chagrine

σῆμα μὲν / ὄνειρ / ἐστι / τοῦ / σώματος /

σῶμα δὲ / τὸ σῆμά / ἐστι / πρὸς τὸν / ὄνειρ[ατος] /

καὶ ὁ / σάρξ / serpeggia / serps / ἐγένετο.

collusions entre merdes
périmetrales ou péritonées
ne perdus –
perdes lacrymas atque suscerdas
– chiffres en stratosphères

l’incessance
l’escarpade

les espaces s’entrecroisent

outensile eternale
a forma antropologica oise
-morfica
-metrale

un albatros gabbiano incertain
téléphone aux rivages et
le point vertiginal
tremble e ci consola
dispera

*

PLAT D’IMAGES

L’Image
et sa Probabilité

elles ne peuvent pas générer
un intérêt véritable
ou un degré de
mais seulement peuvent
se faire manger
et avaler
et son aimée mère
s’échappe à tout

Emilio Villa (Affori, 21 settembre 1914-Rieti, 14 gennaio 2003). Artista, poeta, saggista e biblista, Villa si interessa di poesia lineare, concreto-visuale, sonoro-fonica e di arte; è considerato un precursore della neoavanguardia e uno dei massimi poeti del ‘900. Entra in contatto con Rothko, Duchamp, Matta e collabora con artisti italiani come Burri, Novelli, Turcato e Schifano. Negli anni cinquanta sperimenta una scrittura matrice del plurilinguismo, dove si compenetrano il francese, l’inglese, il provenzale, il latino, il greco, le lingue semitiche e il dialetto milanese. Allergico alla lingua ‘Ytalyana’ (ritenuta di schiavitù), cerca di far interagire le lingue morte con quelle vive in virtù di una profonda conoscenza etimologica.
Collabora a moltissime riviste di arte e letteratura, tra cui “Meridiano”, “Letteratura”, “Malebolge”, “Tam Tam”, “Documento Sud”. Pubblica moltissimi libri e libricini d’arte poetica in tirature limitate presso piccoli editori e gallerie, mentre la raccolta di scritti sull’arte Attributi dell’arte odierna 1947-1967 sarà pubblicata da Feltrinelli nel 1970 e Scritti per Alberto Burri per Le Lettere nel 1996. Del 2014 la pubblicazione postuma, a cura di Cecilia Bello Minciacchi, de L’opera poetica di Emilio Villa per L’Orma editore.
Le più importanti e nutrite raccolte di materiali di Emilio Villa sono consultabili presso gli archivi della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia e del Museo della Carale Accattino di Ivrea. Una biografia dell’autore, a cura di Aldo Tagliaferri, dal titolo Il clandestino. Vita e opere di Emilio Villa è stata pubblicata da Mimesis nel 2016.

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