Il conteggio dei passi, un racconto inedito di Lisa Orlando

Di LISA ORLANDO

Una donna sta camminando, lentamente, lungo un muro; il muro è bianco, la strada è tutta bianca, c’è una specifica vastità conferita dal bianco, da quel candore puro che pare essere di neve e nebbia, e della quale è possibile godere anche da questa parte di quella letizia visiva. La donna si ferma, si guarda le gambe nude; quanta poca volontà in quelle ossa che emergono dalla pelle, ma riprende a camminare, solo alcuni passi, appena abbozzati, poi si ferma, saluta l’albero (c’è un albero?), si congedano l’uno all’altra, forse destinati a incontrarsi di nuovo al prossimo crepuscolo. Torna indietro – ma dove? il mondo sembra essere un lungo corridoio in una commistura labirintica –, i suoi passi si fanno ancora più lenti, le si piegano le gambe, ma si impone di essere una linea retta – verticale. Attraversa la strada, cambia marciapiede; nei piedi c’è sempre un esercizio di potere?, ma dall’altro lato ci sono ancora più alberi? Anche oggi, lei, ha battezzato il mondo senza essere vista da nessuno, o almeno così crede. Ma tutto ciò che l’ha circondata ha indagato i suoi respiri, i suoi sussulti, i suoi brividi. Pensa di essere invisibile, non lo è. (Qualcuno sussurra che è infantile, qualcun altro dice che il suo cuore è al vento degli abissi). Ad ogni passo raccoglie una pietra; lei è persuasa che ogni pietra abbia una singolare esattezza nella propria collocazione, per questo ne raccoglie una e poi la rimette nell’esatto posto dove l’aveva presa. Fa un passo, prende una pietra poi la ricolloca, fa un passo prende una pietra poi la ricolloca. Ha contato duemila passi e duemila pietre, tuttavia non è sicura di averle contate bene, allora torna indietro a ricontare i passi e le pietre. Un passo, una pietra; due passi, due pietre; tre passi, tre pietre; quattro passi, quattro pietre; lei vorrebbe riaffermare la stessa realtà, ma è tutto così confuso; solo i passi e le pietre sono il luogo dell’ordine? Ma alla quarantasettesima pietra si ferma. Nel contare comincia una specie di potenza e anche un’appropriazione che si risolve in un degradante possesso. Ma lei non vuole possedere nulla (che illusorietà!), allora smette col conteggio dei passi e delle pietre, e continua a camminare, con una accelerazione sempre più nervosa, per ore, nel rimbombo di suoni affatto benevoli, che conservano nella loro minima improbabilità l’eco della voce umana. Di fronte a lei distingue una distesa d’edera e fiori che si aggrovigliano sulle pendici di un edificio fatiscente. Poi sale di corsa ad una grande terrazza dalla quale domina una strana luce oscura e una grandezza, come un’estensione regnante che accenna a tacere il tempo, e ad addormentare tutti i suoni. Ma dove si trova? In quale luogo? Dilata lo sguardo in attesa di cogliere almeno un segnale di orientamento, ma c’è solo una certezza: alza gli occhi: un cielo furente di nuvole; ed è notte. Si è persa, non sa più dove si trova, nonostante l’agevolezza delle strade e la singolarità degli edifici, intorno ai quali si potrebbero richiamare cose note. La naturale fosforescenza delle pietre lascia intravedere chiaramente i lineamenti di alcune case. Ma ormai non riconosce più nulla, non c’è neppure la minima identificazione emotiva con ciò che vede. Ridiscende i gradini che l’avevano portata sulla terrazza e continua a camminare, a camminare, ma i suoi passi si fanno sempre più incerti, come se avessero perso quella sottile prepotenza, l’arroganza di sapere… Tuttavia resta, con lucida mitezza, il consenso all’errare. Gira a destra, poi a sinistra, poi prosegue diritto, lungo una strada dove ci sono solo muri, muri che sembrano ormai cedere alle tentazione della fatiscenza. E lì – esattamente – ha la netta sensazione che quella via indichi il confine tra i due “luoghi” radicalmente estranei”.
Allora si ferma, per qualche minuto, e poi comincia a girare intorno, con una specie di strana libertà e costrizione; non va avanti, non va indietro, ma gira e rigira su un ipotetico cerchio che simula (forse) una dimensione di infinito o di difesa. Al centro ci sono due fontane inaridite. Non smette di girare intorno; intravede la linea del cerchio come se non fosse più nella sua mente, ma disegnata perfettamente sotto i suoi piedi. Ad ogni giro ingrandisce le dimensioni del cerchio. In realtà ha paura, è la relazione con l’ignoto che la scuote. Ma ora sputa sul cerchio, cancella la linea, l’annulla con lo sputo, con le mani e coi piedi; si lascia strisciare addosso, senza alcun turbamento, una lumaca, una formica, un bruco; vermi… che potrebbero addirittura giustificare il suo esistere.
C’è una donna (c’è una donna? o è la rievocazione di un’allucinazione?) che conserva un’immobilità marmorea, sembra quasi che non respiri, che non guardi, pare una di quelle cose del mondo inanimato di cui parla Théodore Rousseau: fanno pensare ma non pensano. Ma lei non è quella donna, lei, ora, si abbandona – si. abbandona –, quasi per una vocazione ascetica, ad un itinerario che non è più calcolo, ma che si mimetizza con il colore dei sassi. Alza il capo, guarda di nuovo il cielo: la notte a seconda delle ore sperimenta le diverse fasi della luna. Per un istante ha avuto l’impeto di governare gli itinerari lunari, saldare le costellazioni. Ma poi ha continuato inerte a camminare, camminare, camminare. Per quanto tempo? Ad ogni angolo il mondo suggerisce cambiamenti, e anche il cielo, muta i colori notturni del nero, dell’amaranto, del blu, del livido. Prosegue diritta, in fondo c’è un fosso, lo sorpassa; talvolta da molto lontano giungono voci inintelligibili, ma è inutile tentare di invocare soccorso. La strada è finita, oltre c’è un coacervo di macerie, di vesti lacere, di tracce di escrementi, di cartoni e legni inzuppati d’acqua. Un coacervo che racconta di orrori, e sciagure, amori, e fughe, abbandoni, preghiere, suppliche.
Ascolta l’addio del rumore dei suoi passi; su quelle macerie il silenzio si fa perfetto; perfetto, come le tenebre. Bandita dai suoi occhi, la luce si è nascosta da qualche parte nelle sue ossa, dentro le sue gambe, nei suoi piedi. Così, continua a camminare… in quel luogo rovinoso, desolato, solitario, tragico (come se tutto fosse stato consumato dall’oblio), eppure anche puro, eppure quasi clemente.

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