Contro i totalitarismi di Platone e Hegel

Karl Popper

Di KARL POPPER*

Al fine del di dare al lettore un’idea diretta del culto platonizzante dello stato, proprio di Hegel, citerò pochi passi, ancor prima di cominciare l’analisi della sua filosofia storicistica. Questi passi mostrano che il collettivismo radicale di Hegel dipende tanto da Platone quanto da Federico Guglielmo III, re di Prussia nel periodo critico della Rivoluzione Francese e degli anni immediatamente successivi. La loro dottrina è che lo stato è tutto e l’individuo nulla; infatti quest’ultimo deve tutto allo stato, sia la sua esistenza fisica sia la sua esistenza spirituale. Questo è il messaggio di Platone, del prussianesimo di Federico Guglielmo, e di Hegel.
-“L’universale va creato nello stato” – scrive Hegel – lo Stato è l’Idea Divina quale esiste in terra;
-Deve onorarsi lo Stato come un che di mondano-divino e ritenere che, se è difficile intendere la natura, è anche infinitamente più ostico comprendere lo Stato;
-L’ingresso di Dio nel mondo è lo Stato;
-Si cade facilmente nell’errore di dimenticare l’organismo interiore dello Stato stesso;
-Allo stato compiuto appartiene essenzialmente la coscienza, il pensiero, pertanto lo Stato sa ciò che vuole;
-Lo stato è reale; la vera realtà è necessità: ciò che è reale è necessario in sé;
-Lo Stato esiste per sé stesso;
-Lo Stato è la vita morale concretamente esistente, effettivamente realizzata”.
Questa selezione di affermazioni basta a dimostrare il platonismo di Hegel e la sua insistenza sull’assoluta autorità morale dello stato, che sopravanza ogni moralità personale, ogni coscienza. Si tratta, naturalmente, di un enfatico e isterico platonismo, ma ciò non fa che rendere più evidente il collegamento del platonismo con il totalitarismo moderno. Ci si potrebbe chiedere se, con questi servigi e con la sua influenza sulla storia, Hegel non abbia provato il suo genio. Io non ritengo che questa domanda sia molto importante, dal momento che è soltanto conseguenza del nostro romanticismo il fatto che noi pensiamo tanto in termini di “genio”; e, a parte ciò, non credo che il successo provi alcunché o che la storia sia il nostro giudice; questi dogmi fanno piuttosto parte dell’hegelismo. Ma, per quanto riguarda Hegel, non penso neppure che fosse un uomo di talento. Egli è uno scrittore indigeribile e, come anche i suoi più ardenti apologisti devono ammettere, il suo stile è “indiscutibilmente scandaloso”. E, per quanto riguarda il contenuto dei suoi scritti, egli è eccelso solo nella sua eccezionale mancanza di originalità. Non c’è nulla negli scritti di Hegel che non sia stato detto meglio prima di lui. Non c’è nulla nel suo metodo apologetico che non sia stato preso a prestito dai suoi predecessori apologetici. Ma questi pensieri e metodi presi a prestito da altri egli li consacrò, con convergenza di intenti, ma senza particolare brillantezza, a un solo scopo: combattere contro la società aperta e così servire il suo datore di lavoro, Federico Guglielmo di Prussia. La confusione e lo scardinamento della ragione operati da Hegel in parte risultano necessari come mezzi a questo fine, in parte invece sono una più accidentale ma naturalissima espressione del suo stato d’animo. E tutta la vicenda di Hegel non sarebbe certo degna di essere riferita, se non fosse per le sue più sinistre conseguenze, che mostrano quanto facilmente un clown possa diventare un “creatore di storia”. La tragicommedia della nascita “dell’idealismo tedesco”, nonostante gli orrendi crimini ai quali ha portato, assomiglia, più di qualunque altra, a un’opera buffa, e questi inizi possono aiutarci a spiegare perché è così difficile decidere, a proposito dei suoi più tardi eroi, se sono fuggiti dalla scena delle grandi opere teutoniche di Wagner o dalle farse di Offenbach”.

(da La società aperta e i suoi nemici. Hegel e Marx falsi profeti, vol.II).

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