Quattro testi di Samir Galal Mohamed da “Damnatio memoriae”

S. G. Mohamed, “Damnatio memoriae”, Interlinea 2020

Di SAMIR GALAL MOHAMED

Dalla casa di famiglia

Dalla casa di famiglia in cui siamo tutti morti,
la sola in cui io riesca ancora a riposare,
separata com’è dai fatti del mondo.

Percorro il paese nel tempo di questa poesia:
coglierlo in volo sub specie aeternitatis,
trovare ristoro nelle particole non consacrate.

*

Le regole di ingaggio non sono mai chiare

Le regole di ingaggio non sono mai chiare.
Un tradimento, un abuso, un pestaggio…
Un focolaio di essere umani – rilevati dai radar.
L’incendio di una tendopoli – rivela il nome comune
di un luogo. Se le regole di ingaggio non ci sono mai
chiare, queste, al contrario, risultano arcinote.
Un silenzio, un sequestro, uno sgombero…
L’infinito movimento di un corpo-lince che si smarca,
che è complementare a un movimento finito e “segugio”.
Quando stringo fra le braccia questo torace, tanto minuto
quanto vulnerabile, cerco di non guardarlo negli occhi.
Non voglio che veda il mio male, che vi riconosca
delle prove, che ne intuisca alcuna profondità.
Non perché il mio male sia speciale o abbia qualcosa in più
di un altro. Semplicemente, non voglio che ne veda ancora.
Dovrà fare i conti con vecchie e nuove regole di ingaggio.
Con l’abisso della non decisione per eccellenza.
Con la possibilità di divenire umano, di venire meno
all’umanità, di divenire qualcosa in meno dell’umano.
Occorrerà il rischio di divenire altro: altro per cui
sarà valsa la pena lasciarsi guardare, negli occhi,
da tutto quel male.

*

13 marzo 2019

Indurito, il corpo sociale si presenta una matassa
impenetrabile, arrugginita da decenni di fondale.
Arenaria, alghe, calcare.
Un relitto che attende d’essere recuperato, perfino dal mozzo.
Un funerale, a Ornans, dove il marrone è il colore della morte
e la prospettiva si piega all’altezza della croce.
Luiz e Guilherme, venticinque e diciassette anni, sbraitano io
in un delirio d’onnipotenza. Ordinari come nomi, conflittuali
quanto i significati. Fanno irruzione:
ora in questa giornata, ignava, soleggiata, poi in quella scuola.
In tram, sono stato gentile con una giovane madre di due figli.
Confido nel fatto che un gesto gentile, inosservato,
possa ristabilire l’ordine del mondo. Il migliore, tra i possibili,
come voleva Leibniz.
Mi percepisco traboccante, ma non provo vergogna.
Controllerò meccanicamente le notizie, leggerò dell’irruzione,
di dieci morti, studenti e docenti riversati nelle aule,
studenti e docenti riversati sulle strade.
Il corpo sociale è una sentina. Vuole e raccoglie parole d’ordine:
giacimento, sedimentazione. Sa bene cosa le parole non possono
ristabilire, sa bene cosa le parole non sanno ricucire.

*

Complementarità del dolore

Ripulire casa, rimuovere ogni prova, ripetere l’operazione.
Ribadire uno stato di cose che è andato perduto.
Ciò che è inosservabile, persiste – appare sotto ai lampioni,
nella camera a nebbia.
Il bello e l’orrore tendono spontaneamente alla reiterazione.
Militari e detenuti detengono il primato dei suicidi. Sul web,
i jihadisti esultano per l’incendio a Notre Dame.
In questo strano gioco delle parti inverse, muore soprattutto
chi piantona, gode soprattutto chi muore.
Passo in rassegna ogni interstizio del pavimento. Un capello
equivale a un teste inconfutabile, figurarsi una sindrome da burnout…
Spesso omicidi e infedeli condividono la stessa ossessione per l’igiene,
ma, i pensieri, nella camera a nebbia, non si possono vedere.
Si può, soltanto, constatarne gli effetti.
Confinati, processati in contumacia, obliati gli uni sugli altri, i pensieri,
come corpi bruschi di lavoro o rovine indifese, persistono. Ribadiscono
che uno stato di cose è andato perduto.
Idealizzare il dolore, ovvero conviverci e attenersi alle sue disposizioni:
questo lo capiscono tutti o, almeno, credono.
Difficile, è riconoscerne la complementarità: o il mio o il tuo.
Questo, non lo capisce nessuno.

_______________________

Da Damnatio memoriae, Interlinea Edizioni, Collana “Lyra Giovani” a cura di F. Buffoni, Novara 2020.

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