Jorge Luis Borges, eternità e tempo

Jorge Luis Borges

Di JORGE LUIS BORGES*

In quel passo delle Enneadi che vuole indagare e definire la natura del tempo, si afferma che per farlo è indispensabile conoscere prima l’eternità, la quale -come tutti sanno – è modello e archetipo del tempo. Questa avvertenza preliminare, tanto più grave se la crediamo sincera, sembra distruggere qualsiasi speranza di intenderci con l’uomo che l’ha scritta. Il tempo è per noi un problema, un tremulo ed esigente problema, forse il più importante della metafisica; l’eternità, un gioco o una stanca speranza. Leggiamo nel Timeo di Platone che il tempo è un’immagine mobile dell’eternità; e ciò è soltanto un accordo che non distoglie nessuno dalla convinzione che l’eternità è un’immagine fatta con sostanza di tempo. La storia di quest’immagine, di questa grezza parola arricchita dalle dispute umane, è ciò che ora mi propongo di fare.
Invertendo il metodo di Plotino (unico modo di servirsene) comincerò col ricordare le oscurità inerenti al tempo: mistero metafisico, naturale, che deve precedere l’eternità, figlia degli uomini. Una di tali oscurità è quella di non poter determinare la direzione del tempo. Che esso scorra dal passato verso il futuro è la credenza comune illogica quanto la credenza contraria, quella fissata in versi da Miguel de Unamuno:

Notturno il fiume delle ore scorre dalla sua sorgente che è il domani eterno… (1)

Tutt’e due sono ugualmente verosimili – e ugualmente impossibili da verificare. Bradley le nega entrambe e avanza un’ipotesi personale: escludere l’avvenire, che è una semplice costruzione della nostra speranza, e riportare la posizione «attuale» all’agonia del momento presente che si disintegra nel passato. Quel regresso temporale corrisponde in genere agli stati decrescenti o insipidi; qualsiasi intensità ci sembra invece muoversi verso l’avvenire… Bradley nega il futuro; una delle scuole filosofiche dell’India nega il presente, perché inafferrabile. L’arancia sta per cadere dall’albero, o è già per terra, affermano questi strani semplificatori. Nessuno la vede cadere.
Altre difficoltà ci propone il tempo. Una di esse (forse la maggiore), quella cioè di sincronizzare il tempo individuale di ognuno di noi con il tempo generale delle matematiche, è stata abbastanza conclamata dal recente allarme relativista, e tutti la ricordano – o ricordano di averla ricordata fino a qualche tempo fa. (Io la recupero così, deformandola: se il tempo è un processo mentale, come possono condividerlo migliaia di uomini, anzi, due soli uomini diversi? Un’ altra è quella di cui si servirono gli eleati per confutare il movimento. Queste parole la circoscrivono: È impossibile che in ottocento anni di tempo trascorra un lasso di quattordici minuti, perché prima è necessario che ne siano trascorsi sette, e prima di sette, tre minuti e mezzo, e prima dei tre minuti e mezzo, un minuto e tre quarti, e così all’infinito, sicché i quattordici minuti non si compiono mai. Russell ribatte quest’argomento, affermando la realtà e perfino la volgarità dei numeri infiniti, i quali tuttavia vengono dati in una sola volta, per definizione, e non come termine «finale» di un processo enumerativo senza fine. Quei numeri anormali di Russell sono un buon anticipo dell’eternità, che nemmeno si lascia definire dalla enumerazione delle sue parti.
Nessuna delle varie eternità che gli uomini hanno progettato – quella dei nominalisti, quella di Ireneo, quella di Platone – è un’aggregazione meccanica del passato, del presente e del futuro. È una cosa più semplice e più magica: è la simultaneità di quei tempi. Il linguaggio comune è quello stupefacente vocabolario dont chaqué édition fait regretter la précédente, i metafisici sembrano ignorarlo, ma così la pensavano. Gli oggetti dell’anima sono successivi, ora Socrate e poi un cavallo — leggo nel quinto libro delle Enneadi —, sempre una cosa isolata che viene concepita e migliaia di altre che vanno perdute; ma l’Intelligenza Divina abbraccia tutte le cose. Il passato è nel suo presente, e anche il futuro. Nulla trascorre in un mondo, dove persistono tutte le cose, tranquille nella felicità della loro condizione.
Passo a considerare questa eternità, da cui derivarono le altre. È vero che non è stato Plotino a inaugurarla – in un libro speciale parla degli «antichi e sacri filosofi» che lo precedettero – ma egli dilata e riassume con splendore tutto ciò che i suoi predecessori immaginarono. Deussen lo paragona al tramonto: luce appassionata e finale. Tutte le concezioni greche dell’eternità convergono nei suoi libri, già respinte, già tragicamente esornate. Perciò parlo di lui prima che di Ireneo, il quale ordina la seconda eternità: quella coronata dalle tre diverse benché inestricabili Persone.
Dice Plotino con evidente fervore: Ogni cosa nel cielo intelligibile è anche cielo, e lì la terra è cielo, come lo sono anche gli animali, le piante, gli uomini e il mare. Hanno come spettacolo un mondo che non è stato generato. Ognuno si guarda negli altri. Non c’è cosa in quel regno che non sia diafana. Nulla è impenetrabile, nulla è opaco, e la luce incontra la luce. Tutti stanno dappertutto, e tutto è tutto. Ogni cosa è tutte le cose. Il sole è tutte le stesse, e ogni stella è tutte le stelle e il sole. Lì nessuno si muove come in una terra straniera. Quell’universo unanime, quell’apoteosi dell’assimilazione e dello scambio, non è ancora l’eternità; è un cielo limitrofo, non emancipato totalmente dal numero e dallo spazio. Alla contemplazione dell’eternità, al mondo delle forme universali vorrebbe invitare questo passo dal quinto libro: Gli uomini che si stupiscono di questo mondo – della sua capacità, della sua bellezza, dell’ordine del suo movimento continuo, degli dèi manifesti o invisibili che lo percorrono, dei demoni, degli alberi e degli animali — innalzino il pensiero a quella Realtà, di cui tutto questo è copia. Ivi scorgeranno le forze intelligibili, non con prestata eternità bensì eterne, e vedranno anche il loro capitano, l’Intelligenza pura, e la Sapienza irraggiungibile, e l’età genuina di Cronos, il cui nome è Pienezza. Tutte le cose immortali sono in lui: ogni intelletto, ogni dio e ogni anima. Tutti i luoghi gli sono presenti, dove andrà? È nella beatitudine; perché tentare il mutamento e la vicenda? Non gli mancò all’inizio questo stato, per poi guadagnarlo. In una sola eternità le cose sono sue: quell’eternità che il tempo imita girando intorno all’anima, sempre disertore di un passato, sempre bramoso di un futuro.
Le ripetute affermazioni di pluralità che i precedenti paragrafi elargiscono, possono indurci in errore. L’universo ideale al quale Plotino ci invita è meno studioso di varietà che di pienezza; è un repertorio seletto, che non tollera la ripetizione e il pleonasmo. È l’immobile e terribile museo degli archetipi platonici. Non so se occhi mortali lo guardarono mai (fuorché nell’intuizione visionaria o nell’incubo) né se il remoto greco che lo ideò, riuscì talvolta a figurarselo, ma qualcosa del museo intuisco in esso: quieto, mostruoso e classificato… Si tratta di un’immaginazione personale, da cui il lettore può prescindere; non gli conviene invece prescindere da qualche notizia generale su quegli archetipi platonici, o cause primordiali o idee, che popolano e compongono l’eternità.
Una prolissa discussione del sistema platonico è qui impossibile; possibile è invece formulare alcune avvertenze di carattere propedeutico. Per noi, l’ultima e ferma realtà delle cose è la materia – gli elettroni rotatori che percorrono distanze stellari nella solitudine degli atomi -; per coloro che sono in grado di platonizzare, la specie, la forma. Nel libro terzo delle Enneadi, leggiamo che la materia è irreale: è una mera e vuota passività che riceve le forme universali, come potrebbe riceverle uno specchio; queste l’agitano e la popolano senza alterarla. La sua pienezza è proprio quella di uno specchio, che simula di essere pieno ed è vuoto; è un fantasma che nemmeno svanisce, perché non ha neanche la capacità di cessare. Fondamentali sono le forme. Di esse, ripetendo Plotino, disse Pedro Malón de Chaide molto tempo dopo: Dio fa come se voi aveste un sigillo poliedrico d’oro, che da una parte portasse scolpito un leone; dall’altra, un cavallo; da un’altra, un’aquila, e così per le altre; e su un pezzo di cera imprimeste il leone; su un altro un’aquila; su un altro, il cavallo; è indubbio che tutto ciò che è sulla cera è nell’oro e non potete imprimere se non ciò che nell’oro è scolpito. Però c’è una differenza: la cera dopo tutto è cera, e vale poco; ma l’oro è oro, e vale molto. Nelle creature vi sono queste perfezioni finite e di poco valore: in Dio sono d’oro, sono lo stesso Dio. Da ciò possiamo inferire che la materia è nulla.
Consideriamo cattivo questo criterio, e anche inconcepibile; ciononostante lo adoperiamo continuamente. Un capitolo di Schopenhauer non è la carta negli uffici di Leipzig, né la stampa, né le sottigliezze e i profili della scrittura gotica, né l’enumerazione dei suoni che lo compongono, nemmeno ciò che pensiamo di esso; Miriam Hopkins è fatta di Miriam Hopkins, non dei principi nitrogenati o minerali, carboidrati, alcaloidi e grassi neutri, che formano la sostanza transitoria di quel sottile spettro d’argento o essenza intelligibile di Hollywood. Quelle illustrazioni o sofismi di buona volontà possono incoraggiarci a tollerare la tesi platonica. La formuleremo così: Gli individui e le cose esistono in quanto partecipi della specie che li include, che è la loro realtà permanente. Cerco un esempio più favorevole: un uccello. L’abitudine di costituire stormi, la piccolezza, l’identità di tratti, l’antico legame con i due crepuscoli, quello dell’alba e quello del tramonto, il fatto di essere più frequenti all’udito che non alla vista – tutto ciò ci porta ad ammettere la primizia della specie e la quasi perfetta nullità degli individui (2). Keats, senza errore, può pensare che l’usignolo che lo incanta è lo stesso che Ruth ascoltò nei seminati di Betlemme di Giuda; Stevenson erige un unico uccello che consuma i secoli: l’usignolo divoratore del tempo. Schopenhauer, l’appassionato e lucido Schopenhauer, apporta una ragione: la pura attualità corporale in cui vivono gli animali, la loro ignoranza della morte e dei ricordi. Aggiunge poi, non senza un sorriso: Chi mi sentisse assicurare che il gatto grigio che adesso gioca nel cortile, è lo stesso gatto che balzellava e giocava cinquecento anni fa, penserà di me ciò che vuole, ma più strana pazzia è immaginare che esso sia fondamentalmente un altro. E altrove: Destino e vita di leoni vuole la leonità» la quale, considerata nel tempo, è un leone immortale che sussiste mediante l’infinito ricambio degli individui, la cui generazione e la cui morte costituiscono il battito di quella figura che non perisce. E altrove: Un’infinita durata ha preceduto la mia nascita, che cosa sono stato intanto? Metafisicamente potrei forse rispondermi: «Io sono sempre stato io; cioè chiunque disse io durante quel tempo, altri non era che io».
Presumo che l’eterna Leonità possa essere approvata dal mio lettore, che sentirà un sollievo maestoso davanti a quell’unico Leone, moltiplicato negli specchi del tempo. Dal concetto di eterna Umanità non mi aspetto altrettanto: so che il nostro io lo rifiuta, e che preferisce versarlo senza timore sull’io degli altri. Cattivo segno; forme universali molto più ardue ci propone Platone. Per esempio la Tavolità, o Tavolo Intelligibile che è nei cieli: archetipo quadrupede che inseguono, condannati alla fantasticheria e alla frustrazione, tutti i falegnami del mondo. (Non posso però negarla del tutto: senza un tavolo ideale, non saremmo giunti a tavoli concreti.) Ad esempio, la Triangolarità: eminente poligono di tre lati che non è nello spazio e che non vuole abbassarsi a essere equilatero, scaleno o isoscele. (Nemmeno lo ripudio; è quello dei manuali di geometria.) Per esempio: la Necessità, la Ragione, il Rinvio, la Relazione, la Considerazione, la Grandezza, l’Ordine, la Lentezza, la Posizione, la Dichiarazione, il Disordine. Di queste comodità del pensiero innalzate a forme, non so più che cosa pensare; suppongo che nessun uomo le potrà intuire senza l’aiuto della morte, della febbre o della pazzia. Dimenticavo un altro archetipo che li comprende tutti e li esalta: l’eternità, la cui sminuzzata copia è il tempo. Non so se il mio lettore ha bisogno di argomenti per dubitare della dottrina platonica. Posso offrirgliene molti: uno, l’incompatibile somma di voci generiche e di voci astratte che coabitano sans gène nella dotazione del mondo arche tipico; un altro, il riserbo del suo inventore sulla procedura che seguono le cose per partecipare alle forme universali; un altro, il sospetto che quegli stessi asettici archetipi soffrono di contaminazione e di varietà. Non sono irresolubili; sono tanto confusi quanto le creature del tempo. Fabbricati a immagine delle creature, ripetono quelle stesse anomalie che vorrebbero risolvere. La Leonità, diciamo, come farà a prescindere dalla Superbia e dalla Rossezza, dalla Crinierità e dalla Zampità? A questa domanda non c’è risposta, e non ci può essere: non dobbiamo aspettarci dal vocabolo leonità una virtù molto maggiore di quella che possiede la parola leone senza il suffisso (3).
Torno all’eternità di Plotino. Il quinto libro delle Enneadi include un inventario molto generico dei pezzi che la compongono. La Giustizia vi si trova, nonché i Numeri (fino a quale?) e le Virtù e gli Atti e il Movimento; ma non vi si trovano gli errori e le ingiurie, che sono malattie di una materia in cui si è malleata una Forma. Non in quanto melodia, bensì in quanto Armonia e Ritmo, vi si trova la Musica. Della patologia e dell’agricoltura non ci sono archetipi, poiché non servono. Allo stesso modo restano escluse le finanze, la strategia, la retorica e l’arte di governare – benché, nel tempo, qualcosa possano trarre dalla Bellezza e dal Numero. Non ci sono individui; non c’è una forma primordiale di Socrate, nemmeno di Uomo Alto o di Imperatore; c’è, genericamente, l’Uomo. Viceversa, ci sono tutte le figure geometriche. Dei colori ci sono soltanto quelli primari: non c’è Cenerognolo né Purpureo né Verde in quell’eternità. In ordine ascendente, i suoi più antichi archetipi sono questi: la Differenza, l’Uguaglianza, il Moto, la Quiete e l’Essere. Abbiamo esaminato un’eternità che è più povera del mondo: resta ora da vedere come essa venne adottata dalla nostra Chiesa […]

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1) II concetto scolastico del tempo come flusso di ciò che è potenziale in ciò che è attuale, può collegarsi a questa idea. Per esempio: gli oggetti eterni di Whitehead, che costituiscono «il regno della possibilità» e rientrano nel tempo.

2) Vivo, Figlio di Sveglio, l’improbabile Robinson metafisico del romanzo di Abubeker Abentofaìl, si rassegna a mangiare quei frutti e quei pesci che abbondano nella sua isola, badando sempre che nessuna specie vada perduta e l’universo non vada perduto per colpa sua.

3) Non voglio congedarmi dal platonismo (che sembra glaciale) senza comunicare questa osservazione, con la speranza che venga continuata e giustificata: La genericità può essere più intensa della concretezza. Esempi illustrativi non mancano. Da bambino, quando andavo a trascorrere l’estate nel nord della mia provincia, mi interessavano la pianura rotonda e gli uomini che bevevano il «mate» in cucina, ma la mia felicità fu immensa quando seppi che quel cerchio era «pampa», e quegli uomini «gauchos». Come l’uomo immaginoso che s’innamora. Ciò che è generico (il ripetuto nome, il tipo, la patria, il destino adorabile che esso gli attribuisce) predomina sui tratti individuali, che si tollerano in virtù di ciò che viene prima. L’esempio esfremo, dell’uomo che si innamora di cosa generica per averne sentito parlare, è molto comune nella letteratura persiana e araba. Ascoltare la descrizione di una regina – i capelli simili alle notti della separazione e dell’emigrazione, ma il viso come il giorno della delizia, i seni come le sfere d’avorio che danno luce alle lune, l’incedere che fa arrossire le antilopi e provoca la disperazione dei salici, gli onerosi fianchi che le impediscono di temersi in piedi, i piedi stretti come la punta di una lancia – e innamorarsi di lei fino al pallore e alla morte, è uno dei temi tradizionali delle Mille e una notte. Si legga la storia di Badrbasim, figlio di Shahrimàn, o quella di Ibrahim e Yaraila.

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* Estratto da J. L. Borges, Storia dell’eternità, trad. Livio Bacchi Wilcock, Il Saggiatore, Milano 1962, pp. 6-8.

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