Giuseppe Andrea Liberti, poesie da “Pietrarsa (2010-2019)”

Di GIUSEPPE ANDREA LIBERTI*

Gli schiavi guardano Silla marciare su Roma

Mai nessuno oltre il pomerio, lance in resta.
Forse che qualcosa va mutando
per una mezza offesa a quello in testa.
Forse la storia ironizza, ma il futuro
non lo si può più trarre dagli auspici.
Tu dici: a noi non ci compete
dei tribuni e delle liste e delle leggi.
Eppure tutto questo è l’avvenire:
passeranno altri Euno, altri Antioco siriani
moriranno altri compagni senza più catene
ma dobbiamo apprendere il giudizio
le conquiste altrui d’oggi saranno nostre domani.

Marciano compatti con passo di uomo solo
se poi quell’uomo solo lo chiamano comandante
ogni passo sconquassa il sottosuolo
e il costume del Senato, ma non è ancora nato
chi sovverta la res publica alle radici.
Tu dici: grande è la confusione sotto il cielo.
Chissà se sarà ancora tale, un giorno
ma in fondo non c’è nulla che non sia com’è sempre:
i soldati che marciano spaventano la gente
le gentes patrizie marciscono splendenti
la plebe spaventata mette al sicuro le merci
e poi ci siamo noi, che non sappiamo vederci.

Poiché la rottura di queste tradizioni
provoca trauma ma non coma irreversibile
passeranno altri duces per il foro, altri soldati
ma noi non passeremo a chiamarci coi nostri nomi.

**

Via Gianturco

Non c’è vita al di là della metropoli
e questo – mi ammonisce il FRECCIAROSSA in viaggio
è il tuo recinto, il tuo lare
il posto in cui devi stare

Però ricordo che qui c’era un parco
proprio qui dove adesso c’è il parcheggio
e nonno mi indicava i pettirossi
e i gatti e i balestrucci e una volta una biscia
C’era una volta il verde

C’era una volta, certo
Una volta c’era pure Cappuccetto
ora fa la badante a mastu Geppetto.

**

Variazioni su un motivo di Charles Mingus

Nulla di nuovo sul fronte meridionale.
A fronte del nulla il nuovo sembra sappia
che il nuovo è nulla e annulla ogni tuo
affronto. Di nuovo nulla che tu non sappia
nulla che non conduca al meridiano, al fronte
dove un meridionale vuole farsi omonuovo.
Ma nulla fa di un uomo un uomo se non il
suo nulla quindi affrontati, confrontati
sii tuo di nuovo, guarda ai dettagli.
Il dittare del mondo tralascia un dettaglio:
chi detta gli sguardi? Chi adotta lo
sguardo per muovere strali? Ai guardi
non piace chi guarda che amano i dettagli
che tu non dirai. Non lasciar trapelare
che guardi ai dittamondi più che ai dotti
o saranno guai. Io sogno di avere tutto
il mondo per perdermi e perdermi è
tutto. Chi aspetta nel mondo chi
aspetta? Tutto il mondo è nella casa e non
aspetta. Il mondo era un posto in cui perdersi
un tempo. Affretta il tuo passo per perderti
perché questo è il tutto dell’uomo di mondo:
affrontare i detti e raffrontare i dettati, guardare
il tempo e penetrare in tutti i suoi strati.

**

Il cielo sopra Camaggio

Piscatores canebant historias de hominibus novis
tam formosas quam ambiguas e alla fine
d’ognuna sputavano in coro nel mare.
Niente sapite niente manch’io saccio
’e virtutem nec sapientiam; gaviae tamen in caelum
volant e nient’altro sembra urgente da sapere.

Serum bibis veritatis et miras deflagraturum
globum come splende sulle acque contaminate.
Vedere almeno la testa del nuovo che nasce, vorrei
primma ’e m’ arricettà mmiezo ’a tempesta.

**

Voce delle locomotive

Ora che il vento implacida e la storia riprende
il distruttivo corso delle cose che non mutano
nonostante Pietrarsa, è qui che i piedi portano
forse in attesa di un tuo fischio. Delle vecchie
rotaie, delle vecchie locomotive non resta
che l’ombra rutiplumbea – delle vecchie inferriate
non resiste granché. Hazet e calibri insistono
soltanto nell’aria, se aguzzi l’udito.

Mi appropinquo alle macchine, nell’aria
non spicca il sudore del carbone
ma so che era lì, dove adesso un usciere
prepara sigarette e forse ha il tuo stesso nome
di storia redentrice e indicibile dolcezza.
Costeggio soltanto la tua postazione
tornando al nostro panico quotidiano tra voci
ìnfere che annunciano il ritardo
del metropolitano per Gianturco e il secco
rintocco delle obliteratrici.

Tenace si oppone il titanio temperato
alla mia invocazione. Non riconosceresti
neppure i cancelli dove allegro accompagnavi
i commissari e introducevi i nostri
per un quanto d’occasione. «Mutuo soccorso aiuto
futuro hanno da noi nomi e cognomi», mi ricorda
Francesca e io non leggo la mia firma.

«Non pensateci mito, non alzate
pire alla classe, ma estinguete l’incendio
che fanno di noi. Tu parlaci, se puoi
pronunciaci, e pensa alla dialettica del cuore
quando ti portavamo sui binari a vedere
i treni grandi grandi che passavano a rincorrerli
gli stessi treni grandi che avevamo assemblato
gli stessi in cui scoprimmo strage morte fine.
Ovunque resiste una storia che attende
chi la racconti e affermi con odio la sua morale
con volontà di sacrificio il suo mancato finale.

Tutto questo ricordalo, se puoi».

______________________________

Poesie da Giuseppe Andrea Liberti, Pietrarsa (2010-2019), Osimo, Arcipelago Itaca 2020.

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