Daryoush Francesco Nikzad, “Non scomodiamo Baudelaire”

Daryoush Francesco Nikzad, “Non scomodiamo Baudelaire”

Di MARIA GRAZIA TONETTO

Shelley scriveva che i poeti sono i legislatori dell’umano. Sono loro che, come i filosofi, segmentano l’informe in esperienza condivisibile, forzando i limiti della lingua ad ospitare altre porzioni di reale. Questo può ben dirsi di un libro venuto alla luce proprio con la tenacia del suo parlare autentico e senza remore. Non scomodiamo Baudelaire, esordio poetico dello scrittore Daryoush Francesco Nikzad, elige a tema il sentimento d’amore e tuttavia lo fa con una tale spietatezza da colorarne il carattere in modo permanente.
La raccolta si impone per il coraggio di rifuggire i trucchi letterari e ogni sentore di forma studiata. Il punto di forza di Non scomodiamo Baudelaire è il suo “parlare pulito”, ossia la determinazione dell’autore a intercettare il pensiero nel suo sorgere, riducendolo a una assoluta essenzialità espressiva. Sì, perché Nikzad è in grado di metabolizzare nei suoi versi l’astratto e il concreto, di dare carne e sangue alle categorie che il pensiero utilizza per generalizzare. Così, cortocircuiti logici come “la doppia negazione di me stesso” non giungono al lettore come sigilli freddi di una poesia meditativa, ma sono parte di un discorso sanguigno e verace che mai perde di vista il martellare corporeo del pensiero. Qui l’eterno cammina fianco a fianco alla semplicità dimessa del “pane caldo”; l’altisonante impatto di “umanità” accanto alla tenera pochezza delle “gemme”. Il coraggio di costringere le parole a essere immediate libera il poeta nella sua espressione: “lo giuro”, “credo”, “crediamo”, verbi di una perentorietà senza spaventi osano il giuramento ma anche l’afasia, per privilegiare l’aderenza al minimo, essenziale, scomodo articolarsi del vero.
In Non scomodiamo Baudelaire, dunque, la poesia definisce e tiene in forma. Si pensi al carattere definitivo di “sono quell’ultimo sguardo, nient’altro”, in cui i versi accompagnano il lettore in una messa a fuoco del momento. Oppure alla semplicità di “te lo volevo dire/ho cose che proprio non riesco a dire”, versi disarmati, senza trucchi, ricerca di un grado zero dell’espressione. Nel parlare pulito, elementare e potente, il poeta cerca “la struttura della verità”: riconosce che essa non è un contenuto, ma appunto, una forma, un accadere, un’onestà.
Ed eccoci al cuore della raccolta. Solo l’amante può “parlare pulito”. Perché l’amore brucia tutto il resto come una scoria inessenziale. L’amore di Nikzad è esperienza del non ritorno. L’originalità della raccolta consiste proprio nella tonalità di terribile magnificenza che essa introduce. Non a caso, una delle primissime poesie della raccolta riguarda l’incontro come nascita imprevista ma anche perdita del mondo: in “non avremo altro da perdere” uno dopo l’altro i versi menzionano le esperienze, le cose, le azioni che l’amore ha distrutto e poi creato in modo irripetibile, rendendo tutto un evento primo e definitivo. Questo accadrà perfino al riso:

Ti farò ridere in tutti i modi possibili
Che mai esisteranno
Su questa terra e in altre galassie
[…]
Ti farò ridere così tanto, lo giuro
in tutti i modi possibili,
che nessun altro uomo potrà farti ridere,
senza che tu penserai a me.

Questa poesia di promessa rilancia l’accadere della meraviglia nell’ovunque e nell’eterno. L’amante, di fronte al tempo e allo spazio, stabilisce l’assolutezza dell’esperienza del riso quale creata dal sentimento purificante e dalla sua stessa volontà. L’amore che fa perdere il mondo è un sentimento senza scampo, una vera e propria apocalisse:

ho sentito l’acqua bisbigliare,
crollare a terra
seguita dal diluvio,
ho sentito esplodere il passato
in un nuovo battesimo,
la resurrezione del nostro futuro.

Non è tanto la sacralità dell’amore che Nikzad ripropone con la ricchezza di allusioni bibliche quanto l’esperienza di esso come frattura e purificazione: il diluvio, distruzione del mondo precedente e sua rigenerazione per acqua; il battesimo, distruzione dell’io passato e, ancora, purificazione di sé attraverso lo sciogliersi dei cuori nel diluvio; la resurrezione, passaggio dell’io attraverso la morte dell’uno e sua rinascita nel tempo sospeso delle “anime trovate”.
Si comprende allora perché solo l’amante possa parlare pulito: dall’incontro non si torna più, in lui o lei tutto l’inessenziale è già caduto, è già perito. L’amante è puro perché l’amore lo ha distrutto e fatto rinascere, da “carcassa” a corpo di luce. In “Le mattine mentre sei a lavoro”, poesia di inarrivabile grazia, unica ad avere un titolo se si esclude il finale, l’io poetico si ricrea al di fuori dell’umano per virtù dall’amore: non avrà più vista (ma rifletterà tutto), sarà un Atlante (e terrà il cielo), non si sveglierà né dormirà (il suo corpo vivrà fuori dai giorni), toccherà tutto, canterà in eterno. I suoi limiti di uomo sono spariti. Il mondo conosciuto è sparito. Il cielo stesso non conoscerà più pioggia, perché il tempo sarà sospeso. Egli è colui che ha la forza di compiere il gesto di vulnerabilità suprema, mostrare il fianco, e in questa morte osata sparisce l’uomo e compare il dio:

Rischierò per la verità,
crollerò e ti penserò
respirerò
e sarà universo.

E’ appunto il soffio dell’amante a creare l’universo. Così Nikzad rinnova la metafora morta dell’amore travolgente: esso è evento imprevisto e forza che stritola contro il proprio volere, è fatto di corpi in musica ma anche in collisione. L’eros polverizza l’ombra e restituisce la carne alla grazia.
E’ così che Nikzad celebra l’effimero, il piccolo, il quotidiano. Nella poesia sopra citata, “Le mattine mentre sei a lavoro”, la prosaicità individuata dal titolo istituisce una polarità rivelatrice con l’ultima parola del componimento: “universo”. Essa individua la compresenza del quotidiano e dello straordinario, del tempo e dell’eterno l’uno accanto all’altro, che costituiscono una delle chiavi della sua potenza. Nel componimento che per primo invoca l’ascolto dell’amata, consegnando al suo orecchio l’intera raccolta, Nikzad traccia il quadro di una parola protettiva e accudente che preserva l’ordinario, il minuscolo:

queste parole
[…]
godono della normalità;
ti aiutano a fare il bagno nella vasca,
comprano il pane caldo
aprono le imposte per farti entrare,
impilano mattoni,
costruiscono pilastri,
per sostenerti
per essere immateriali in questa vita.

L’estrema materialità delle azioni quotidiane è quasi sottolineata dalle parole, cosicché, quasi per virtù di eccesso, l’amore appare bruciare ogni possibilità di perfezione che non risieda nella normalità stessa, facendo sì che a rimanere sia solo quanto degli amanti si esplica nel tempo, purificato ed eternato dalla sua stessa disperata unicità. Tanto completo da rifiutare ogni disumana perfezione.

  • Daryoush Francesco Nikzad
  • Non scomodiamo Baudelaire
  • Tutto il nostro sangue edizioni
  • 2020, pp. 63, €7,00 (paperback)

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