Nei meandri bui del labirinto kafkiano. A proposito di “Il processo”

Di ANDREA BRICCHI

Libro incompiuto, Il processo è una surreale «storia satura d”infelicità e di poesia», per citare la Nota del traduttore di Primo Levi. La lettura che ne dà lo stesso Levi, tra l’altro, pervade il lettore di inquietanti suggestioni per le consonanze biografiche dello scrittore italiano e il destino degli ebrei circa vent’anni dopo la prima pubblicazione di questo libro: «Dunque è così, è questo il destino umano, si può essere perseguiti e puniti per una colpa non commessa, ignota, che il tribunale non ci rivelerà mai; e tuttavia, di questa colpa si può portar vergogna, fino alla morte [corsivo mio] e forse anche oltre» (ibidem).
Perché «il mondo stravolto, dove tutte le attese logiche vanno deluse» è una declinazione possibile del nostro mondo; Joseph K. vaga «per meandri bui, per vie tortuose che non conducono mai dove ti aspetteresti», ma d’altra parte è la vita stessa – come un libro oscuro e pieno di trappole – che trova la sua migliore metafora, il simbolo definitivo, nel labirinto; un labirinto che peraltro è rappresentato magistralmente dall’Orson Welles della riduzione filmica del capolavoro dello scrittore praghese, che vanta un cast ricco quant’altri mai di grandi nomi: A. Perkins (K.), lo stesso Welles (l”avvocato Huld), R. Schneider (Leni), J. Moreau (la signorina Burstner) e E. Martinelli (la moglie dell’usciere del tribunale).
Kafka si compiace, è ovvio, nell’ammantare ogni situazione di un velo onirico, che dal comico vira verso l’incubo passando per il grottesco. Lo dimostrano i ridicoli mostri quotidiani che infestano i corridoi per cui si perde il protagonista; lo dimostra la coercizione che puntualmente lo stanca e lo porta all’esasperazione; lo dimostrano i lunghi, logorroici discorsi incongrui che gli confondono le idee anziché chiarirgliele; lo dimostra l’oscuro squallore degli scenari che fanno da sfondo al suo peregrinare; lo dimostra la visione globale che ne esce fuori della donna, sempre vista tramite lo sguardo di un maschio infoiato nel colmo di un sogno pieno di turbamenti, erotici e non.
Ma le donne svolgono un ruolo interessante, simbolico. Sono lascive, sembrano concedersi e lo stanno quasi per fare del tutto, salvo frustrare il sognatore negandosi sul più bello. Come ancora brillantemente fatto notare, o meglio lasciato più o meno volutamente intuire, da Primo Levi, il comportamento contraddittorio del protagonista nei confronti di Leni, quella che sembra potersi dare a lui con più facilità, ha una notevole affinità con la trama generale del libro: «Teme di essere punito e ad un tempo lo desidera».
A questo aggiungerei che il comportamento ambivalente di K. verso le donne è il comportamento di chi giustamente nutre sospetti verso chiunque, visto che ogni personaggio che compare nella storia sembra uno dei tanti attori del claustrofobico complotto burocratico-giuridico ordito contro K. Tutti, persino le importune bambine dell’episodio del pittore, fanno paradossalmente parte del Tribunale, le cui segreterie sono sparse assurdamente ovunque, persino nel solaio di altri palazzi.
Tutto è Legge, quindi tutto è disperazione, qui, in questo sconfortante mondo parallelo in cui nessun’interpretazione può essere l’interpretazione definitiva: la stessa conclusione cui, in fin dei conti, giunge K. al termine della conversazione con il sacerdote a proposito della storia dell’uomo di campagna e del guardiano, peraltro già raccontino a parte e primo germe, si può credere, del romanzo. «Quella storia semplice era diventata informe», pensa K. dopo tutto quel moltiplicarsi di interpretazioni contorte e deliranti.
In realtà, spesso è bello lasciare (andare) i sogni così, da soli, senza darne troppe letture, ma limitandosi solo a subirne il fascino oscuro dato dall’inquietudine e dalla continua interrogazione che ingiungono a chi sogna, o a chi legge (che poi, in casi come questi, è grosso modo la stessa cosa). Almeno finché non ci si risveglia, ritrovandosi cambiati, in quanto arricchiti di una nuova visione, di una nuova prospettiva sulla realtà e, in ultima analisi, di un maggior livello di coscienza.

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