Adriano Cataldo, Dialogo postumo sulla fine di alcuni mondi

Di ADRIANO CATALDO

Il segno interno della mondanità, ciò che costituisce il suo carattere fondamentale di normalità, è la sua progettabile intersoggettività, il suo appartenere a una prospettiva di operabilità socialmente e culturalmente condizionata: e non a caso il termine più pertinente per designare la normalità del mondo è attinto dalla vita associata, onde il mondo normale è «domestico», «familiare», «mio» in quanto comunicabile agli «altri». […]. La perdita della «normalità» del mondo è il perdersi della sua storicità, il suo uscire dal cammino che dal «privato» porta al «pubblico», poiché il «privato», l’intimo, il personalissimo ha un senso fisiologico quando racchiude una promessa di pubblicizzazione, quando è immesso come momento in una dinamica di valorizzazione intersoggettiva, quando diventa prima o poi parola e gesto comunicanti.

1.

Ci siamo detti, avremmo a lungo rimpianto
l’infilascarpe e il toglisuole.
Più facile era cercare un riposto comprensibile
alla voglia di scappare.
A tradimento, ci è stata chiesta la direzione
non sapendo, preparavamo lo zerbino all’esplosione.
Nella fissione
nucleare
famiglia
ci siamo detti.

2.

Solo e penoso
misuro le strade
a forza di crampi.
Così facendo
delego il canto
della rovina:
a quanto riesca alla tarma,
a quanto resti inodore la morte della cimice,
a quanto si schiuda, indifferente al sepolcro, la farfalla.

L’essere sottratto e strappato a sé appare qui come svuotamento, spoliazione e furto della esistenza. Gli altri uomini e il mondo materiale sono esperiti non più come viventi, ma come morenti. L’essere insieme si risolve nell’essere l’uno contro l’altro. Il mondo umano e delle cose sono vissuti non più come viventi ma morenti. Lo stare insieme si risolve in uno stare l’uno contro l’altro, la partecipazione dell’uno si risolve nell’uno che prende parte dell’altro.

3.

Si faceva più spessa
la fila
nei giorni di paga.
Necessità d’ammasso,
sistemica, di stato e mercato,
di polveri, merci e umani
per farli pari e immuni.
Come combustibile fossile:
propellente e distruttore.
4.
Un tempo era la pagina bianca.
Oggi, diverso il supporto, intatto l’abisso.
Presente ovunque,
il consentito è un dissentito dire.
Oggi è quarantena ovunque
e noi giochiamo e siam giocati
che è come dire “la condanna d’esser nati”.
Oggi siamo gettati ovunque,
e ci sorprende quanto abisso
porti in dono ognuno
per non esser stato cittadino.
Oggi si guarda,
mentre dorme quello spirito guerriero
che dentro è ruggine.

L’identità è la nostalgia dell’identico, il tornare nell’indistinto delle origini, il resistere alla proliferazione del divenire storico, l’istinto di morte, lo scomparire nella situazione in luogo di trascenderla, l’annientarsidell’esserci nel mondo.

5.
Aumentan le domande
aggregate, d’estranei,
un’allusione ad altro
che faccia cittadini.
Sterminate, le vecchie
parole non bastano:
un cristo a ogni buca,
eroi da far valere
le carceri che siamo,
le guerre che vogliamo.
Insieme, sussidiari
di quanto il dire tardi,
di quella recessione
raggiunta a gran falcate.

Il melancolico porta colpa […] di vivere il crollo dell’ethos del trascendimento, di essere in questo crollo, di essere trascinato dal mutamento di segno del doverci essere nel mondo, di non potersi mai porre, in nessun momento del vivere, come centro di decisione e di scelta secondo valori intersoggettivi.

6.
Più che l’ulteriore risposta,
la nuova domanda slegata.
Cosa continua impunemente:
in un dopo che prende cura,
che prende distanza;
in un dopo che ritiene, controlla,
ingiunge la colpa;
in un dopo che vede tradotta la “vita” in “uno stile di”.

La vita come tale è incapace di prendere distanza da se stessa oltrepassandosi nella cultura: l’energia oltrepassante che fonda l’umanità è quindi un élan moral primordiale, senza il quale la stessa base vitale, i singoli in quanto corpi, non potrebbero sussistere indenni come singoli corpi umani. La caduta di questo slancio – quali che siano gli eventi somatici ereditari o acquisiti che possono entrare nel condizionamento quando si consideri tale caduta in una prospettiva medico-operativa – è quella patologia della libertà di cui parla Ey, cioè il recedere della potenza del trascendimento su tutto il fronte del valorizzabile, la catastrofe dello slancio valorizzatore.

7.

Per condurmi ai dubbi ho nitidi nessi,
uno scandalo tenue, benché privato.
A corollario, un principio di sintassi
pronunciato a fior di parola.
Reazione, riflesso condizionato,
ai bordi corrotto, stratificato.
Teme l’incanto, che tutto vanifica

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1
I testi in corsivo, giustificati a destra sono tratte da: La fine del mondo (Ernesto de Martino, Einaudi Editore), mentre quelli giustificati a sinistra sono di Adriano Cataldo e sono stati scritti tra il 2018 e l’aprile del 2020.

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Adriano Cataldo, cilentano, è nato nella ex Repubblica federale Tedesca nel 1985. Dal 2008 ha iniziato a pubblicare su blog e riviste e collettanee di poesia contemporanea. Ha pubblicato una raccolta (Liste Bloccate, 2018) e una plaquette (Amore, morte e altre cose compostabili, 2019). Organizza reading ed eventi di promozione della poesia in Trentino e Campania. Ha ideato il movimento Breveintonso, di cui ha curato la pubblicazione della raccolta Poesie il cui titolo è più lungo della poesia stessa. Cura la rubrica Il pubblico della poesia su Sanbaradio. Ha ideato il progetto di poesia e musica Electro Montale.

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