“Un artista dei nostri tempi”, racconto inedito di Andrea Bricchi

thomas Mustaki, “Mind Fusion”

Di ANDREA BRICCHI

Il vernissage si svolgeva in una serie di sale di cui una più ampia, dotata di alte vetrate, una delle quali dava accesso a un bel giardino molto ben curato da cui i visitatori andavano e venivano con il loro drink in mano. Dentro vi si potevano ammirare decine di opere di Vadim Novak.
Che io mi sia invaghito della sua arte per via della destrezza con cui lo vidi maneggiare i suoi grossi pennelli da imbianchino? Probabilmente fu così. Ma fu altrettanto decisivo, per me, ascoltare dalla sua stessa voce, resa claudicante dall’accento slavo, le ragioni della sua arte:
«Versare sulla tela la colpa. Spalmare sulla superficie la sconfinata estensione del senso di inadeguatezza».
Erano parole che mi davano a riflettere.
Ora Vadim stava impartendo istruzioni agli invitati senza mai smettere di fumare il sigaretto che pendeva a un lato della bocca.
«Rimarrai stupito dalla performance», mi aveva assicurato.
A un suo segnale, gli invitati si precipitarono davanti a un muro bianco. Cos’è che mi aspettavo? La rapidità e l’incantevole aleatorietà dell’evento furono tali da sorprendermi, nonostante fossi preparato a qualcosa di inedito. Afferrati i pennelli, andarono a spalmare il contenuto di alcuni grossi barattoli sul muro vergine. È un modo comodo di produrre in brevissimo tempo un’opera mastodontica, nella quale peraltro si sovvertono gli schemi tradizionali, poiché in fin dei conti il vero artista diventa il fruitore. L’opera così prodotta dimostrava una grandezza latente, ma non determinò l’adesione unanime. Io, nella mia debolezza di giudizio, non potei che restare ipnotizzato dal rinnovarsi continuo del disegno sotto gli occhi di tutti, e questo malgrado fossi un vecchio in materia di invenzioni artistiche, poco aggiornato com’ero sui fatti artistici più recenti.
Il suo sovrintendere alla performance collettiva fu tuttavia di breve durata, perché due minuti dopo si avvicinò a me per chiedermi di sostituirlo mentre andava ad assaporare in giardino il sigaretto. Cosa che feci, non sapendo però bene che istruzioni dare. Fui sostituito, appresso, in maniera del tutto casuale, da un vecchio igienista dentale e questo, a sua volta, da un ragazzetto sui dodici anni che strillava contro gli invitati messi al lavoro dal mio amico artista che piuttosto che rovinare il capolavoro in progress avrebbero fatto meglio a morire. Che strani ragazzini frequentano i vernissage, pensai. C’era, evidentemente, chi prendeva molto sul serio la questione dello spalmare vomito su una parete.
L’aria era incomparabilmente acre. Poi, una volta dato agli invitati un secondo segnale, questi presero uno dopo l’altro i fogli di giornale disposti per terra per incollarli sulla parete, che ne fu in un batter d’occhio tappezzata, dietro gli incitamenti di Vadim, che gridava:
«Forza! Alla svelta!».
Terminata quella fase, l’artista fissò la parete fino a dieci minuti prima candida. Tacitamente senz’altro esultò nell’osservare quelle rozze pennellate giallo-marroncine ricoperte di fogli di quotidiani, alcuni dei quali mezzi staccati, e quasi tutti fradici, impregnati di quella sostanza melmosa e puzzolente.
Mentre era così intento, nel generale silenzio bisbigliante, gli si avvicinò un individuo che gli disse sottovoce:
«L’opera mi ricorda certo Pollock e anche i lavori monocromatici di Rothko e Burri. E che dire dei fogli di giornale? Una chiara strizzata d’occhio alla Pop-Art!».
«Pietro Manzoni!», esclamò qualcuno.
«Millie Brown!», affermarono altri, più navigati.
«Andrés Serrano!» e «Jordan McKenzie!», gridavano altri ancora.
Io ascoltavo tutte quelle opinioni, quei raffronti, spiando dal giardino dopo che mi ero acceso una sigaretta, chiedendomi cosa sarebbe successo a quel punto. Vadim mandò via infuriato l’uomo che gli era venuto vicino, rimuginò qualche istante, infine proclamò di aver battezzato l’opera Il presente dell’uomo.
Il vernissage sarebbe proseguito ancora per un bel pezzo. Una dopo l’altra varie persone lo accostarono per fargli le dovute cerimonie, anche quelle che avevano contribuito a fargli partorire l’ultimo capolavoro. Con un signore con cui mi intrattenni a parlare trovai l’ultimo lavoro meno intenso. Certo, Vadim ci sapeva fare. L’ultimo acquisto, diceva l’uomo, era il simbolo della vittoria su sé stesso, e le oltre cinquanta opere esposte nella galleria esprimevano come non mai tutta la forza creatrice e la salute intellettuale del loro autore.
Le altre erano in effetti ugualmente impressionanti. Fra tutte spiccava l’immenso quadro contorniato da una cornice antica e incatenato alla parete che aveva al posto della tela o tavola uno specchio: era la sua opera più famosa, che accesa com’era da un fuoco di protesta contro l’arte tradizionale, esprimeva quella che a dire di Novak era una realtà di fatto, vale a dire che, come aveva asserito Stendhal, in ogni opera noi non leggiamo che noi stessi. Ma non si fermava qui, perché l’enorme opera abbatteva la quarta parete di ciò che lui chiamava talora il teatro dello spirito, talaltra l’immanenza. Il suo scopo, come mi confidò un giorno, era quello di far vacillare la salute mentale del fruitore dandogli allo stesso tempo una consapevolezza maggiore, una coscienza intellettiva più forte. Vadim, a dirla tutta, si spingeva fin troppo lontano con il suo pur encomiabile sforzo autoesegetico. Ciò non toglie che avesse avuto un suo momento di gloria all’epoca di quella creazione, pochi anni addietro: la notizia rimbalzò sui più seguiti magazine del settore, il che gli procurò una pubblicità invidiabile.
Un’altra sua famosa realizzazione era stata una specie di fantoccio o spaventapasseri piuttosto inquietante. Si trattava di un ometto fatto di panni: sulla testa di feltro aveva un berretto floscio; un grande colletto di pizzo; una casacca con un bordo di pelliccia e con un leggero ricamo; pantaloni fatti in marocchino ornato di fiori d’argento. Un’altra ancora, un’opera effimera, ne riprendeva il concetto, ma in questo caso le parti del corpo erano fatte di carne di manzo cruda.
Avevo conosciuto Novak tramite un amico comune, il quale un giorno mi disse di conoscere un pittore alla ricerca di uno sconosciuto che fosse – era questo un requisito necessario – in qualche modo definibile artista, per un’opera che doveva realizzare in quei giorni. Accettai, pensando che io, scrittore a tempo perso ma di professione giornalista, ne avrei potuto approfittare per intervistarlo e scriverci sopra un articolo per la rivista per cui lavoravo, e l’indomani mattina mi ritrovai nel suo studio.
Mi disse di scrivere su una grande tela, alla rinfusa, o meglio secondo il mio gusto artistico, tutti i numeri da 1 a 23. Come scoprii di lì a poco, a ciascuna di queste cifre era associato un secchio di un certo colore, e tutti i secchi erano bene al riparo dal mio sguardo, in un’altra stanza. Obbedendo agli ordini dell’artista, eseguii il mio lavoretto di scrittura dei numeri con la fede più ingenua nell’intento artistico che vi soggiaceva, e ciò, in base agli ordini di Novak, più in fretta possibile. La mia disposizione dei numeri fu da lui giudicata interessante; vi riscontrò una certa armonia. A quel punto dispose, prendendoli due alla volta nell’altra stanza, i grossi barattoli di vernice davanti alla tela. Quindi, uno dopo l’altro, scaraventò il contenuto di tutti e ventitré su di essa, badando a lanciarlo con maggior precisione possibile in corrispondenza del numero associato al colore di vernice. Era stato dunque una sorta di co-creatore improvvisato di quel dipinto. Alla fine, Vadim lo sigillò apponendovi la sua firma e mi chiese di aggiungervi, subito sotto, le mie iniziali, per testimoniare che l’opera era stata eseguita grazie alle mie indicazioni determinanti e alla mia unica, irripetibile sensibilità.
Dietro suo invito mi sedetti a fumare su una poltrona nel suo studio. Lui mi sedeva accanto aspirando il fumo dal suo immancabile sigaretto. Seppi che non riusciva a restare più di due o tre settimane sulla stessa tecnica. Gli chiesi da dove traesse ispirazione per le sue opere: mi rispose che era stato un bambino prodigio, ma che i genitori lo avevano destinato alla musica; lo conciavano come un bambolotto; mi mostrò delle foto in cui era un figurino, con i capelli impomatati e una casacchina di velluto nero dai bottoni dorati. La musica fu dunque il suo destino, fino a quando, all’età di diciott’anni, non si ribellò e cambiò alloggio (scappò di casa), cambiò stile di vita e modo di abbigliarsi (da allora in avanti «molto più artistico») e, come era da immaginarsi, cambiò soprattutto arte.
Da allora si diede anima e corpo alle arti plastiche cercando di compiere l’inaudito, di sondare l’inesplorato in questo campo. Questo gli suggerì, ad esempio, l’idea di disseppellire i cadaveri nei cimiteri al fine di ricavare insoliti materiali e texture con cui creare; o di raccogliere foglie morte sotto a un albero per ricoprirne sculture di cartapesta; o, con i soldi ricavati dalle opere vendute, di fondere l’oro per produrre i chiodi ai quali appendere i suoi quadri, i quali peraltro erano racchiusi, in certi casi, nella cornice d’ebano da lui stesso lavorata.
Per lui l’arte, mi disse, aveva un gusto più intenso se cosparsa del sapore della passione e del delirio del risentimento. Quel che doveva dare al fruitore non doveva essere una banale speranza nel prossimo futuro, ma qualcosa di scioccante, di temporalesco. Mi raccontò che l’esperienza più artistica che aveva vissuto era stato l’assaporamento della libertà e del futuro radioso che lo aspettava, quando corse – mettendovi tutta l’energia che aveva in corpo – attraverso un bosco durante una pioggia d’estate; al termine, sfinito, si era seduto sul fango avvertendo la sensazione di fondersi panicamente con Madre Natura.
Dovetti ammettere a me stesso una certa incapacità a distinguere se mi trovassi al cospetto di un genio o di un pazzo. Di certo c’era in lui qualcosa dell’uomo ideale e forte che anche io avrei voluto essere; questa proiezione mi legò a tale personaggio con la stessa forza con cui ci si lega ai propri vizi, tanto che quando stetti per rimanere senza casa, perché il contratto d’affitto stava per scadere e il proprietario non era intenzionato a rinnovarmelo, mi venne spontaneo di chiedergli se avesse spazio per me a casa sua. Vadim accettò e diventammo coinquilini. In altri termini, da allora in poi convissi con tutte quelle sue stramberie.
Il pubblico delle sue opere intanto cresceva, e di pari passo cresceva in lui la convinzione di essere un grande artista. Gli amanti dell’arte contemporanea, e io ero senza dubbio uno di questi, che riempivano le sue mostre e affollavano, come chiamati a raccolta, i suoi vernissage, amavano di certo in lui, pur non rendendosene affatto conto, la propria stessa malattia: la malattia della società moderna, la malattia della modernità.

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