Le polemiche letterarie e l’eterno ritorno dell’uguale: per non ripetersi

Sonia Caporossi,
“Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi”
Editore: Marco Saya
Anno edizione: 2017
Pagine: 132 p. , Brossura
euro 15

Di SONIA CAPOROSSI 

 

Succede, per ripetersi, che in campo poetico non pare sia valido l’assunto musicologico di Brian Eno in base al quale “repetition is a form of change”. Succede, per ripetersi, che sempre più spesso, come sostenevo qualche giorno fa su facebook (luogo ormai divenuto, giocoforza, agone e agonia della letteratura ultracontemporanea) le polemiche letterarie divengano sterili se reiterate incessantemente come una sorta di sgomitamento ricorsivo verso la platonica doxa. Ripetevo, in questo senso, che “il problema principale del letterario oggi è che tutto vi si riduce a questioni di sociologia della letteratura, ovvero a ciò che gira intorno al letterario stesso, senza il minimo cenno a questioni di estetica della letteratura, ovvero a ciò che è fondazionale del letterario in sé.”

Le polemiche letterarie sono sempre le stesse da decenni, sono caratterizzate stancamente dalla reduplicazione di modi e temi, assumono sempre la forma della dicotomia contrappositiva, del bivio, ovvero del dualismo irrisolto, proprio ciò che fino a Kant ha oppresso la storia della filosofia e da cui non si esce se non nell’hegeliano auf-heben, “toglimento” (D. De Negri), “superamento” (V. Verra), “levamento” (G. Garelli), “sublimazione” (V. Cicero): insomma, l’andare oltre la contrapposizione immediata in sé e per sé. Se pure per Hegel le cose sembrano ripetersi, non è mai un eterno ritorno dell’uguale, ma un processo dialettico in cui tesi e antitesi vengono tolte e superate nel tertium, un terzo che è sintesi e quindi riconsiderazione e ricomprendimento anche conservativo dell’una e dell’altra all’interno di un’entità nuova. Mi si perdoni lo scolasticismo: succede che una cosa del genere non si veda poi sempre all’interno dell’ambiente letterario attuale, composto abitualmente da intellettuali onesti e appassionati, che però troppo spesso avviano scambi partigianeschi per posizioni irrisolte e irrisolvibili, e quindi in realtà non dialogano, bensì dia-logano, passando semplicemente attraverso la discussione senza tangerla realmente (chi sa di non agire in questo modo non si senta chiamato in causa; chi agisce così, si metta in discussione senza piccarsi).

Ultimamente la questione ha toccato (di nuovo!) il poetry slam e la bontà o meno di collane storiche della poesia italiana (la Bianca, lo Specchio…), messe in dubbio per malaugurati inserimenti di poeti considerati poco validi; ma l’elenco completo delle polemiche letterarie ricorrenti (al netto dell’assunto categoriale policastriano) lo potete trovare qui sotto, nell’introduzione al mio volume di saggi critici intitolato Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi, uscito ormai due anni fa.

Io, per non ripetermi, ovvero per non dover ribadire con le medesime parole quanto ho scritto sulla carta stampata e in rete e discusso infinite volte in convegni, letture, presentazioni, interventi, festival, cene a illuminismo di candela, ne pubblico un estratto, dove sostengo che la posizione del problema sociologico non scardina affatto il dualismo, anzi lo ripropone identico a sé stesso senza reale superamento: occorre quindi virare verso una diversa visione delle cose, in direzione di un’impostazione estetica del fatto letterario. Come? Ponendoci finalmente su un piano estetico-critico il problema della qualità del testo e quello (preesistente) dell’educazione estetica.

Buona lettura.

“È facile notare come ultimamente in Italia, nei convegni, negli happening e nei festival letterari, ci si occupi di temi raramente dotati di un’urgenza immediata e cogente, dettata da una reale modificazione dei moduli ermeneutici e propositivi in atto, mentre più spesso si torna continuamente a dibattere di argomenti non certo nuovi, che però abbisognano ugualmente di un approfondimento e di un aggiornamento continuo, di una verifica fortiniana dei poteri, dei saperi e dei doveri ad essi sottesi.  Nella fattispecie, all’interno delle discussioni che riguardano l’oggetto poetico, si parla spesso di questione generazionale, di dualismo poesia lirica / poesia di ricerca, della dicotomia tra poesia come istanza primigenia e letteratura come prodotto sociale e storico da cui si autogenera l’altra dicotomia tra oralità e scrittura, così come della preponderanza delle modalità analitiche della sociologia della letteratura di contro all’impostazione estetico – filosofica che spesso si vuole far passare sotto silenzio (adducendo il motivo che poeti e filosofi non avrebbero nulla da spartire), oppure della necessità dell’espressione di una poetica differenziale di contro al semplice fare gruppo, nonché del ritorno urgente alla critica testuale che dismetta la prevaricazione del nome sul testo.

Altri temi spesso ricorrenti sono quelli dei padri putativi e dei modelli, della necessità di abolire il concetto di canone e di genere letterario, dei cambiamenti percettivi della durata e della ricorsività spaziotemporale nei fatti d’arte e di poesia, delle diverse modalità espressive in base al medium di riferimento; infine, quasi a condensare ogni luogo di dibattimento in un punto focale, della crisi dell’editoria poetica e dell’urgenza, davvero conseguente, di ristabilire un piano nazionale in direzione dello sviluppo di una consapevolezza culturale delle coscienze, verso un’educazione estetica che consenta di uscire fuori dall’impasse. In una breve pagina, a ben vedere, abbiamo condensato gli argomenti principali della critica poetica in Italia che, guarda caso, sono gli stessi contenuti all’interno del presente volume. Sono andata sviluppando e argomentando nel corso degli ultimi anni di attività critica questi temi […] autonomamente e in modo personale, all’interno di una sorta di isolamento aureo volontario, da critico outsider insomma, per cui raccogliere in volume le mie riflessioni teoriche e pratiche su quell’urgenza espressiva che va o non va a capo e che prende il variegato nome di poesia-che-si-fa-letteratura mi sembrava a questo punto opportuno, come a voler mettere un punto fermo da cui ripartire per offrire il destro a una discussione finalmente altra.

L’unico argomento che sembra passare oggigiorno un poco sotto silenzio, fra tanti di sociologia della letteratura, è di natura squisitamente estetica e riguarda la qualità del versificare, del testo poetico o letterario che dir si voglia. Per ciò, questo volume a più riprese tocca anche questo argomento di interesse primario, e lo fa concettualizzandolo sulla base di teorie semiologiche ed estetiche chiare ed esplicite.  Sottotraccia, spero si avverta viva da parte mia l’esigenza di indire al più presto un ulteriore confronto sulle modalità pedagogiche dell’educazione estetica degli individui nella nostra società(con)globalizzata, affinché la poesia arrivi il più possibile (proprio nel senso dell’aisthesis, cioè dell’averne piena consapevolezza estetica) alla miriade di potenziali fruitori. Perché altrimenti abbiamo voglia di discutere mille anni sulle reali motivazioni delle presunte crisi variopinte della poesia scritta, dell’editoria e dell’arte in genere: non troveremmo mai il bandolo della matassa, non dico la soluzione, ma nemmeno la focalizzazione del reale problema di fondo.

La vera crisi che stiamo attraversando, infatti, è di natura eminentemente culturale e il suo fulcro è nell’ insegnamento, ovvero nella possibilità di offrire alla massa dei lettori fin dai primi anni di vita chiavi di lettura estetiche e (di conseguenza) epistemologiche della realtà.  Uno degli scopi originari della poesia era, già millenni fa, quello pedagogico. Per questo, come poeta, come insegnante e come critico, non mi sentirò a posto con la coscienza finché l’ultimo dei miei studenti (o dei miei lettori) non viva limpida dentro di sé (senza canoni o categorie precostituite e prostituite!) la differenza fra la bellezza e la bruttezza di una poesia. Ché poi, sentire le cose permette poi anche di concettualizzarle: l’aisthesis, in questo senso, è il Grund vero e proprio di qualsiasi conoscenza del mondo. […]” (Sonia Caporossi, Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi, Marco Saya Edizioni 2017, pp. 5-7).

2 pensieri riguardo “Le polemiche letterarie e l’eterno ritorno dell’uguale: per non ripetersi

  1. Ho una mia annosa idea sul perché la poesia non vada più, non attiri pubblico e non si pubblichi (il che non vuol dire che, nell’andamento ciclotimico dell’Universo, non tornerà ad attizzare a suo tempo).
    Ancor prima di dar referto all’idea che dicevo, mi precedo – o antecedo – con una domanda che, credo ma dispero, in molti interessati alla poesia ci dobbiamo aver autorivoltellata: ‘Perché Cristina d’Avena vende più di Franco Arminio nella classifica Amazon di vendite 2019 ( e certo non solo in quella e pur non dando per scontato che il confronto tra mele e pere sia impertinente per le canefore)?’
    La mia nutracetica risposta è che siamo ciò che compriamo. Compriamo dunque (o almeno la stragrande maggioranza degli italiani lo fa) Cristina d’Avena perché questo siamo (la stragrande maggioranza degli italiani lo è). E prima il Perché ce lo rivolgiamo, peggio è (voglio dire: chiedendocelo, cambiamo o ci ricambiamo?) .

  2. Maria Rosaria Lasio 3 giugno 2020 — 12:10

    Concordo sul fatto che per leggere e distinguere una poesia bella da una brutta occorra risalire alle forme del fare arte, ridare spazio e valore ad una educazione estetica che indichi alcuni parametri di riferimento chiari e non si faccia soffocare da correnti stilistiche imperanti. Ri-conoscere una pratica poetica vera da un semplice esercizio solipsistico è un compito oggi arduo. Per conto mio si pubblica anche troppo. E troppi di credono poeti senza aver mai letto poesia
    .

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