“Da Capoora a Groundsend”, un racconto inedito di Salvatore Enrico Anselmi

Di SALVATORE ENRICO ANSELMI

Genedio era un capospedizione.
Alto quanto due portatori sovrapposti, magro e tenace come una corda grezza che, dopo essere stata bagnata, s’asciuga e diventa più ritorta di prima intorno al canapo maestro, al cordame primo. Ritorta intorno al suo centro, al suo essere filo intrecciato per tenere insieme e non far perdere il carico, per chiudere, per abbracciare un intero collo gigante di cassoni, ceste, tende dove dormire e giare di pelle, otri di vacca dove tenere l’acqua da bere, bussole, carte e fiaschette puzzolenti di alcool a buon mercato.
Nessuno sapeva esattamente da dove Genedio venisse, cosa avesse fatto nei precedenti quarant’anni di vita, se e quali azioni dovessero essere raccontate o rimanere dietro una porta serrata a mandata doppia e buttata via la chiave.
Forse aveva ammazzato qualcuno, forse era stato quasi ucciso ed era quasi risorto.
Forse era stato schiavo e aveva spezzato, a forza di tenaglia, gli anelli della catena che gli aveva sfregato le gambe all’altezza delle ossa in vista.
Forse era stato rapito dai mercanti di cose e uomini, venduto dai fratelli, diventato capo-spedizione del governatore per averne interpretato i sogni e avergli predetto come avrebbe potuto guarire il suo popolo dalla pellagra e dalla miseria.
Genedio formava le carovane che da Capoora avrebbero fatto scalo a Capodimezzo per raggiungere Groundsend, già segnata nelle mappe antiche come Finisghes o Terràpicon.
All’andata si trasportavano rame e spezie, manufatti in metallo semilavorato e allume. Al ritorno i semilavorati del tutto lavorati, carne secca e speziata, catini d’alluminio e coperchi.
Nel mezzo la giungla, la foresta pluviale, la coltre di legni e liane, di felci giganti, di alberi con radici aeree che s’abbarbicavano a tutto quello che si poteva abbrancare con barbe prensili come dita, come mani filamentose, come tele di ragno e bava. Era una bava fitta di fuliggine che odorava di frasche pestate. Le frasche marcivano a testa in giù, nell’acqua. Come se una mano sadica le tenesse giù, ben calate sotto la superficie della melma. Lì sotto, mezze soffocate nel grigiore opaco, imbarcavano acqua.
La giungla era densa, di un verde nero, punteggiato solo in cima dalle chiazze lontane del sole.
Era nera e s’addensava sulla testa, sulle spalle, tra il petto e le braccia. Ci strisciava sopra come un dolo non espiato e con un senso di morte, come solo la certezza forse di non farcela è sorella della morte. La speranza, che stramazza sempre per ultima, sibilava che forse ci si poteva riuscire, anche quella volta, anche durante quella interminabile spedizione. Forse.
Il volume grasso dell’aria era popolato da un pulviscolo d’insetti solerti, cinici iniettanti veleno, tosco inoculato per mezzo di pungiglioni che si facevano strada a raffica e stilettate.
A terra animali striscianti e puntuti di aculei. E ancora veleno essudato da pelli iridescenti che somigliavano a fiori artificiali.
Chi era stato punto, o aveva anche solo sfiorato la sagoma viscida di qualcuno di questi animali, annusato l’aroma dei non fiori, era morto o aveva rischiato la vita dopo uno strano viaggio. Allucinati per aver visto colline viola, cieli a cirri verdi, per aver accolto centuplicate mani di donna, ricevuto carezze come da bambini e soffici baci sugli occhi che tuttavia non facevano più vedere, storditi da acufeni di musica eterna tra le orecchie e le tempie, portatori punti e carovanieri avvelenati giuravano d’essere morti. E mentre giuravano, con le dita a croce sulla bocca, di essere già morti qualcuno li incideva per fargli spurgare le ferite e sgonfiare i bubboni.
Genedio li incideva, le ferite spurgavano e i portatori con le lacrime agli occhi prendevano coscienza del sogno consumato e a quelle visioni malevole attribuivano un ruolo da anticamera verso la non vita. Sbiadiva la memoria del sogno, dei cirri, delle mani centuplicate e dei baci che serravano invece di schiudere e i malati ritornavano a respirare senza affanno.
Genedio aveva insegnato ai compagni come incidere e far spurgare i tagli. I compagni esperti avevano tramandato le stesse pratiche ai più giovani.
Nel mezzo, tra Capoora e Groundsend, la regione era verde e untuosa, immensa.
I carovanieri si facevano strada col machete, a colpi ben assestati e qualche volta saltava un braccio o una gamba di quello davanti o accanto. Si riattaccava, si ricuciva, si stendevano punti giganti di carne e filo. Dai rami si ricavavano stampelle rudimentali.
Si moriva imprecando, si imprecava per la fatica, s’annaspava nel fango paludoso e le carezze ai polpacci della melma, quando questa s’animava bifida, non era mai buon segno. Qualcosa in attesa, che avrebbe azionato mascelle milledentate, nuotava al di sotto del pelo d’acqua.
Senza preavviso, raggiunta la regione di Capodimezzo, la foresta prima si diradava poi s’interrompeva di colpo.
Pochi metri indietro la selva, l’intrico. Qualche metro più avanti una radura verde, di un verde mai visto. L’erba sotto i piedi e non il fango, orti che traboccavano cavoli e zucche, non rami spinosi o radici aeree peduncolate ma frutta dolce e l’erba sottile, fresca, quella che si fa calpestare senza opporre resistenza, che conserva l’orma del piede e solo dopo un po’ si rialza.
Capodimezzo era al centro di quella radura benefica, e, ben assestata nel mezzo, prosperava.
Era una miracolosa apparizione, abbagliante, e faceva pensare a casa.
Era una piccola città bianca e compatta intorno alla piazza principale. La terra delle strade, ricoperta di paglia, e le ampie aree pavimentate davano l’idea dell’aia intorno alla casa padronale di una fattoria ben tenuta.
Gli edifici, candidi, abbacinavano come vetri lavati, come facce polite di diamante ben tagliato. Erano in legno tinteggiato di fresco, con i portici ampi sul davanti, due piani sovrapposti, balconate lunghe e perimetrali. Decorazioni a traforo in stile coloniale.
Una chiesa, il palazzo del governo, la dogana vecchia su due lati della piazza. Gli altri due erano occupati da un giardino.
Genedio aveva costruito da solo la sua casa in città. L’ultima in fondo al viale che tagliava l’abitato come un cardo, da nord a sud. Era a due piani con una veranda grande su un lato dove s’arrampicavano fitte piante di gelsomino. Sulla veranda Gea, la moglie, stendeva i panni, cantava, azionava il ventaglio percuotendo lo spazio intorno lungo una traiettoria ad angolo piatto, variando la frequenza e annusando l’aria spezzata e fresca che il ventaglio le portava alle narici. Profumava del gelsomino arrampicato per tutta l’altezza della casa e tratteneva l’aroma dell’attesa.
Sulla loggia Gea scrutava il cielo e minacciava vendetta contro l’orizzonte, quando il marito era in viaggio e ancora non tornava. Scrutava il cielo con sguardo fendente, per tagliare i tetti e le altane delle abitazioni vicine, per superare i muri, le decorazioni traforate, la punta degli alberi nel parco, le nuvole serrate, la distanza. Trasvolava il mondo conosciuto per trovarsi esattamente lì dove anche il marito era in quel momento, impantanato, veloce tra frasche leggere o rallentato dai lacci prensili, dalle mani unghiate delle piante velenose. Lo sollevava, lo spingeva, gli alleggeriva il carico, toccava la sua fronte e gliela tergeva a piene mani. Lo salvava da lontano a distanza non misurabile quando Genedio era a tre notti di veglia, a sette giorni d’arsura, a cento leghe di distanza dai suoi fianchi, a mille respiri in sequenza dal suo fiato.
Forse ora, mentre Gea pensava a lui, e col filo tenace del ricordo riteneva di riportarlo a casa, Genedio, forse era di nuovo a Capoora.
Se Capoora era un paese lercio, sporco da fare schifo anche agli animali che grufolavano liberi per le strade, Capodimezzo era un’oasi.
Se Capoora era grigia, con le case di legno e fango, o di muratura sbrecciata con su l’intonaco grasso e maleodorante per la troppa calcina andata a male che era stata comunque utilizzata, Capodimezzo sembrava la città irreale dei sogni, la città dei libri, d’architettura e fiabe.
A Capoora ci potevi rimanere secco se andavi in giro di notte, soprattutto se straniero e abbordato da qualche banda. Ti avvicinavano con una scusa pietosa, ti si facevano sotto, tutti intorno senza lasciare una via d’uscita, e ti saltavano addosso, come lupi. Qualcuno ch’aveva rimesso il portafoglio, l’orologio a catena, un anello col dito ancora attaccato, i denti, un braccio, l’onore. Qualcun altro ci lasciava la vita e se lo portavano via sui carretti la mattina dopo gli inservienti del becchino che faceva servizio al camposanto in fondo al paese.
A Capodimezzo, invece, si poteva passeggiare fino all’alba, fumare un sigaro, ascoltare le orchestrine agli angoli di strada, giocherellare con gli orecchini a boccole che pendevano dai lobi chiari delle donne.
Le donne di Capodimezzo erano belle. Le maritate erano fedeli e quelle non sposate oneste.
Potevi giocare con i loro orecchini, giocare con i loro orecchini e stare. Fermarti lì.
Per andare oltre ci volevano una promessa, un anello al dito, i genitori di lei d’accordo, un mazzo di fiori d’arancio, una chiesa addobbata e il primo bacio dopo aver alzato il velo sulla fronte della sposa.
Per andare oltre, Genedio aveva seguito la trafila, seguendo l’ordine: la promessa, l’anello, il consenso dei genitori, i fiori d’arancio, la chiesa addobbata e un bacio dopo aver alzato il velo sulla fronte della sua sposa. Per rassicurare che facesse sul serio, Genedio aveva costruito anche una casa in città. L’ultima in fondo al viale che tagliava come un cardo, da nord a sud, l’abitato. Quella che carovanieri e stanziali riconoscevano per l’aroma di gelsomino che stordiva la via.
A Capodimezzo non c’era neanche un casino. A Capoora ce n’erano tre, aperti giorno e notte. Ci potevano andare tutti: giovani, vecchi, pazzi, gonorroidi, sifilitici, ladri, assassini. Anzi i ladri erano sempre ben accetti perché potevano pagare bene. Lo stesso gli assassini che forse erano anche ladri.
I pazzi erano quasi tutti sifilitici e molti sifilitici erano stati giovani infoiati con le braghe instabili già da adolescenti. Quelli diventati pazzi senza essere sifilitici avevano perso la ragione per aver attraversato la giungla intorno a Capoora ma non erano riusciti ad arrivare a Capodimezzo. Nella giungla avevano vagato in tondo, in lungo e in largo, si diceva per almeno vent’anni, senza intravedere neanche la città bianca, ed erano tornati indietro con mezzo carico perso e senza guadagno.
A Capodimezzo i ladri, colti sul fatto, venivano condannati a lavorare nei campi, a piegare la natura al volere degli abitanti. L’ampia radura tutt’intorno veniva mantenuta così. Lo stesso gli orti che davano raccolto abbondante, esposto nella piazza principale per il mercato del sabato, su carretti e banchi di legno. Teli colorati, a mo’ di tetto per proteggere dal sole, venivano stesi anche tra una bancarella e l’altra, decorati da tralci verdi.
Il mercato di Capodimezzo era una festa.
Periodicamente si allargava l’estensione dei prati e degli orti per l’ampiezza di un anello, sottratto alla selva. L’ampiezza degli anelli era stata stabilita molti anni prima, quando la città era stata fondata ed era già uguale a quella di sempre, affinché la giungla non invadesse Capodimezzo e Capodimezzo non s’impadronisse della giungla.
La legge stabiliva che gli orti potessero variare, aumentare o restringersi, a seconda delle necessità. Senza rubare troppo spazio alla vegetazione spontanea intorno all’abitato e senza che questa lo divorasse.
Chi appiccava gli incendi veniva condannato come un assassino, legato alla gogna e lì ci rimaneva per tre giorni, dopo di che se si pentiva, veniva condannato a lavorare negli orti per un periodo considerato congruo, altrimenti impiccato. Andava a finire che tutti si pentivano e vangavano per anni.
La giungla che circondava Capodimezzo da nord, lungo la tratta verso Groundsend, era più rada e meno selvaggia. Era costituita da palme sormontate da giganteschi ombrelli sferici carichi di infruttescenze datterine. Nel sottobosco felci basse e un po’ distanti tra loro. La luce filtrava, si poteva procedere con speditezza. I portatori riponevano il machete e le carovane avanzavano come file di formiche, in buon ordine.
Dopo una settimana di viaggio un laghetto d’acqua dolce e una cascata che ci si tuffava dentro, piovuta dalla montagna.
Chi s’immergeva dopo aver mentito di recente, perdeva la memoria e, non ricordando più di dover continuare il viaggio con la sua carovana, si distaccava dagli altri, scantonava di colpo ad angolo retto e cominciava a vagare per la boscaglia.
Chi beveva l’acqua del lago dopo aver frodato, rubato e ucciso si diceva che tornasse indietro, superasse di nuovo Capodimezzo verso l’inferno a ritroso, verso Capoora. Le teste mozze di chi aveva frodato, rubato e ucciso spesso venivano trovate infilzate su picche disposte in file regolari.
Chi invece si bagnava nel lago da uomo giusto, rimaneva un uomo giusto, continuava a ricordare bene quale fosse il suo dovere, e non si sarebbe smarrito.
Chi era stato giusto ma per qualche motivo era diventato pazzo, si era ammalato, ed era partito pazzo e malato, ritornava savio e sano.
A Groundsend s’arrivava dopo un cammino lungo, dopo aver superato un chiostro di valli strette e scoscese, di orridi petrosi che circondavano la città. Gli animali da soma inciampavano tra i massi. I cavalli talvolta s’azzoppavano, venivano soppressi e trasformati in carne da arrostire. Sembrava di scendere fino alle viscere della terra seguendo sentieri serpentiformi. Si scendeva fino a dove il sole arrivava appena a schiarire la testa delle rocce e i capelli degli alberi, senza illuminare davvero, lasciando che pareti, grotte e incavi assumessero l’aspetto di giganti accoccolati con il capo lanoso e irsuti di barbe lunghe fino a terra. Le lamelle scistose attraversavano in verticale i fianchi degli orridi e ne misuravano l’altezza.
Seguiva l’ascesa secondo un percorso inverso, dal buio alla luce, rispettando l’andirivieni dei sentieri che s’inerpicavano e dei tornanti avviluppati.
Man mano che si procedeva l’oscurità sbiadiva e le ombre sfumavano. Quelle stampate a terra erano proiettate sul selciato da oggetti, piante, persone ben illuminati, fino a quando la luce non diventava alta, diffusa e raggiungeva un grado di saturazione tale da poter essere sostenuta solo levando la mano sulla fronte.
Il massimo irraggiamento, non appena tornati in superficie a livello di un pianoro compatto, rendeva spazio e persone, animali da soma, vegetazione e la stessa Groundsend, stagliata contro il cielo, come un’apparizione.
L’odore dolce dell’arrivo accoglieva le carovane.
Lo stupore, che formicola negli occhi quasi fino a togliere la vista, nutre lo stomaco vuoto, ricolma il petto e lo gonfia, era la condizione comune, lo stordimento di ognuno, l’estasi balenata in sogno e fino a quel momento scacciata dal risveglio. Era la meraviglia trasmessa iridi per iridi, mani per mani, gesti e abbracci reciproci in sequenza, grida di gioia per grida di gioia finché fiato e voce potevano distendersi rimandati indietro dall’eco. I muraglioni di cinta erano percorsi dal suono della prima esultanza e dal clangore del trionfo perché si era giunti a destinazione.
La sola prospettiva frontale della città, alta di torri, inanellata di mura, introdotta da propilei e avancorpi scolpiti, si striava col verde dei giardini pensili e dilagava nel riflesso di cupole seriche. Padiglioni cangianti come piumaggio di paradisea dominavano dall’alto attraversati dalla luce.
Nessuna parola poteva essere pronunciata perché ogni suono pareva insipido e sbiadito, ogni gesto impacciato e sciatto.
Il silenzio risuonava sapido. La saggezza era nella contemplazione dell’abitato compatto come una montagna sacra.
L’ineffabile Groundsend era di fronte ai loro occhi, quelli di Genedio e dei suoi compagni.
L’ineffabile Groundsend risplendeva come una concrezione cristallina.
Levitava all’orizzonte espansa e contratta, gravida di vita propria come un muscolo battente.
Dapprima le transazioni e la vendita del carico, poi un pasto che, per abbondanza e gusto, potesse essere definito con questo nome, infine la notte da trascorrere nella locanda più vicina. Finalmente un materasso di piume, una coperta calda, il tepore, il silenzio e il buio di un luogo chiuso invece della terra dura, della giungla animata anche di notte, da animali e spiriti in cerca di carne della quale nutrirsi o da strappare alla vita.
Consumata una cena abbondante, Genedio planò sul letto fresco di bucato e si addormentò prima di poter ringraziare il cielo. In sogno rivide l’orrenda Capoora, la giungla nera, i fiori artificiali, la terrazza della sua casa, Gea che lo stringeva. Gli abbracci della moglie odoravano dello stesso gelsomino abbarbicato alla loggia.
Il mattino successivo Genedio fu il primo a svegliarsi. Si lavò, si fece la barba, si profumò schiaffeggiandosi energicamente e indossò vestiti puliti. Scese per la colazione. Imburrò una fetta di pane, sorbì il caffè socchiudendo gli occhi.
Sorrideva.
Un trillo come di carillon metallico, che ripeteva più volte lo stesso motivo, attirò la sua attenzione.
«Buongiorno Governatore. Sì tutto bene. Anche questa carovana è arrivata a destinazione. A più tardi, verso le undici.»
Rivolgendosi a due compagni di spedizione: «Su raga’, forza! Alle undici Governatore aspetta a noi. Radunate tutta la comitiva. Allora gli storpi, i savi, i pazzi e la brava gente se vanno a cambià e fanno i funzionari del governatore. Così c’è l’udienza e finimo pure sto viaggio. Su forza che io oggi devo annà a prenne quell’artri che ripartono stasera! Sennò Governatore Viaggi nun ce paga!»
Genedio, per gli amici Gino, all’anagrafe Ceccobelli Luigi, guida turistica e international surviving coach, si rimise il cellulare in tasca e uscì all’aperto.
Magro come uno zeppo, proiettava per terra un’ombra smilza e malnutrita.

 

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