Canio Mancuso, sei inediti da “L’intellettuale da asporto”

Canio Mancuso

Nitidezza

Aprile 2017, per Domenico e Incoronata

La foto che conserva
solo le frasi nell’intercapedine:
Sono, sono stato
e il dettaglio: gli zigomi
che bruciano, le scintille
dei tacchi sulla pista da ballo
– chi sbagliava le note
chi ha buttato le scarpe –
solo le frasi e i nomi
che disegnano il tuo volto
raschiato dall’immagine
tu disperso nel click
scivolato dal bordo
della frase o del nome.

*

Il riciclo secondo lo spazzino

I testi sono chiari:
nello stesso inventario
l’anima e il congegno
l’organismo e il meccanismo
che si arresta le labbra
e il boccaglio il mantice
e il soffio tra i denti –
gli oggetti in disuso
allineati in un addio allegro.
Sei tu che parti loro si allontanano
dalla tua ombra che unisce le sagome:
confondi il sangue con l’olio
dell’ingranaggio il cuore fermo
sui minuti con l’orologio
l’odore delle calze e i piedi che le svuotano
vizi di forma smessi con i vestiti
le inadempienze scordate nella ressa
degli strumenti alla fine del gioco
allineati per salutare un altro
con lo stessa sciatteria delle persone
e con l’aria smarrita delle cose.

*

Tu, lo spettatore

Riposati, smorza il battito sotto
le coperte: che la stanza non veda
e il paesaggio non sospetti
che tu esisti chiuso tra le palpebre.
Lo senti il sangue non circola
le vene si aggrovigliano ma tu
continua a guardare i vivi nel poco
d’aria che sfreghi con il corpo guarda
nella fessura indovina il varco.
Il mondo si stringe nelle tue pupille
la linea del pianerottolo confina
con lo strapiombo, tre vasi di fiori
finti (è questa l’Amazzonia?)
i pesci nuotano nell’ascensore,
il varco che si apre il battito che si ferma
tu non credergli, affonda gli occhi
nel bianco riconosci il mondo
che guarda e scompare prima di te.

*

Chaperon

La madre e il figlio conoscono
il silenzio della strada che non
ricordano, la casa lontana
e più lontana la musica.
La madre vestita da ragazza
cammina davanti al figlio
Orfeo grigio ammutolito
con una canzone accartocciata
in tasca (il refrain continua a sfuggirgli).
Lei indovina il profilo del figlio
la stempiatura che si fa strada
sulla fronte e non incontra un’idea.
Lui invecchia lei impara a morire
lei ha fresco sotto la vestaglia
lui suda nel cappotto
al riparo nella sua nebbia,
il figlio accovacciato su una sillaba
la madre che trova da sola
la casa la musica e la canzone.

*

Addestramento sul lago

Ripetiamo i gesti delle anatre
volate via da anni, il nostro sonno
scivola sull’acqua spruzza le ortensie
fino al nodo dei canneti –
la luce acquosa che ci rassicura
mentre affiniamo la voce il verso
zitelle svizzere ci gettano molliche.

Dove si nascondono i cacciatori?
Restate qui non andate via
ci dicono – prendete voi
il posto delle anatre.

I cartelli bisbigliano Attenti
ma i cani scodinzolano nasando
dai cancelli: mastini incrociati
con orchidee rottweiler morbidi
come camerieri invitano i ladri
in giardino ma i ladri fanno
la vita delle anatre.

Ah già le anatre – continuano a dirci.
Dove sono i cacciatori? chiediamo.

La nostra è l’ignoranza
che non conosce il tempo
lungo dei cacciatori
i loro sbadigli curvi
nell’attesa la noia
di chi ricorda quando
era così bello uccidere.
I vecchi cacciatori
ci pregano di non muoverci
toccano la nostra carne
di anatre apprendiste
sentono con le dita
le nostre piume il becco
noi anatre noi uomini
immaginiamo ancora
che spareranno ai cinghiali.

*

Disordine dell’oncologa

La vostra fede mi disturba acceca
i passi di questo mio barcollare
sui trampoli guardarmi i piedi non
guardare voi mentre tocco il soffitto
e vi lancio biglietti: Guarirete
non potete morire la domenica
è la festa del santo curandero.
Ve lo dico ogni volta e cado a terra
se inciampo nel filo teso di un’occhiata
quando vi scorro accanto in corridoio:
sentite il morso dell’orologio
sul mio braccio il mio odore rappreso
nel camice – a infastidirmi sono
le vostre attese che con le dita
mi lisciano la manica mentre
cerco la porta e le domande
che ignoro e le risposte che conosco
eccole in cambio dei vostri regali
(cento bottiglie e io non bevo il vino),
le vostre attese gonfie obbedienti
che maledico dal buio di un sorriso.
Aspetto anch’io voi il vostro corpo
raccolto nell’impronta dello spasimo
voi che credete ancora al purgatorio

e alle stazioni intermedie non
disprezzate la mia fede solitaria:
io qui lavoro e prego insieme a voi
dentro il silenzio in nome dei medici
che come me non ricordano i nomi
resto qui ad aspettarvi al di qua
della porta nel ritaglio dell’ombra
dove non so nascondermi.

*

Un maratoneta giapponese

È un corpo, il suo?
un volto o un confetto succhiato
fino a un bolo di mandorla?
sono gambe quei legni spezzati
che galleggiano sull’asfalto?
è una bocca quella bocca di pesce
appiccicata al vetro dell’acquario?
Il suo corpo – volto, gambe e bocca
– inseguito dalla fine che non finisce
strizzato dall’agonia che non uccide
dalla fatica che non vorrebbe premiare,
il suo corpo così ostile agli applausi
e alle grida di tutti noi intorno a lui
che speriamo che cada prima del
traguardo e si sciolga nell’aria,
noi che lo odiamo perché ha coraggio
lui più feroce del suo corpo sfasciato
col suo corpo arriva davanti agli
avversari perché ha vinto la gara
riceve la medaglia e ascolta l’inno
di un paese lontano quanto il suo,
inghiotte la frase dello sconfitto:
Dimenticatemi, io l’ho già fatto.

*

Passeggiata del misantropo

Anche oggi rincaso intatto
senza ferite, nessun livido
sulla spalla né addosso
sguardi da questua mattutina
di cortesie tra vicini di prigione
tutti gli agguati le pacche i sorrisi
che ho schivato con un solo gesto:
è bastato assentarsi
alla tenerezza predatoria
degli esattori di confidenze
ai fischi di chi non sa dire il mio nome
essere l’amico di qualcun altro
è bastato voltarsi un istante prima
ritrarre i pugni dentro le maniche
per non rispondere ai buongiorno
domenicali delle ciglia, dei coiti
così per amarvi devo cancellare
le vostre orme sopra le mie
santificare il giorno di ogni partenza
anche oggi perdonarvi.

 

(Dalla raccolta inedita L’intellettuale da asporto)

__________________________

Canio Mancuso (Melfi, 1971) vive a Omegna. Nel 2004 fonda il mensile umoristico Za! e dal 2005 al 2006 è redattore del periodico Sguardi. Ha scritto o scrive per le riviste FermentiLe reti di Dedalus e Christianitas, e per i quotidiani L’AttaccoCapitanata.it e Zeroventiquattro.it. È citato nel volume Letteratura del Novecento in Puglia (Progedit, Bari 2009 e 2010), a cura di Ettore Catalano. Alcune sue poesie sono apparse su FermentiGradivaPoliscritture, sulla rivista spagnola Ómnibus e sulla francese Lichen. Nel 2015, insieme a Raffaele Niro, cura l’antologia Sotto il più largo cielo del mondoTrenta poeti dauni, numero speciale dei Quaderni dell’Orsa (Besa Editrice). Nel marzo 2016, ancora con Besa, pubblica la raccolta di poesie Fiammiferi, tradotta in francese nel 2017. Nel 2018 pubblica Il lato destro dell’armadio (Giuliano Ladolfi Editore).

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