“Nostalgia”, un racconto inedito di Giorgio B. Scalia

Di GIORGIO B. SCALIA

«Sveglia! È ora». Una guardia obesa mi butta giù dalla branda con un pugno allo stomaco. Mi alzo senza fare storie. Oggi è il giorno. Il coglione non mi fa mettere nemmeno le scarpe e mi ammanetta mani e piedi, come gli hanno ordinato. Le manette mi soffocano i polsi, ma non mi lamento, è l’ultima volta. Mi prende per il braccio, ha la mano sudata e mi scorta per il lungo corridoio giallo fetido. Faccio il rumore di un mazzo di chiavi, lui tiene l’altra mano sullo spray urticante, ha l’aspetto di uno che non vede l’ora di usarlo. Alla fine apre la spessa porta d’acciaio. La vedo riaprirsi dopo trent’anni. La passiamo e camminiamo attraverso il cortile, che per anni ha rinchiuso le mie vuote ore d’aria. Arriviamo in una stanza, la stessa di quel soffocante sedici luglio del 2037. Era di sabato. Il giorno della mia incarcerazione. «Detenuto 7 2 3 9 6 1. Blocco 11. Massima sicurezza», sbraita la guardia allo sbirro barricato dietro la grata, ha la faccia stupida. Mi ricorda un pollo in un recito. «Gli tolga le manette», dice fiacco alla guardia, e lui ubbidisce da bravo soldatino. Mi afferra per un braccio. Sento lo scatto e i polsi riprendono a respirare. A fatica la guardia si piega sulle gambe, è così grasso che quasi sviene. Mi leva le manette dalle caviglie poi mi guarda disgustato, scommetto che avrebbe voglia di sputarmi. Lo sbirro che sta dietro la grata, gli fa un cenno e va a prendere la mia roba dimenticata. Ritorna con una scatola, ha macchie di muffa e puzza di veleno per scarafaggi. Sul coperchio sono stampati il mio nome, la mia matricola e la scritta USP FLORENCE ADMAX. Lo sbirro incomincia a tirare fuori i miei effetti personali, elencandoli uno a uno e aspetto solo che dica il nome dell’unica cosa che rivoglio. È nera metallizzata e oro, fissata a una catenina. La portavo sempre al collo, come un amuleto. Il bocchino, un ciuccio, puntellato di piccoli solchi. Lo morsicavo di continuo. Il vaporizzatore, mi ci scottavo ogni volta, era troppo vicino al pulsantino d’accensione. Una volta, me la ricordo bene, non avevo ancora la catenina, la mia piccola mi diede uno schiaffo e me la strappò di bocca, anche se le avevo portato la torta per il compleanno, faceva dieci anni quel giorno. La sigaretta stava per rompersi. Allora la fissai alla catenina. E feci una cosa del genere anche per lei. La mia piccola faceva sempre i capricci quando la portavo nel seminterrato per le coccole. La cartuccia è ingiallita dal liquido marrone. Era all’essenza di cannella, la mia miscela preferita. L’avevo scelta perché piaceva tanto alla mia piccola. «Arriva il Brucaliffo», sussurrava nel buio, era bello il nostro nascondino. Come avevo fatto per tutto questo tempo a stare senza di lei? All’inizio l’avevo scelta perché era quella che più di tutte m’irritava con la sua banalità, per la sua voglia di essere il surrogato di qualcos’altro. Non la sopportavo e speravo che questo mi facesse smettere definitivamente. La detestavo. Arida di fascino. Fredda. Come scoparsi una real doll. Priva di qualsiasi fascino. Solo un oggetto che mi serviva a dimenticare il mio vizio. Ma con il con il passare del tempo mi sono ricreduto e diventò rassicurante come un seno pieno di latte al cioccolato. Ancora adesso ne sento il bisogno, anche se ne ho fatto a meno per tutti questi anni, non ha alcuna importanza. Le nostalgie cadono nella fossa con noi. «…E poi, una sigaretta elettronica nera e oro, marca Brigth-Puff». Firmo il modulo e poi indosso i miei vecchi vestiti impregnati di naftalina mentre la mia sigaretta è in carica. Faccio tutto molto lentamente e aspetto che la batteria sia al meno a un quarto. Non ho fretta, ho aspettato così allungo che tre minuti non mi cambiano la vita. Ecco, la spia verde si accende e finalmente, esattamente dopo 10.957 giorni, ritorno a respirare come piace a me. Da uomo libero attraverso le mura dalla prigione, alle mie spalle, le porte sono ancora aperte. Mi giro per la prima volta a osservarle per l’ultima volta. C’è il cambio della guardia e vedo arrivare quello stronzo di Szyslak. Lui mi guarda e mi fa segno con la mano. Lo raggiungo e mi dice: «E così te ne vai, vecchio porco», gli volto le spalle ma lui mi sferra una mano sulla spalla. «Che vuoi, Szyslak?».
«Non hai internet, in cella?», e ride. «È da un pezzo che non si può più svapare. È contro la legge». Non gli rispondo nemmeno, prendo la sigaretta e guardandolo fisso ricarico la cartuccia, piano. Lui mi osserva e sembra non capire. «Ehi, Fisher! Che stai facendo? Damamela è un ordine». Questa è mia! È l’unica cosa che me la ricorda. Alla mia piccola, il fumo di sigaretta le dava così fastidio che vomitava per tutto il seminterrato, poverina. Istintivamente, stringo la sigaretta elettronica che ho al collo. Poi faccio un tiro e gli sputo in faccia il vapore. Szyslak scaccia via la nube con la mano e io ne approfitto. Gli strappo la pistola dal cinturone e mi sparo alla tempia. L’ultima cosa che vedo è il viso sorridente della mia piccola Prudence, attraverso la nebbia dello sparo.

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