COVID-19: opinioni non richieste (Daniele Ventre)

Di DANIELE VENTRE

Questa, ovviamente non è una semplice influenza. Non lo è per una ragione tassonomica. Ci sono i virus influenzali (tipo H1N1) e ci sono i coronavirus, come quelli che provocano il raffreddore comune nel 17% dei casi. Ho citato il virus influenzale H1N1, perché è ben noto, per due varianti pandemiche particolarmente famose: la spagnola del 1916-1918 (fra i cinquanta e i cento milioni di morti) e l’influenza suina del 2009. Per i virus come l’H1N1, che tendono a dare un’immunità duratura (la nuova influenza che viene ogni anno, nasce da una nuova sottospecie di virus influenzale), è facile creare un vaccino. Ogni anno se ne crea uno nuovo.

Per i coronavirus non esiste vaccino: facili a mutare, a ricombinarsi, estremamente contagiosi, si sedano nei mesi estivi, per poi ritornare nei mesi invernali. A differenza dei semplici rhinovirus, e dei picornavirus delle gastroenteriti virali, i coronavirus sono virus a RNA molto più adattabili. Il coronavirus della covid 19 sta ai coronavirus ordinari come il virus dell’influenza spagnola sta all’influenza ordinaria. Questo vuol dire che, come l’influenza spagnola, può provocare polmonite interstiziale virale e alveolite, con potenziale consolidamento polmonare, in un numero piuttosto alto di casi. Come per i coronavirus ordinari, è difficile creare un vaccino adatto a fornire un’immunità duratura. Anche dovesse trovarsi un vaccino per questa variante di coronavirus, la mutazione che renderebbe il vaccino poco efficace è sempre dietro l’angolo.

Nel frattempo, come l’influenza dura un po’, poi in una stagione il virus in auge si estingue, così la spagnola è durata un po’, ma poi si è estinta o inattivata, per la raggiunta immunità di gregge. La spagnola è come un’auto utilitaria prodotta dall’industrialismo fordista: crescita esponenziale dei clienti, saturazione del mercato, fallimento se non si inventa un prodotto totalmente nuovo. I coronavirus non funzionano così: piccolo scoppio epidemico di raffreddore; poi sparisce, ma torna in inverno, con il virus mutato. Allo stesso modo, il virus della covid 19 ci ha dato questo scoppio pandemico; poi si quieterà; poi al prossimo inverno potrebbe dare un nuovo scoppio pandemico, o epidemie locali, magari un po’ meno gravi, ma sempre col solito scotto di terapie intensive e casi fatali. I coronavirus sono come i traders e le startup flessibili e adattabili dell’età post-industriale: diffondono un prodotto soft; in alcuni contesti si radicano profondamente, seguono una geografia dei clienti non prevedibile, possono fallire una volta per sempre, ma possono anche riadattarsi, rinventarsi, sono i Bill Gates e gli Steve Jobs del dominio acytota. L’effetto che hanno è come quello della spagnola, ma reiterato nel tempo, proprio come gli scoppi epidemici dei raffreddori comuni in inverno. Ciò significa che periodicamente si dovrà ricorrere a forme più o meno soft di confinamento sociale, accrescere il costo dei controlli, accrescere il peso del sistema sanitario, e nel frattempo si dovrà ricorrere a un profondo ripensamento della farmacopea degli antinfiammatori e degli immunomodulanti, mentre si cerca di trovare un modulo vaccinale versatile ed efficace quanto il virus (programmi di ricerca necessari, ma essi stessi rischiosi).

Nel frattempo, però, i contraccolpi saranno drammatici, sul piano psicologico, socio-antropologico, economico, politico, culturale. In primo luogo, si vivrà con un sottofondo di sospetto e di paranoia del soma (ipocondria) riacceso al primo starnuto o colpo di tosse nostro o del vicino, perché i rhinovirus e i virus influenzali saranno sempre lì, ma non sapremo distinguerli a tutta prima (scenario “Lo scopriremo solo morendo”), quindi ogni momento sarà carico di tensione, e ogni inizio di richiamo dell’epidemia sarà in sordina e latente, con tutto il carico di conseguenze che ne derivano. La progressiva obliterazione delle distinzioni fra democrazie e sistemi a vario titolo autoritari, subirà una forte accelerazione. La distinzione si sposterà sullo sfuggente piano delle buone intenzioni, di cui l’inferno è costellato. Sul piano economico, l’insicurezza derivante dalle epidemie ripetute, e dalla necessità di confinamento in aree sempre mutevoli, costringerà l’interconnessione del sistema globalizzato a rimodularsi, e a subire una forte contrazione, almeno sul piano della trasportistica e dello spostamento delle persone in genere. Il sistema di previsioni su cui si basa tanta parte dell’economia finanziaria, si sgretolerà poco a poco, o subirà una pesante batosta. Si accentueranno soprattutto gli aspetti schizofrenici della globalizzazione: chi potrà assicurarsi una connessione (e non è detto che sia sempre possibile, perché il sistema può sovraccaricarsi, subire un down, e l’energia per reggerlo ha sempre bisogno di braccia per essere erogata, almeno in una parte della filiera, che si tratti di carburante, o di semplice approvigionamento alimentare) chi potrà assicurarsi una connessione, sarà ovunque a tempo di click. Nello stesso momento, però, crescerà esponenzialmente il sospetto verso l’estraneo, la reazione violenta, razzista, scomposta, che può tradursi nell’atto aggressivo individuale, ma può anche, con più funesti esiti, trasformarsi in risposta folle degli elettorati manipolabili e degli apparati di controllo statale.

La civiltà, una civiltà molto mutata, sopravvivrà a patto di saper limitare i provvedimenti di confinamento a mere funzioni operative, senza aloni discriminatori, e a patto di definirsi come sistema di mutuo aiuto economico flessibile, a seconda delle esigenze. Nel frattempo, si spera che una nuova classe di super-antinfiammatori e immunomodulatori tollerabili sia sviluppata e ci accompagni nel tempo del progressivo riassestamento, finché, in capo a tre, o forse cinque, o forse dieci anni e fra uno stillicidio di vitttime, non si raggiungerà un equilibrio biologico.Nel frattempo, unica nota positiva, l’inquinamento potrebbe contrarsi significativamente: quel tanto che basta perché la nostra specie, iperproliferativa, non mandi all’aria il clima del pianeta, rendendo la vita quasi impossibile. Con esso, anche le aspirazioni di blocchi imperialistici ed egemonici potrebbero ridimensionarsi quel tanto che basta per evitare guerre locali e globali, o per ridurne, almeno, l’impatto sulla biosfera.

Un’altra cosa è certa: non sarà un mondo per leoni da tastiera e bulli sovranisti in felpa e capelli scomposti. Né sarà un mondo per il machismo sessista, considerando che se sarà definitivamente accertata la minore esposizione delle donne all’epidemia (né sarebbe strano, da un punto di vista strettamente darwiniano, che il sesso forte sia quello deputato al maggior investimento parentale), a governare la ripartenza potrebbero esserci più donne, che uomini, come è già accaduto a valle delle due guerre mondiali. Soprattutto, le élites liberiste ruba-latte dei tagli alla sanità avranno imparato per forza, da un virus, ciò che non hanno voluto comprendere per amore, dalla persuasione di scienziati e ragazzine svedesi ambientaliste.

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