Tra poesia e realtà: accogliere la compassione ai tempi di Youtube

Foto di Dino Ignani

Di ANTONIO RAFFAELE

Ormai tutti o quasi e non solo i più giovani attraverso i dispositivi elettronici possono entrare in una dimensione di piacere dove la distrazione può produrre un certo benessere e una certa rilassatezza. Navigare in rete quando si ha un po’ di tempo a disposizione può essere considerato anche un esercizio di libertà, perché si può trovare ancora qualche spazio libero da normative e di gente davvero libera che esprime il proprio pensiero senza condizionamenti. E se cerchi, trovi anche il silenzio.
E tra i vari social network c’è uno spazio ricco di quel silenzio che ci appartiene dove poter immergere e far emergere allo stesso tempo tutti i sensi anche solo con l’immaginazione, questo spazio è la poesia che a volte non si nega alla tecnologia.
Andando su YouTube alla voce Maria Grazia Calandrone si aprono tante e varie piccole finestre di poesia da alcune delle quali si possono osservare veri e propri video artistici e poetici sopra testi come “L’oro” o “Pasto Nudo” dove alla poesia recitata dall’autrice sono associati suoni e immagini con la regia e le musiche di Stefano Savi Schiavoni, o anche “L’usignolo” con la regia di Omri Lior.
Certo, la poetessa ai ragazzi che incontra nelle scuole e che le chiedono se scrivere canzoni equivalga a scrivere poesie risponde che un testo poetico rispetto alle prime sta in piedi da solo e non ha bisogno di alcuna musica in quanto già la contiene al suo interno con tutto il suo ritmo , ma è evidente che non disdegna la commistione tra poesia, suoni e immagini.
Oltre a questi video sono presenti anche video-interviste rivolte a lei e da lei svolte soprattutto ai volontari di Baobab Experience (poi ci torneremo), interventi a convegni e scuole, registrazioni di programmi radio da lei condotti come “Qui comincia” per Rai Radio 3 in cui sono presenti veri e propri saggi orali su poeti come Giovanna Sicari, Giorgio Caproni, Pierluigi Cappello, Iosif Brodskij, Emily Dickinson e tantissimi altri.
Chiunque può entrare nel mondo di Maria Grazia Calandrone e la sua voce descriverà il pensiero di un’artista immersa e impegnata nel contesto sociale, reale e contemporaneo relativo anche ad una parte di quegl’ultimi che seppure sotto gli occhi di tutti sfugge o peggio rifugge i più.
La sua è, come lei stessa afferma, una poesia che nasce dall’osservazione della realtà tutta, nel suo complesso, dall’universo stellare fino alle sue più piccole parti come può essere una mela, passando e sostando a lungo sopra la natura umana e questo confronto, che è comunque un insieme di punti di vista, per la poetessa non solo è fondamentale ma, come si nota molto spesso nel suo pensiero e nelle sue opere si accompagna alla compassione, un sentimento capace di agire anche sulla biologia umana, come recita in “Verbo”, che facilmente dimentichiamo e che ripete con ossessività come ha ammesso in una intervista rilasciata per Aracne TV nel programma”Alta definizione” il 16.11’17.
La compassione è “il più utile tra i sentimenti umani. Io che ho sentito il tuo dolore, non potrò mai più farti del male”, è un passaggio presente ne “Il bene morale” (Crocetti editore, Milano 2017) e per Maria Grazia Calandrone non va inteso nel senso di pietà ma nel suo significato etimologico, ossia di sentire insieme, di ascoltare il sentimento dell’altro. E a capire meglio quanto questo concetto sia per lei importante, risulta d’aiuto l’incontro tra la poetessa e Baobab Experience, una organizzazione spontanea di volontari da lei intervistati per il Corriere TV. Baobab si occupa dei migranti che passano per Roma e nasce dalla mancanza di risposte da parte delle Istituzioni e, come lei stessa sottolinea, dall’evidenza del bisogno e anche del diritto. L’idea di Baobab Experience, precisa Andrea Costa, uno dei volontari, è quella di superare l’approccio eurocentrico nell’accogliere i migranti, ossia di andare oltre quel senso di superiorità che l’Occidente mette in atto per il solo fatto che ‘siamo quelli che aiutano’ e di venire incontro al migrante in modo pratico, facendo ognuno quello che può o sa fare, come per esempio cucinare o cucire.
Quindi il contesto sociale contemporaneo gioca un ruolo molto importante nella poesia della Calandrone e più in generale, al Salone del Libro nel maggio 2018 a Torino, ha affermato che la poesia come mezzo di conoscenza non può prescindere dalla realtà e che ogni poeta attinge da ciò che lo circonda cercando di condurre il proprio linguaggio in posizione critica nei confronti del reale stesso. E in “A casa del poeta” del 6.9.’18 fa coincidere il concetto di poesia ad uno sguardo che abbaglia, ad una linea di confine tra reale e non reale, ad un microslittamento verso un altrove che contiene tutti.
Sembrerebbe una contraddizione di quanto detto finora, ma già in una intervista per Rai Letteratura del 10.10.’12, la Calandrone spiegava che anche una poetessa e saggista come Marina Cvetaeva aveva bisogno della materia per poter scrivere e aveva le mani immerse nella realtà malgrado la trasfigurasse e avesse con essa un rapporto molto particolare e conflittuale come si può ben notare nella lettera piena d’amore spedita a Rainer Maria Rilke appena morto e che la Calandrone legge con voce intensa, rassicurante e magnetica.
A questo punto è necessario introdurre quello che può essere definito il manifesto del pensiero nella poetessa, “Siccome nasce come poesia d’amore, questa poesia è politica”. Al convegno “Lirica e società, poesia e politica” tenutosi a Milano il 2 marzo 2019 la Calandrone, in riferimento agli sbarchi dei migranti, afferma che “la poesia può proporsi come elegante contrario al legante sociale dell’odio e della paura” che ha diviso il popolo di un paese spaventato a scopo squisitamente politico e la poesia può essere utilizzata come contro canto, come resistenza politica e anche come coscienza all’opposizione e invita i poeti a rendersi attivisti e sentinelle di fronte al deserto umano che si è creato per indicare al mondo che si può essere felici e umani solo sentendosi parte di una comunità attraverso una poesia che se anche non cambierà i vertici della politica, può cambiare qualcosa in ogni singolo lettore.
Nel già citato “A casa del poeta” per la poetessa ciò che su Facebook si può qualificare come razzista è causa della strumentalizzazione del mezzo e non appartiene all’italiano reale e se è vero che ci sono fasce sociali che si sentono abbandonate, è pur vero che fomentare l’odio e la rabbia non è il giusto modo affinché le persone parlino tra loro fidandosi l’uno dell’altro.
Al “Caffè di Rai 1” (puntata del 6.4.’19) afferma che il poeta è una persona comune che canta qualcosa che abbiamo dentro, che non sappiamo cosa sia e che per fortuna mai lo sapremo e che ha però una quota di silenzio che permette a chi lo legge o lo ascolta di sovrapporre la propria vita alla vita del poeta stesso come in uno specchio, dove avvertire, dopo settant’anni di pace solo apparente, la necessità e il bisogno di una poesia che si occupi in diretta del mondo, perché il suo augurio è che torni la poesia impegnata dove non si senta il peso della morale, ma la bellezza della morale, dove “il mio bene è morale quando coincide con il tuo”.
Ma veniamo ora all’ultima piccola finestra pubblicata su YouTube in ordine di tempo, almeno mentre scrivo. Mi riferisco alla bella intervista alla poetessa di Massimo Zanardi per la Televisione Svizzera del 18.01.2020 su “Giardino della gioia” (Mondadori, Milano 2019) dove si parla di amore e disamore, poesia e politica, Pasolini e barconi. Qui c’è l’amore che quando arriva ci costringe ad accorgerci dell’esistenza dell’altro e dove l’altro è l’inizio del mondo fuori di noi. Qui c’è la realtà con tutti i suoi errori ed anche orrori e se la si ama, si cerca di migliorarla e quindi di fare politica. E se l’amore permette di sentirsi in comunicazione con tutto l’esistente, nello stesso tempo il suo opposto è il disamore ossia il rifiuto che porta a disconnettersi da questo sentimento e ad avvicinarsi alla possibilità di essere dei mostri.
Racconta la poetessa che il titolo “Giardino della gioia” si spiega solo dal fatto che se non si sta dentro il male in maniera frontale non si può provare una gioia vera, profonda e consapevole. Se “Gli scomparsi” (Pordenone legge,2016) è stato concepito stando dalla parte delle vittime, “Giardino della gioia” è stato per quanto possibile scritto ponendosi dalla parte degli assassini. È da notare che la poesia Deposto il nome che chiude e racchiude tutte le tristi vicende del primo, compare anche all’inizio del secondo quasi come se quel “ditele che ho fatto tanta strada” accomunasse paradossalmente vittima e carnefice in un destino unico. Nell’ultimo libro a parlare è soprattutto la realtà nella sua essenza storica e anche processuale, come quel “non ero io” mentre uccidevo recitato da Mary Patrizio, dove “l’io è essere gli altri e gli altri non essere se stessi”. Il resto è quella quota di silenzio di chi non ha più voce, come Dragan che “aveva un accendino in mano e la faccia di uno che non capisce”, come Emanuela Orlandi che ha provato a urlare invano, o come lo stesso identico silenzio dei migranti, soprattutto giovani, vittime del quotidiano olocausto che avviene nel nostro Mare Mediterraneo (e non solo) e di tutte le loro madri che non potendo occuparsi materialmente dei figli a causa dell’inadeguato contesto sociale ed economico dove sono nati, per amore e come solo l’amore può, affidano i propri figli alla compassione di tutti nella speranza per loro di un futuro migliore o per lo meno con più possibilità.
Maria Grazia Calandrone parla di fascismo naturale riferendosi al modo di affrontare le diversità da parte di ognuno di noi nel momento in cui si presentano ma, e qui veniamo all’ultima parola per la poetessa indispensabile, accogliere diventa una necessaria azione di consapevolezza, di ragione e di coscienza.
Proprio a causa della paura di perdere la propria identità l’accoglienza e anche la compassione non sono affatto scontati, ma sono doverosi sentimenti da mettere in pratica soprattutto in questo momento storico così pericoloso per provare a guarire da quel disamore individuale e collettivo raccontato tra poesia e realtà da una delle voci contemporanee più affascinanti, attente ed impegnate del nostro profumato, unico e colorato giardino della gioia. In fondo basta volerlo.

“….io, questo niente
caduto nel sogno della materia, avrò cura di te

Un pensiero riguardo “Tra poesia e realtà: accogliere la compassione ai tempi di Youtube

  1. Antonio Raffaele 26 marzo 2020 — 07:44

    Un enorme grazie per aver pubblicato la recensione, non me l’aspettavo proprio. Antonio Raffaele

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