Ritual Tango rosa rossa: poesia dell’anima

Di VITALDO CONTE

 

Ritual Tango rosa rossa: poesia dell’anima
Di VITALDO CONTE

Tu mia rosa rossa di ritual tango
nella nostra camera di lirico amore
vesti la tua nudità solo con le scarpe.
I tuoi tacchi neri a spillo sembrano lame
rosse per sedurre il mio sguardo d’amante.
Tu fremente stelo di carne esigi il ballo con me.
Io aspetto la selvaggia complice del tango metafisico.
Felini osceni siamo ribelli al passo impostato da regole.
Nella casa chiusa delle nostre emozioni inizia il ballo.
Questa danza nuda è creazione di anima e lussuria.
Le cosce frementi s’insinuano nel corpo dell’altro.
La passione vuole vivere fino al suo sfinimento
perché sa che la rosa vive solo una stagione.
L’alchimia rossa della rosa può lasciarci poi
per rivivere in altre stagioni di rosa rossa.

La rosa rossa antica, perduta, può essere la maschera simbolica di un mondo che non si ritrova più. Questa nostalgia è simile a quella dell’antico tanguero, cosciente dell’ineffabilità dell’attimo fuggente: «Il Tango è un pensiero triste che si balla» scrive Discepolo. La rosa rossa incarna questo percorso di passione e di struggimento. I suoi petali sbocciano sensualmente per incarnare l’emozione di una danza, visiva e vibrazionale, appassionata e assente nello stesso tempo. Come è appunto il tango: «Il tango è la menzogna che l’uomo ama come solo la donna sa amare, con la perdita del pudore e della famiglia, fuggendo da Dio per avvicinarsi al tango» (E. Secades).
Se durante uno dei tanti iniziali duelli-tango tra uomini arriva una donna, questa – come segno di sfida verso il maschio –, lo affronta nel ballo con il corpo di una rosa rossa fra i denti (se è un bocciolo significa che è ancora vergine). Questo fiore in bocca vuole significare una lama invisibile.
L’immaginario del tango è una metafora della creazione: l’artista ¬– come il tanguero – esprime la palpitante nostalgia-mancanza, che doppia nella “casa chiusa” della propria espressione. La sua arroganza prometeica ha la divina nostalgia di un poeta di strada: «La vita se ne va, se ne va e non torna, la cosa migliore è goderla».

«Io voglio morire con me stesso
senza Dio né confessione,
crocifisso alle mie pene
come abbracciato a un rancore.
Niente devo alla vita,
niente devo all’amore;
quella mi ha dato l’amarezza,
e l’amore, un tradimento»

I testi delle sue canzoni narrano ricordi, la terra e una donna lontana, la giovinezza perduta e naturalmente l’amore, anche quello mercenario. Il tango è nato, infatti, nei bordelli e nei bassifondi delle periferie di Buenos Aires, come “rivolta” verso la cultura ufficiale. Suo moto primario è una continua proiezione del passato, compiuta con la mente e il cuore per dimenticare il presente.
Il tango non è solo musica: è soprattutto poesia, la cui essenza vive oscuramente dentro di noi come colonna sonora di un’esistenza che scorre. Borges, negli anni ’30, sostiene che la vera poesia del nostro tempo sarebbe stata quella espressa nei testi del tango. Questa affermazione ha la sua conferma nei testi che lo cantano. Il tango, è stato detto, può rappresentare un ultimo approdo dei poeti maledetti, in quanto è un mondo di sofferenze e introversioni. L’inganno e la menzogna, «che l’uomo ama come solo la donna sa amare», sono “presenze” della sua essenza che colloquiano con momenti di dolcezza e languore.

«Così si balla il tango!
Sentendo sul viso
il sangue che sale
a ogni battuta,
mentre il braccio,
come un serpente,
s’avvolge alla vita
che quasi si spezza»

La magia del tango è racchiusa in una segretezza silenziosa, continuamente ridefinita in sentimenti che, nell’istante stesso in cui vengono vissuti, sono già transitati oltre: «Il segreto del tango sta in quell’istante di improvvisazione che si crea tra passo e passo. Rendere l’impossibile una cosa possibile: ballare il silenzio» (C. Gavito).
Il tango non è solo un pensiero, è soprattutto emozione. Ma risulta anche un enigma del momento con le sue possibilità sfuggenti, vissute magari attraverso «uno sguardo ricambiato o lo stiletto di una mano invisibile». Se la nostalgia è la protagonista del tango, subito dopo c’è la donna che è sempre lontana, anche quando viene raggiunta. Dentro ogni tango c’è una donna o una sua trasfigurazione. «Un uomo da solo è fango, con la donna è tango» dice un proverbio argentino.
il corpo della donna può trasmutarsi nel ballo in quello di un serpente notturno che si avvolge, sfiora, a tratti stringe con presa decisa. Ha lo sguardo di un felino: la sua sensualità è rappresentata anche dalle sue curve, gambe, caviglie che si muovono.

«Al va e vieni di un tango
nasce un amore;
al va e vieni di un tango
nasce un tradimento»

I due ballerini si guardano, si studiano, si cercano, si possono desiderare, si provocano, in una invisibile schermaglia che è la molla dello svolgersi del ballo stesso. Possono poi negarsi, con un improvviso scatto delle gambe che riporta i due corpi distanti, per poi ricominciare. Non è solo un dialogo: è anche un travolgimento interiore danzato in due.

«Perché sognare? Perché son tornato?
A rivivere il male di quelle donne,
le loro risa, le loro carezze, la farsa del loro amore»

I corpi si sfiorano in simbolici giochi d’amore, l’uno con/contro l’altro, nella tensione di un unico corpo: viso contro viso, petto contro petto, ventre contro ventre, coscia contro coscia. Gli occhi, le mani, il respiro, animano l’attrazione. Questa è espressa con un ripetuto e complice alternarsi di inviti seduttivi e di abbandoni imprevedibili. È un colloquio non verbale, talvolta diviene un respiro, parlato attraverso impreviste accelerazioni e compiaciute immobilità. Il tango «cavalca la vita e si lascia cavalcare come un vento di passioni».
In un continuo cercarsi e allontanarsi, a volte fingendo di ignorarsi, vengono vissute le emozioni: «E’ qualcosa di simile al sesso non soltanto nei gesti, è conoscenza dell’altro, interazione: danzando si impara a ballare, trovando in pochi minuti una possibilità di intesa, un frammento di felicità».
«Il Tango ti aspetta, non ha fretta e puoi incontrarlo e non riconoscerlo, tanto prima o poi gli cadi tra le braccia». Come è stato detto il tango è come un vizio: una volta conosciuto non puoi più staccartene. Il tango influenza, con la sua struggente ed erotica significazione, i linguaggi della creazione. Come nell’abbigliamento con i suoi accessori caratterizzanti: il tacco a spillo, calzato dalla donna che danza, è una icona seduttiva al limite del feticismo.
Il rosso e il nero sono i colori dominanti nell’espressività del tango. Il rosso è tango in quanto è un colore che emana forti passioni (gelosia, attrazione, aggressività). Il rosso può divenire sinonimo di lussuria: come il colore dei capelli e delle labbra delle donne più provocanti. Il rosso dialoga però con il nero.
Il nero esprime il contesto e l’ambientazione che include anche il buio: quell’assenza di luce caratterizzante i luoghi dove si balla; l’atmosfera torbida e malinconica dei bordelli argentini con la continua presenza-proiezione del corpo femminile. Il tango subisce, nel tempo, una rapida modificazione che lo proietta in una dimensione più estesa. La provocazione e la licenziosità delle origini del tango vengono “purgate”, successivamente, per avere accesso nei salotti esclusivi della borghesia: a Parigi come a Buenos Aires, superando pure la condanna papale. Gli aspetti poco accettati socialmente scompaiono: come i gesti e i movimenti esasperati, l’antico girare, lo “sguardo nello sguardo” che ne accentuano il carattere erotico. E’ sintomatica, in tal senso, una lettera dell’11 gennaio 1914 di Marinetti dal titolo Abbasso il tango e Persifal, in cui denuncia l’illanguidimento di questa danza con i suoi cadenzati deliqui.

«Fiore del cuore
Incantevole rosa
dentro il tuo calice
conservi il cuore del mio vero amore.
Si chinarono dall’alto gli dei
per benedirti?
E il colore rosso delle tue labbra
si può paragonare solo ai rubini.
Lo trovi lì – un gioiello raro»
(R. Valentino)

Il nostro illustre emigrante Rodolfo Valentino, nato a Castellaneta (Taranto), approda in America nel 1913. Fa conoscere questo ballo nel mondo, entrando in scena vestito da gaucho, nel 1921 a Hollywood, per interpretare un tango audace e travolgente ne I Quattro Cavalieri dell’Apocalisse.

Non so se la rosa rossa alchemica possa vivere ancora – oggi – nella pluralità dei tanghi danzati in dimensioni di diffusione mediatica e commerciale, continuamente ridefiniti nel loro possibile passo antico e nuevo. Probabilmente l’essenza antica del tango, che «racchiude in sé, come tutto ciò che è autentico, un segreto» (J.L. Borges), è forse ormai perduta. Le attuali sue apparenze sono da considerare una estrema maschera della nostalgia-anima del tango, come prima di un addio. Questa malinconica considerazione può far ipotizzare che oggi, fra i tanti mestieranti innamorati dei suoi esteriori adorni, possa “riemergere” di nuovo un tango antico ballato da poeti-artisti dell’anima.

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Nota. Il testo è attraversato dall’autore nei suoi eventi in: Immaginari del Tango, Circolo Cittadino, Latina 28 febbraio 2020; Ritual Tango, Atelier Montez, Roma 15 marzo 2020.

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