Una riflessione sull’arte e sull’identità culturale di Daniele Barbieri

Steve Johnson

Di DANIELE BARBIERI*

Chiamo funzione estetica la capacità di un testo di tenere avvinto il proprio fruitore non tanto per il tema affrontato, ma in virtù del sistema di aspettative che esso riesce a ingenerare e gestire nel corso della fruizione (ed eventualmente anche dopo) indipendentemente da questo tema. Tutti i testi hanno qualche grado di funzione estetica, anche se il più delle volte la nostra attenzione nel corso della fruizione di un testo è legata all’argomento di cui esso parla, cioè al suo contenuto, più che alla sua struttura[1].

C’è differenza infatti, per esempio, tra leggere un saggio ben scritto su un tema interessante (un bel saggio), e leggere un saggio mal scritto sul medesimo tema, che magari espone pure le medesime idee, o fornisce le medesime informazioni. Un saggio ben scritto è un saggio che conduce la nostra attenzione, fa sorgere in noi delle aspettative e le soddisfa oculatamente; un saggio mal scritto non è capace di gestire la nostra attenzione: se le informazioni che ci trasmette non sono vitali per noi, siamo assai più propensi ad abbandonarlo; lo troviamo noioso, o prolisso, o difficile da comprendere, o semplicemente inconcludente.

I testi più interessanti dal punto di vista della funzione estetica sono quelli che ci tengono avvinti solo (o quasi) in virtù della propria struttura complessiva, cioè solo (o quasi) in virtù della propria organizzazione formale. Il tema di cui parlano ci interessa relativamente, almeno a priori; anzi, all’inizio magari non sappiamo nemmeno se davvero ci interessa. L’interesse per il tema insorge nel corso della fruizione, e si mantiene perché è l’andamento del testo che riesce a sostenerlo. Chiamerò testi estetici questi testi, perché è soprattutto la funzione estetica a suscitare e mantenere l’interesse del fruitore in loro.

Appartengono a questa categoria i romanzi così come le pubblicità, i film come i giochi enigmistici, le sinfonie di Beethoven come i siparietti musicali. In tutti questi casi possono essere ovviamente presenti anche dei contenuti di interesse, ma non si fruisce il testo principalmente a cagione loro. La psicologia dei nichilisti russi di fine Ottocento non è un tema su cui io deciderei mai di leggere un saggio, e non è nemmeno la ragione principale per cui normalmente si legge I demoni di Fedor Dostojevsky. Eppure, una volta che sono entrato nel meccanismo del romanzo, questo medesimo tema finisce per diventare interessante; ed è interessante perché, nella logica narrativa del romanzo, capire come ragionano i nichilisti mi permette di capire più in generale come va la vita, e, nello specifico, come può proseguire il romanzo, o perché prosegue nel modo in cui prosegue.

È il sistema di aspettative che il romanzo produce nel suo lettore a ingenerare l’interesse per un tema che altrimenti mai il lettore avrebbe ritenuto interessante. E questa qualità retorico-persuasiva dei testi estetici, che sono capaci di indurre interesse, viene sfruttata con successo dalla pubblicità e dalla propaganda: chi guarderebbe mai uno spot pubblicitario, se non fosse esso stesso a imporsi all’attenzione, creando e risolvendo aspettative, anche al di fuori della sua breve durata temporale?

C’è un’altra funzione, nei testi, che potremmo denominare mitica, o mitopoietica. Tutti i testi ce l’hanno, almeno in qualche misura. A qualche livello, infatti, tutti i testi devono ribadire alcune costanti culturali che permettono ai loro fruitori di riconoscerli, di trovarli sufficientemente familiari da poter conversare con loro. Si tratta, come minimo, di sistemi di valori; ma vi possono essere anche temi socialmente diffusi, o addirittura figure narrative, se non – al limite – veri frammenti di racconti pubblicamente noti. È comunque un tessuto di idee, di concetti di fondo, con i quali dobbiamo sentirci in accordo, per poter poi valutare il discorso del testo, e magari trovarci anche in completo disaccordo con questo. Se non ci sentiamo in sintonia con la base mitica, mancano le basi, i presupposti stessi per capire. Se, in questa condizione di dissintonia, abbiamo ugualmente ragione per essere sufficientemente interessati, possiamo cercare di rinvenire nel testo uno strato mitico più profondo, valori ancora più di base: prima o poi li troveremo, visto che ce ne sono di comuni a tutti gli esseri umani. Ma se questo interesse a priori non c’è, allora non riusciremo a considerare quel testo nemmeno come un interlocutore: esso non esprimerà dunque opinioni condivisibili o meno, perché lo abbandoneremo ben prima di essere arrivati a questo livello.

La funzione mitica si esprime al livello del contenuto del testo. Chiameremo testo mitico un testo che esprima sostanzialmente contenuti mitici, ovvero il cui oggetto siano sistemi di valori, o temi socialmente diffusi, o figure narrative o frammenti di racconti sentiti come fondanti della nostra identità culturale. Un testo mitico è, evidentemente, la Bibbia, ma lo sono anche le esegesi dei testi sacri, e i testi di filosofia, e molti romanzi e molta musica e pittura e molto altro. Ogni volta che l’oggetto del discorso riguarda la nostra identità umana o culturale, possiamo parlare di testo mitico.

La Bibbia non è un testo estetico, o almeno non siamo propensi a leggerla come tale. Però potremmo farlo, e magari, attraverso una lettura il cui interesse è autoalimentato, potremmo scoprire al suo interno ulteriori ragioni di interesse. Questo è il modo in cui oggi fruiamo i testi mitici fondanti di altre culture, o di culture antiche, primi tra tutti i miti greci. Ci appassioniamo leggendo la vicenda di Edipo che scopre le tracce della propria medesima storia, e nel farlo riconosciamo la natura profondamente mitica del testo, sentendo Edipo come uno di noi, al limite noi stessi.

Quando un testo mitico è anche un testo estetico, diventa un testo adatto a diffondere dei valori, o comunque i propri contenuti profondi. Per questo ai bambini si raccontano storie: il meccanismo narrativo li tiene avvinti, e li induce a trovare interesse nei temi raccontati. E per questo i miti stessi prendono la forma di storie: il meccanismo tensivo e passionale del racconto è il veicolo migliore per la diffusione dei valori fondanti, capace di attirare anche chi, a priori, non avrebbe ragione di interesse per avvicinarsi a quei valori.

La dimensione del testo mitico è dunque una dimensione etica. Non è necessario condividerne tutti i valori, per riconoscere un testo come testo mitico, ma un testo mitico è un testo che stimola una valutazione etica, positiva o negativa che sia. La pubblicità, per esempio, fa inevitabilmente un forte uso della funzione mitica; lo fa per sua stessa natura: uno spot pubblicitario deve infatti basare il proprio messaggio su un sistema di valori condivisi, messi inevitabilmente in forte evidenza. Ma il valore cruciale trasmesso dal messaggio pubblicitario (il prodotto x, o la marca x, è di qualità – comperate x!) è così locale e poco socialmente condivisibile da richiamare inevitabilmente un giudizio etico negativo – se solo la nostra attenzione è sufficientemente viva da permettere di accorgerci che si tratta di pubblicità. Spesso, inoltre, gli stessi valori su cui il testo pubblicitario insiste possono essere valutati negativamente.

Allora diremo che il testo pubblicitario è un testo che si traveste da testo mitico, che ne assume l’aspetto e l’andamento a scopo persuasivo. E la funzione estetica gioca in questo lo stesso ruolo che gioca nei testi mitici tradizionali, come la Bibbia, o i miti greci, appunto.

Il problema è che tra i testi che sono insieme testi estetici e testi mitici, ci sono anche quelli che la nostra cultura definisce testi artistici. E se una linea di continuità (anche storica) può essere tracciata con una certa plausibilità tra i testi mitici tradizionali e il testo artistico di oggi, è invece molto più discutibile il rapporto tra testo artistico e testo pubblicitario, i confini tra i quali indubbiamente ci sono, ma non sono così netti come si potrebbe forse desiderare.

Il problema è dunque che, benché esistano testi pubblicitari di una qualità estetica senza dubbio notevole, il valore che la nostra cultura attribuisce al testo artistico è certamente e ragionevolmente molto maggiore di quello che attribuisce al testo pubblicitario. E tuttavia capita che vi siano testi pubblicitari a cui viene riconosciuto senza troppi problemi lo statuto di testo artistico (come, per esempio, ai manifesti di Henri de Toulouse-Lautrec o di Fortunato Depero); e le nostre pinacoteche rigurgitano di testi artistici nati con finalità a loro tempo apertamente propagandistiche, e non solo in epoche di Controriforma.

Come si spiega che una così macroscopica differenza di valorizzazione sociale permetta ugualmente il travaso da una categoria all’altra? Che cos’hanno di così diverso i testi pubblicitari da quelli artistici da stimolare una valutazione così differente – ma al tempo stesso di così simile da permettere questi così frequenti travasi?

I testi artistici, abbiamo dunque detto, sono testi estetici e al tempo stesso testi mitici; i testi pubblicitari sono testi estetici e insieme testi che fanno un forte uso della funzione mitica, ma con uno scopo comunicativo non mitico.

La differenza sta nella funzione mitica, dunque. Questa considerazione è interessante perché fa sorgere dei dubbi sulla tradizionale associazione tra il testo artistico e il concetto di bello. La categoria della bellezza, infatti, non è distintiva in questo caso: sia di un testo artistico che di un testo pubblicitario si può dire con uguale pertinenza che è bello (o non è bello). Questa medesima pertinenza dipende dall’essere entrambi testi estetici: la valutazione è bello può essere infatti proposta per qualsiasi testo, ma non è ugualmente caratterizzante per testi in cui la funzione estetica gioca un ruolo minore – oppure la si usa in senso lato: si può dire, per esempio, di un manuale per riparare le lavatrici che è bello, ma intenderemo tipicamente dire che è ben fatto, che contiene indicazioni utili, e così via, e non che è in grado di trascinarci con sé nel corso della sua fruizione, o che produce in noi emozioni particolari.

Porre l’accento sulla funzione mitica significa mettere in risalto la dimensione etica del testo artistico, significa sostenere che noi consideriamo arte solo qualcosa che ha per oggetto dei valori fondanti, o dei racconti fondanti per la nostra identità umana e culturale. Eppure questo riconoscimento di valori non è necessariamente universale: ci sono valori che sono riconosciuti da tutti, altri che cambiano con le epoche e le culture, altri ancora che sono legati alle opinioni culturali e politiche personali. Questa variabilità di opinioni fa sì che la natura di testo artistico di molte opere, specialmente se nuove, sia materia di discussione.

Le opere del passato si storicizzano, si accademizzano, si fanno monumento. La loro eventuale finalità propagandistica si fa evanescente, anche perché se ne è persa la contingenza. Prendiamo un ritratto, per esempio. Un ritratto è sempre un testo celebrativo, la cui finalità comunicativa principale è sancire il valore della persona ritratta: un testo pubblicitario, o propagandistico, a tutti gli effetti dunque, che fa uso di funzione mitica per uno scopo comunicativo che di mitico non ha nulla.

Ma quando la persona in questione è morta da tempo, la funzione propagandistica non viene più percepita, e i valori mitici possono diventare preminenti. Inoltre, lo stesso personaggio ritratto è entrato a far parte della Storia (con un ruolo maggiore o minore), e quindi è diventato di diritto una sorta di divinità minore, un lare: è entrato cioè a far parte della dimensione del mito, di ciò che definisce la nostra identità culturale – che è fatta di strati storici, e niente altro.

Così, il ritratto del duca Federico da Montefeltro realizzato da Piero della Francesca è oggi senza il minimo dubbio un testo artistico. E lo saranno, domani, anche molte pubblicità commerciali di oggi, quando il marchio da loro pubblicizzato sarà entrato nella Storia.

L’ingresso nella Storia di una persona, di un evento, cambia le modalità della nostra valutazione morale. Non che gli eventi diventino più o meno condannabili o apprezzabili se considerati in sé; ma, comunque siano, ci appaiono prima di tutto come eventi della Storia, cioè eventi che ci hanno portato a essere quello che siamo. Paradossalmente, dunque, sono eventi da celebrare, magari in negativo, anche quando li troviamo esecrabili.

Pensate alla Crociata degli Albigesi, o all’eccidio di Bronte, episodi caratterizzati dal massacro di centinaia di innocenti. Possiamo risentirne l’orrore, ma questo stesso orrore può essere celebrato, perché quegli episodi sono parte di noi, come l’omicidio di Caino e quello di Clitemnestra. Pensate a Bartolomeo Colleoni, o al Gattamelata, capitani di ventura, come dire gente che faceva la guerra per denaro: eppure tutto questo è secondario quando ammiriamo i loro magnifici ritratti equestri. Essi stessi, dunque, con il loro bene e il loro male, sono entrati nel mito.

Il mito, va osservato, non è fatto solo di valori positivi. Il mito celebra Clitemnestra, che fa uccidere il marito Agamennone sulla soglia di casa, e celebra Oreste, che uccide la madre per vendicare il padre. Il mito si limita a contenere la nostra identità umana e culturale. Per questo il testo artistico non è necessariamente un testo morale, perché non necessariamente predica il bene. L’eticità del testo artistico non sta in questo: sta piuttosto nel metterci di fronte alla nostra identità, sta nel renderci più consapevoli di quello che siamo, sta nell’indurci a riflettere su quello che, per la nostra identità, è bene ed è male.

Dove la Storia non ha già sacralizzato i testi, la qualifica di testo artistico può essere oggetto di discussione. Una canzonetta è un testo artistico? Una serata in discoteca, con i suoi eventi programmati e la sapiente progressione delle musiche da ballare, è un testo artistico? Un programma televisivo di varietà è un testo artistico? E un dipinto banale, che non esiteremmo a definire brutto, è un testo artistico? Qualunque decisione prendiamo noi oggi, la Storia, presto o tardi, prenderà la sua. Ma la decisione della Storia è il frutto della combinazione di mille decisioni personali, le quali valutano a partire da come sentono che quel testo esprime dei valori mitici.

Potremo decidere, per esempio, sulla base della nostra sensibilità, che un brutto dipinto è un testo artistico mentre una bella serata in discoteca non lo è. Si noti che, nonostante questa decisione, il dipinto rimane brutto e la serata in discoteca rimane bella. La decisione ha carattere etico, non estetico: è il riconoscimento che il dipinto ha perlomeno provato ad affrontare dei temi profondi (fallendo miseramente, e non trasmettendoci nulla di significativo) mentre la serata in discoteca si è mantenuta nell’ambito dell’effimero e del puramente divertente, e ci ha divertito senza lasciarci nulla, perché nulla intendeva lasciarci.

Ma potremmo anche decidere diversamente. Potremmo decidere che il dipinto è brutto proprio perché è banale, superficiale, e non gioca nessuna funzione mitica; mentre la serata in discoteca mette in gioco dei valori collettivi, tribali, fusionali, che sono comunque valori fondanti della nostra identità. Messa così, una serata in discoteca particolarmente ben organizzata potrebbe essere davvero un testo artistico, a differenza del brutto dipinto.

Qualunque sia la decisione che prendiamo (e qualunque sia la decisione che prenderà poi la Storia) si tratta di una decisione di carattere etico, e non estetico. La valutazione estetica riguarda l’apprezzabilità o meno del testo, non il suo carattere artistico o meno.

I testi artistici (o accettabili come tali) hanno una funzione sociale importante. Essi sono i testi mitici di oggi. Sono testi estetici perché il testo estetico è autosufficiente, dal punto di vista della ingenerazione di interesse nel fruitore, e quindi si presta, per sua natura, alla persuasione – come anche, meno colpevolmente, all’insegnamento. Sono dunque i testi che si propongono alla pubblica fruizione e trasmettono i valori profondi, i racconti fondanti, la nostra identità.

Possono fare questo in due modi. Possono avere il mito come oggetto evidente e renderlo apertamente problema. Ma possono anche semplicemente presupporlo, e trasmetterlo così come sfondo, come quadro di riconoscimento in cui il fruitore deve riconoscersi, sentirsi parte.

Comunque sia, sono un parte importante del connettivo culturale, della rete di fondo che permette ai membri di una società e di una cultura di acquisire gli strumenti per sentirsene parte. E una società complessa ha bisogno di più testi artistici, per poter stare insieme, di una società semplice: in questa prospettiva, il cinema ha giocato un ruolo fondamentale per la nostra cultura nel Ventesimo secolo.

Qualcuno, anni fa, parlava di estetizzazione diffusa. Credo sia il prezzo da pagare, inevitabile, per tenere insieme una società globalizzata.

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[1] Della funzione estetica ho parlato con maggiore ampiezza in Nel corso del testo. Una teoria della tensione e del ritmo, Milano, Bompiani 2004, e anche in “Percorsi passionali”, Tempo Fermo n.2.

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*  “Una riflessione sull’arte e sull’identità culturale”, articolo precedentemente uscito su Tempo Fermo, n. 6 /2008.

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