Raffaela Fazio, poesie da “L’arte di cadere”

Raffaela Fazio

Di PAOLO RUFFILLI *

[…] Dell’amore e della sua fenomenologia, dei suoi riti, dei suoi simboli, delle sue morti e delle sue rinascite, i poeti sono sempre stati interpreti privilegiati. È il genio della specie che si traveste nei fantasmi del nostro delirio passionale, secondo Schopenhauer. È la nostra incontenibile aspirazione al sublime e all’assoluto, nella più aperta dedizione di sé, afferma Kierkegaard. È un fatto esclusivamente fisico, per gli uni, e una straordinaria avventura spirituale, per gli altri. In ogni caso, è la costante per eccellenza della vita, di tutti i viventi.

Ma ecco un’inedita versione molto femminile che, con la coscienza di tutte le precauzioni d’uso (“Affermano alcuni/ che amare è guardare/ in tempo reale/ ciò che si è”), si fa scrittura viva di un intreccio che non separa affatto l’anima dai visceri e lega i fremiti del piacere agli orizzonti della maternità con un laccio la cui natura è decisamente sacra, e per scelta coerente la sezione che chiude il libro, “Spiovente costellazione”, raccoglie le poesie più marcatamente religiose incentrate su Dio a suggello di un percorso segnato da un’esperienza tutt’altro che profana. Del resto, della valenza sacrale è testimone già in partenza il titolo e L’arte di cadere rimanda a quel salto oltre se stessi nella dedizione dell’amore che, consapevole dei rischi che si corrono, è capace addirittura di rovesciare la parabola della caduta dal basso verso l’alto. Miracolo che riesce solo all’amore, di trasformare in ascesa ogni possibile discesa e crollo, fino alla resurrezione. Ma il titolo evoca anche, nell’intenzione dell’autrice, “un’arte che non esiste, ovvero quella, in amore, di cautelarsi, prepararsi, misurare la distanza da qui all’infinito”.

Nella poesia d’amore di Raffaela Fazio, si possono isolare almeno tre livelli: l’immagine riflessa e riposizionata del già accaduto, il riconoscimento d’amore, la ricomposta testimonianza dal presente per il futuro. Non nel senso però che questi livelli sussistano ciascuno per proprio conto e indipendentemente dagli altri, ma nel senso che coesistono in un discorso dalla struttura sostanziale complessa. Un discorso d’amore della maturità più compiuta, che conserva in sé potenziandole la passione, la tenerezza, la devozione, la scommessa, la cura, l’abnegazione.

La memoria recupera dal passato più che immagini strappate al trascorso perché care alla fantasia e al cuore, certi processi distesi nel tempo, sviluppi di metamorfosi, capaci di dare alimento alla forza risorgente dell’amore, al suo potere rivitalizzante (“ho scorto con gli anni/ che dei tre lati/ uno si è accorciato./ Tra gli altri due – il bianco e il nero –/ è assai breve ora la distanza./ Lo spazio piano circoscritto/ si è ridotto./ A volte addirittura/ nell’accavallamento ciò che resta/ è una linea una lenza/ un segmento né bianco né nero/ che si fa più consunto/ quasi un punto/ che brucia/ privo d’attributi/ che in sé non tiene nessuna superficie/ ma tutt’intorno lascia/ uno stare illimitato”). In un’attenzione agli sviluppi, più che alle singole situazioni, che fa di questi versi d’amore anche e sempre poesia di pensiero.

L’altro da sé, come interlocutore del possibile svolgimento, è la recuperata figura (in senso pure coreografico, come meccanismo di una macchina interiore) che consente il riconoscimento. L’altro dà anche turbamento e dolore, nell’instabile equilibrio, ma è l’unico spiraglio di vera libertà dagli spazi assediati della vita. Di qui il rapporto con un tu sfiorato, inseguito, toccato, trattenuto, smarrito, ripreso (“Ma io/ viva/ a te mi stringo/ sapendo che tutto cambierà/ perché è un corpo vasto/ anche il più casto/ amore”, “Per conoscerti vado/ da un mondo all’altro/ di palo in frasca/ di bosco in bosco”…). In una operazione di continua rimisurazione di sé e della propria volontà positiva, che non esclude, accanto e dentro la vena investigativa partecipata, l’ironia: ora fraseggio quasi umoristico (“Ti sono rimasta/ impigliata addosso/ bestia più piccola ad animale più grosso”), ora approdo aforistico (“Ci unisce/ la materia/ libera coerente nel passaggio/ tra i suoi stati/ indifferente si direbbe ai nomi/ agile docile alle circostanze”), ora tratto riflessivo tagliente (“l’amore non quadra:/ dispari è la vita/ e io non so tuttora/ chi è l’intruso”, “Mi lascio attraversare/ come zolla/ di confine / sapendo che è esilio/ anche il piacere/ là dove irreparabilmente/ ci sradica la gioia/ dal fondo di un istante”), ora evidenza limite da epigramma (“Sono/ quello sfondo d’aria/ che più di altri palesa/ la pioggia/ la zona sospesa/ in cui più chiaro/ si tratteggia/ il desiderio./ Sono/ quella me/ che mi rivela./ Ma è sempre/ un volto dell’assenza”).

La scommessa dell’amore si sostanzia in quel rilancio che il presente fa proiettandosi nel futuro attraverso la continuazione dei figli. Figli, evidentemente, non del caso o delle circostanze ma proprio dell’amore, che ne fa carne amata della propria carne. C’è, nella sezione “Un’ossatura per il volo”, tutta una serie di poesie scritte per i propri bambini, e il loro proiettarsi in avanti vive nell’immagine del volo dalla terra al cielo espressa in questi versi: “Non vedete/ la coda lunga che avete/ mentre sfrecciate nel cielo./ A me ne basta la punta/ che si disserra/ uno sfrigolio di arpeggi/ per non tagliare gli ormeggi/ da questa terra”, in una prospettiva tesa veramente all’infinito ma a partire da quel “finito perfetto” da cui sempre e solo germoglia la vita.

Per disegnare questo ritratto dell’Amore in tutta la sua dinamica, Raffaela Fazio ricorre senza timori al giro luminoso delle immagini che, nulla perdendo dei tratti e delle forme del reale, recuperano gli echi dell’erotica affettuoso-passionale, le atmosfere più rarefatte del pensiero, certa figurazione teatrale, la colorata aggettivazione vedutista, la carnalità spirituale della mistica, in un incalzare poetico originale, dall’andamento dolcemente discorsivo, dal linguaggio ricco di una molteplicità di sfumature e capace di continue angolazioni anticonvenzionali. E L’arte di cadere è un moderno canzoniere d’amore, in cui l’amore è l’occasione per dichiarare la predilezione per una dimensione attiva e costruttiva, oltre che naturale e necessaria, esperienza fondante dentro la realtà complessa della vita: di una forza espressiva e di una suggestione rilevanti che coinvolgono nel profondo alla lettura. (Dalla Prefazione di Paolo Ruffilli a L’arte di cadere di Raffaela Fazio, Biblioteca dei Leoni 2015)

 

Opposti contigui

Come il sole cerca di notte
l’altro versante della terra
il familiare si sposta nell’ignoto.
Io e te che in guerra
lucenti ci amiamo
ora torniamo
a due paci lontane.
Lasciamo il letto
assolato e sfatto
come un assoluto che invano
cercherebbe un confine
come un dire infinito
che si ritira dal detto.

*

Quanta destrezza ci chiede questo amore
senza né bozza modello commissione
se anche il pittore
che tutto ha in mente prima di iniziare
si deve poi accordare
con il bianco
un po’ recalcitrante sulla tela
col verde
che vira e si converte per un niente
col viola spaesato
col rosso che non c’è
ma che è in agguato.

*

Ho visto un angolo invariato.
Poi ho scorto con gli anni
che dei tre lati
uno si è accorciato.
Tra gli altri due –il bianco e il nero-
è assai breve ora la distanza.
Lo spazio piano circoscritto
si è ridotto.
A volte addirittura
nell’accavallamento ciò che resta
è una linea una lenza
un segmento né bianco né nero
che si fa più consunto
quasi un punto
che brucia
privo d’attributi
che in sé non tiene nessuna superficie
ma tutt’intorno lascia
uno stare illimitato.

*

Non è facile lasciarlo

E ci è caro
per il tempo il retrogusto della cura
che ogni volta un po’ lo aggiusta
(o fiocco o limatura, un altro tocco)
per la mimesi col moto delle cose
e il riparo che ci chiede
sotto voce.
In pendenza ci giochiamo
come peso
baricentro
che ritorna
o un guaito dietro l’uscio
che ci sveglia.
Non è facile lasciarlo.
È un pensiero.
E ci aspetta per entrare.
Ma il suo nome vero
è Sbaglio.

*

Voglio che il tempo
giochi in mio favore.
Allora perché incalzo premo
aggiusto il tiro dalla casamatta
t’aizzo contro il sospetto
mentre ti mostro il fianco
che non mi ami
(che non ti amo)
e alla fine
magari ti convinco?

*

A pezzetti intero

Tra erbe mediche fragole selvatiche
disguidi del desiderio
ortiche
senza presagi ti ho trovato
come un tracciato
di molliche.
Pezzetto per pezzetto
ti ho subito mangiato.
Ma ora che il bosco tace e mi parla
delle notti a venire
per averti
in che altro modo
(se non perdendoti)
t’avrei dovuto seguire?

*

Me lo ripeti

“Per un bene maggiore”.
Quando giunge l’ora
si dice ci voglia un vaso più grande.
Ma adesso tutto il peso
è nella parte nuda di me che pende
sfilacciata
col terriccio abbarbicato e duro.
Tutto il buio
è qua nel mezzo
di due alibi perfetti
per la nostra infertile saggezza
perché al trapianto
seguirà il rigetto
se quello che ora ci ferisce
non si radica
in altezza
se non conquista tutto
se infine non marcisce.

*

Dove sono
quando non sono
dentro il tuo sguardo?
E dove ero
quando invece credevo
di arrendermi
al suo assedio?
Dove sono
ora che vedo
che la battaglia
l’hai combattuta altrove?
E cosa sono
se non sono neppure
tra le tue spoglie?

*

Non ho pensato
alle tracce.
Ora giro in tondo
mi muovo a casaccio.
In tutto il mondo
così pieno di attenzione
non c’è un solo testimone
che mi dica
se per condotte o pozzi di estrazione
ti sia realmente giunta
come desiderabile
quella gioia freatica
che era il mio assunto
più vero
più indimostrabile.

*

Faccio ripartire
il viaggio
il racconto di un viso
che non ho più toccato
il giorno
che è finito.
Lo faccio ripartire
da un attimo preciso.
Poi sposto quel momento come fosse
la punta di un compasso
per vedere
con uguale raggio
il mutare del disegno
e del coraggio con cui s’ingegna
la memoria
nel fare dei suoi chiusi passi
una danza di vittoria.

*

Scopre il pensiero parti diverse
e le riprende senza una risposta
come fa l’acqua
con un corpo riemerso
in iperboli toni varianti
– mai per intero.
Per questo più vero
è quello che si presta
discontinuo
alla battigia.
Sul punto che riaffiora
si staccano le ombre
una
dall’altra
mentre tra loro
mossa dalla luna
s’abbassa e s’alza
la scommessa
del piacere
nella marea lucida e bruna.

*

Grecale

C’è in me qualcosa che s’alza
ricade s’innalza di nuovo.
Uno sbalzo
prima del tacito assembramento.
Un tamburellare improvviso
della tempia
sul suo fragile orlo
come un campo
preso al margine
dal suo più forte
vento.
Ma poi anche il vento
come ogni morte
cessa.
E quando cessa
mi lascia dove s’arresta:
una pendenza una cresta un pianoro
una parte di me
dove la speranza che torna
non è più la stessa.

*

Consigli per quando mi pensi

Conserva le mie anche
a temperatura ambiente
il corpo nel verso giusto
(con la testa
rivolta al presente)
ma le labbra vanno riposte
un poco dischiuse
nel buio appena torchiato
nell’attesa
nel mosto.

*

Assenza

Inclina
il verso dei nostri mille addii
facci passare
il corpo
in tutto il suo mistero
a morsi spicchi aghi di luce
come il bagliore
che si ostina e si allena
settimana dopo settimana
tra le doghe
di una veneziana.

*

Se di te
soltanto
ho bisogno
tutto mi manca
il bianco l’ambra il raso il fustagno
il vero il finto
il duro di una panca
la chiusa di una frase
perché
non esiste cosa
che in sé non ti abbia
(neppure la rabbia
il volgare del bello
il dubbio la lode carnale)
né esiste modo
che ti riassuma
o mi assolva
e risolva
per sempre
la presa.

*

Cambio l’aria
l’acqua ai fiori
il tuo amore quando lo pronuncio
l’altezza da cui lancio
la vocale.
Ma l’aria l’acqua
rimangono se stesse
come anche il Nome
che dal basso
ridendo
sale.

*

Sostrato

Si dice: per prima
esiste
la donna che cammina
e il suo camminare
per secondo.
Che questo senza quella
non sussiste.
Invece a volte
se guardo capovolta
il passo mio al tuo fianco
lo sconfinare dello zero nell’inizio
all’ora tarda
che diventa aurora
io dico che è nel verbo
il sostantivo.
E allora questa donna non esiste
se prima non la veste
l’amare suo
sorgivo.

*

Non vuole un nome
ma ha già scelto la sua stella.
Sfida il ciclone
dall’occhio di rubino.
Dal suo bacino
parte una caravella
facile da manovrare
tra i resti di un computo ormai perso
a suo agio
contro le scorrerie del tempo
perché per sua natura
ha un’andatura di traverso
e sa che il solo inizio
è il naufragio.

*

Ci unisce
la materia
libera coerente nel passaggio
tra i suoi stati
indifferente si direbbe ai nomi
agile docile alle circostanze.
Così la vera scienza
sarebbe casomai capire
se amore sia sostanza
uguale
sulle cime e in un cratere
tra i pori di una foglia e a mezz’aria
oppure
se sia forma
che divide e in sé si spezza
si staglia come neve lago nube
e bella non condona
nell’altro e nell’altrove la bellezza.

*

Se dico Amami!
non ho diritti da accampare.
Sono
sfollata
sono dozzinale.
Non ho carta bollata
per un imperativo.

Ma in ogni incavo
ho un fil di voce
da ripescare
tirando insieme
d’un solo fiato
puntando i piedi
nell’infinito.

*

Arràbbiati
ingrossa i marosi
soffia bufere
invadimi
con vandale schiere
odiami
a patto che mi ami
come una cosa
che è tua
e che ti scappa
più la tocchi
più le tappi la bocca
con la voglia di non essere
niente
nient’altro
che il tuo avamposto
impellente.

*

L’amore se si arrabbia
è goffo
come il lancio mal riuscito
di un corpo
concepito per lunga traiettoria
che piomba invece
indietro
all’incontrario
è buffo un poco astruso
intruglio accidentale
camuso controsenso.
E quando poi si calma
rimane un poco offeso
la testa che gli pende
ciondoloni
la chioma tutta piena
a sua insaputa
di luce
di semi di soffioni.

*

La notte vi ruba
(per i miei bambini, dicembre 2013)

Vi annuso
oltre il fossato
largo mille e un passo.
Dolce è il saccheggio
della notte
ma il ponte levatoio
se mai s’abbassa
arriva a quella me che ha barattato
per una scorciatoia
carne e ossa.

*

Portami
(per Juliette, febbraio 2014)

Hai guance soffici.
Capelli
fini –io ricci.
Io sono legna e tu sei freccia.
Tu l’ago e io la stoffa.
Tu sei il colore che si proietta.
Io sono il suono che cerca un anfratto.
Ma la forma buffa
dei polpastrelli
è in noi la stessa.
Ricorda amore:
quando è domani
ricrea la vita.
E portami un poco.
Un poco portami
sulle tue dita.

*

Tregua
(per i miei bambini, febbraio 2014)

Mi avete sbrindellato
scollato le articolazioni
sminuzzato
la successione temporale
e le promesse di castigo.
Mi avete mutilato.
Però vi prego
quando avrete finito
prestatemi un dito
perché in pace
mi ricucia il naso
con sopra il cratere
del vostro bacio.

*

I disegni dei bambini

Si vede dalla loro grazia.
Non è semplice assenza di perizia
ma gaia reticenza.
È il senso naturale di giustizia
nel fare il mondo come lui vorrebbe
perché di nuovo viva
pieno di sbagli e vero
slegato dalle abili finzioni
di una prospettiva
che in quanto tale
si dice tesa all’infinito
ma resta poi solo parziale.

*

(per i miei bambini, settembre 2014)

Adesso e quando crescerete
e mi vorrete e non vorrete
sappiate solo
che per quanto a volte lo crediate
cieco senza affaccio
ormai insufficiente al vostro volo
per voi avrà il mio cuore
in ogni istante
un amore mangereccio
più una gattaiola basculante.

*

Credo
contro la comprova
e il suo primato.
Credo nel credere
oltre il risultato.
E se anche non credessi
crederei
nel curare
fino in fondo
le premesse.

*

Se un giorno non sapessi più ascoltare
lavora
Dio
alle mie mani
rendile capaci di adeguarsi
al ruvido al fragile all’inarrestabile.
Per aiutare
la mia ricognizione
spargi qualche tuo avanzo festivo
e tra l’uscio e il pozzo
appendi
una spiovente costellazione
di anime
da toccare dal vivo.

 

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