Quattro poesie di Alejandro Murguìa tradotte da Alessandra Bava

Alejandro Murguìa

IL SOGNO DI LORCA

Mi dicono che la tua clavicola
sia un astro sospeso sopra l’Andalusia
che i tuoi splenici metacarpi
stringano ancora una zolla di terra
che i tuoi fianchi non abbiano mai
smesso di danzare
a L’Avana così come a New York
e che nelle orbite dei tuoi occhi
siano fioriti i gelsomini
e ogni petalo sia una poesia
che la tua mascella sia la voce di tutti
i sospettati, i derelitti,
i vilipesi e i fucilati
che la luna culli le tue ossa Federico
fragili come ali di colibrì

Così me lo raccontarono in una notte argentata
le piccole formiche rosse
che dormono nel tuo cranio

SIGARETTE, BIRRE, SPAZZATURA

Ogni cosa serve a qualcosa,
anche la spazzatura, ciò che è brutto e sporco,
ciò che gettiamo via possiamo metterlo in una poesia,
trasformare le lettere di rifiuto o le sconfitte in arte
tutto come grano per il mulino delle nostre canzoni.

È triste che a volte desideriamo solo ciò che è bello,
ciò che ci fa ritenere di essere santi o sacri,
o un qualche genere di artista, per amore dell’inferno.

Inviami tempeste quando torno a casa a piedi
locuste nella stagione del raccolto
preferisco essere affamato che
rimpinzarmi a qualche banchetto con catering
dove tutti vengono sterilizzati da Martha Stewart .

Guarda fuori quella diavolo di finestra,
quel che vedi è quello che è–tutto ciò che c’è.
Vedo macchine abbandonate, giornali, una bottiglia di birra
appoggiati a un albero mezzo morto
e li metterò in questa poesia
perché è tutto quello che ho stasera.

Poi mi fumerò una sigaretta, osserverò le nuvole notturne,
lascerò che il vento mi sferzi il volto
e basta, saprò così che non avrò barato,
non avrò imbrogliato su ciò che fa parte della mia vita.

NON CI SONO SANTI SUL MIO ALTARE

Che , a volte mi chiedo
se sei mai sceso dal pulpito
se ti sei mai stancato di essere il puro, l’uomo nuovo

mi chiedo se hai mai pensato di essere ancora il Che
quello lasciato dalla ragazza
quando attraversasti le Ande sulla Norton 500 come un folle Beat

Cosa è mai accaduto a quel poeta frustrato che
è diventato invece un rivoluzionario che avrebbe voluto essere un poeta
e che, a costo di sembrare ridicolo, era un poeta

Hai mai desiderato di nuovo un tango di Piazzolla
O la luce soffusa di Buenos Aires alle cinque del pomeriggio
Quando canti d’amore ebbro riempiono i barrio della città

O era tutta una strategia, una tattica, il comitato centrale
la politica della retorica
un boccone anche per un poeta

Il tuo diario in Bolivia ha macchie di fango e merda
Ma anche macchie di speranza

Anche tu hai le tue colpe,
dannazione! Hai dimenticato l’importanza di ballare il tango
non riuscisti a leggere Il giardino dei sentieri che si biforcano

avevi ragione sull’amore e sulla rivoluzione ma torto
su quasi ogni altra cosa–in altre parole eri umano
così stanotte in un altro anniversario della tua morte
son certo che in qualche luogo, da qualche parte a Cuba, in Angola, in Vietnam, nel Chapas
un bastardo famelico senza speranza nel suo intimo

accenderà una candela dinanzi al tuo ritratto
–di certo quello con la stella sul basco–
con gli occhi che fissano il futuro con nostalgia

Ma Che non ci sono santi sul mio altare
né idoli né dei né dee
solo petali di fiori e penne di colibrì

così invece di una candela ti suonerò un tango,
uno che inizi con uno scoppio di bandoneon
come il ruggito di una motocicletta e con la mia borraccia

sopravvissuta al fronte del sud in Nicaragua nel 1979
brinderò a te da uomo a uomo – Amor vino y revolución
Comandante Che, presente!

TANGO ROTO

Una falce di chiaro di luna, una pozza di sangue, un tango esiliato. Il clic clac
dei tacchi alti lungo un viale alberato, tracce di rossetto su una sigaretta fumata
a metà, il sospiro triste di un bandoneón volubile che fuoriesce da una finestra
aperta, il ghiaccio che si scioglie in un secchiello da champagne, il suo berretto
viola, la fragranza di gardenie schiacciate che permangono tra le lenzuola bianche
del letto, un bohemien invecchiato in un caffè vuoto che ordina il suo cognac,
una tetra sirena anti-nebbia nel porto avvolto di bruma, una corsa in tassì senza
direzione nelle strade del barrio, l’angolo dove una volta due uomini si sono
accoltellati per un’espressione volgare detta in lunfardo e un disco graffiato
di Carlos Gardel che canta “Volver”. L’ultimo treno per Buenos Aires, il calpestio
di stivali chiodati su Plaza de Mayo, una camicia intrisa di sangue dimenticata in una
caserma, ghiaccioli appesi al filo spinato come baionette, un passaporto annullato,
il ricordo del vino nella sua bocca—mezzanotte—una sirena inquietante, un telefono
che squilla e squilla senza risposta in una stazione di polizia, nuvole grigio acciaio
che fluttuano in un cielo infinito, una fotografia sgualcita in bianco e nero nascosta tra le
pagine di un libro.
Non sai mai chi apparirà con il tuo bagaglio smarrito.
Adíos muchachos.

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Alejandro Murguìa nel 2012 è stato eletto 6° Poeta Laureato di San Francisco, è stato rivoluzionario sandinista in Nicaragua e fondatore del Mission District Cultural Center; insegna nella San Francisco State University. I testi sono estratti da Offerte di Carta, traduzione di Alessandra Bava, Gilgamesh Edizioni 2015.

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