Su “Temporali” di Cristiano Poletti

Cristiano Poletti, “Temporali”, Marcos y Marcos, 2019

Di EMANUELE FRANCESCHETTI

Ogni cosa per vocazione preme in una voce. È a partire da uno dei versi a mio avviso più intensi di Temporali (Marcos y Marcos, 2019), di Cristiano Poletti, che può muovere un breve focus sul nuovo libro in versi del poeta bergamasco. Già a partire dalle possibili oscillazioni di significato celate nel titolo della raccolta (evento atmosferico, precipitazione, ovviamente; ma anche, e insieme, ciò che si da’ nel tempo, nel perennemente transitorio delle cose) è possibile ragionare su alcuni dei momenti significanti (e significativi) che il testo offre in lettura.
Le cose della vita devono farsi voce. Sono le coordinate umane ed esperienziali – di cui le sette ‘sezioni’ del testo lasciano intravedere un itinerario – che permettono di articolare lo spazio del testo (e del paratesto): i luoghi e gli spazi, i viaggi, i destinatari della scrittura, le figure evocate nei testi, le comparse, le citazioni in esergo sempre capaci di innestare un’interlocuzione con le voci degli altri. Quella di Cristiano Poletti è una poesia che invoca e rammemora, dunque, mai cedendo alla nominazione-fiume del mondo e delle cose, né ad alcun gioco auto-riflessivo. Al contrario: chi “dice” e si fa voce, in queste pagine, è oggetto smarrito della storia, certo, ma al mondo e ala storia che infuria non vuole rinunciare (Fuori infuria la storia. / Nella coda degli occhi / una parola ti tiene: questa la chiusa fulminea e tragica di uno dei testi della sezione Religione di un giorno); piuttosto domanda ascolto ed attenzione, tiene e trattiene “l’altro” stretto nelle maglie della propria interlocuzione lirica.
A spingere (a premere sulla voce, appunto), mi sembra, è una forza che muove dall’incompiutezza umana senza negarla o mascherarla. Accogliendola, invece, ponendola quasi come inevitabile “rovescio” (impossibile non pensare al Camus di L’Envers et l’Endroit: non c’è amore di vivere senza disperazione di vivere) o completamento. Per questo la voce chiede, domanda, insiste (Come un’intermittenza: ritornare/è solo un’insistenza, sulle perdite. / E ormai è spezzato il respiro,/che voci/torneranno/ da dove, da che valle, oltre lo sparo?), persino tenta un canto ascensionale, una preghiera, con incursioni nelle parole dell’indicibile (Va per eterno l’anima in giro nel giro di un volto. / È il suo termine/ fisso nella vita dei nervi, un farsi / segreto delle campagne, la notte; ma anche […] ed è qui / è anche questo / fin qui si sale / L’uomo è in queste stazioni / l’immagine di Dio, che cade / dentro i corpi […]).
Questo campo di forze e tensioni è destinato da Poletti ad una partitura che non cerca soluzioni univoche e costruzioni ricorrenti: in piena aderenza al “temporale” delle cose (e alla natura multiforme dell’esperienza umana) si realizzano invece diversi esiti di tono, metro e forma: dal respiro spontaneamente endecasillabico al verso brevissimo, quasi bruciato sul nascere; dalla lingua più tradizionalmente (ed elegantemente) lirica alla gittata prosastica, fino agli “innesti” dialettali che ancora una volta situano i versi in uno spazio realmente esperito, dove nulla è trasposto o camuffato. Fino ai frequenti procedimenti anaforici e allitterativi ([…] sei qui / tornato / nella fiamma / di chi ti ama e ti amò. Ti amò / la polvere dove sono […]; oppure […] sistemate / tutti / gli inversi anni, anni […] Su, / benedetti, benedite / cosa aspettate / la mano con la mano), che somigliano a piccoli luoghi di smisura, in cui la lingua cerca la sonorità “primitiva” del lamento, dell’invocazione. Ecco: nell’adesione intera – ma mai ingenua o formalmente sgrammaticata – al tragico, in un’adesione che è partecipazione; qui, forse, sta la cifra più autentica e netta del libro di Poletti, in merito al quale non mi sembra inopportuno né inattuale tornare a Jaspers (Del tragico): «La coscienza tragica non è un assistere indifferente, soltanto intellettivo. È un prendere conoscenza, in cui io stesso mi trasformo, secondo il modo con il quale credo d’intendere, con il quale guardo e sento […]».

Tre poesie da Temporali (Marco Y Marcos 2019)

Decalogo sei

Decalogo sei
mondo in errore
e passato.

Passate
nell’avere amato mai e sempre
voi che siete dieci
piegate
dita, un tamburellare di continuo
avete già fatto
sul tavolo, lucido.

C’è un altro posto per questo.
Sono anni, spiegatevi,
avete e avete avuto
con voi per perdere le rose
e i notturni. Sistemate
tutti
gli inversi, anni, anni
dentro sparse ore e spessore dell’aria.

Su,
benedetti, benedite
cosa aspettate
la mano con la mano.

Una parola

Parola, una,
anche tu, anche tu.

Nei vestiti strappati ai gomiti,
cose che ti hanno messo, hai detto.
Negli abiti che poi hai messo, da uomo
fino al suono
di “mille”. I mille
abiti che hai messo
li vedi adesso in una stanza e con loro sei
in un piccolo disegno.

Fuori infuria la storia.
Nella coda degli occhi
una parola ti tiene.

Per fede

Prima di te e di me.
Fu lo stesso
tra passione e croce: dirci
trasformatevi, forza, continuate,
continua a riformarsi il grande
sapere, sentire nei nervi
che è bene cadere,
che il chiodo è fisso al muro della vita.

Ed è qui,
è anche questo,
fin qui si sale.

L’uomo è in queste stazioni
l’immagine di Dio, che cade
dentro i corpi, le orografie, i mondi,
le rappresentazioni.

 

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