Tiziana Colusso, “a nuoto nel vuoto (e sulfureo atterraggio)”: un poemetto inedito

Tiziana Colusso

Di TIZIANA COLUSSO

a nuoto nel vuoto (e sulfureo atterraggio)

I.

poi finalmente tutto è vanitas, vacuum – elogio della rarefazione –
salubre cerimonia degli addii
dal saturo di pensieri valigie materia del mondo
inavvertito ai terrestri si rarefa l’universo
come una torta troppo lievitata, le molecole si sfuggono
si slargano esponenziali, si fa spazio al respiro nel vuoto
irriducibile che spartisce gli elettroni, si dissolve il legame chimico
che affattura gli elementi, i quanti e quant’altro
si spargono liberati, in ogni verso

II.

a nuoto nel vuoto ispiro-espiro a braccia larghe
nel liquido che specchia il sole, gli occhi all’altro azzurro denso
di nubi, come un uccello-rana anfibio, memorie ibridate,
a nuoto nel vuoto, nel volo di notte d’un vuoto d’aria
che mi plana sopra colline e case, le braccia a rana,
il palmo non palmato inadatto all’aria e all’acqua
eppure scivolo nella brezza umida del mattino sopra i campi
e le strade, invischiati nella salamoia della contingenza,
a nuoto nel vuoto, lungo flussi d’aria che da una stagione
all’altra mi portano fluida – forse imprendibile
forse semplicemente persa

III.

e falta il gorgoglio liquido delle vasche blu verdi arancio nel jardin
de la Grande Mosquée, acque che immagino mormorare
in español, nonostante l’ubicazione parigina, memorie moresche
dell’Alhambra forse, ou bien mémoires involontaires di un linguismo biologico
più che logico: la voz de l’agua, corriente su las silabas rotundas
de la lengua española e sui ciottoli ruvidi e insieme dolci di una lingua araba
trasognata in antichi conversari amorosi proprio qui, à Paris –
habib, maktoub – ma tutto è svaporato ormai, solo un dettaglio nel sogno
diventa gigante: l’assenza struggente dell’acqua, que falta de murmurar
in queste vasche incrostate per pigrizia o fine di stagione
(ottobre appesantisce già le foglie) e il volo liquido
s’arresta sfinito a bordo vasca, si ripiega il sogno
come ali di un pavone che da millenni ha rinunciato alla danza
del volo, sospeso tra materia vivente di volatile
e materia morta di statua, en attendant un’autorizzazione a decollare

IV.

Dumela Tsala ya Me! Sillabe dense di vento, antipodi africani,
hello my friend, scusa se non mi trattengo qui, se non partecipo
ad un’altra sudata assemblea, unita al coro di proteste meste.
Nei Ching s’addice al nobile traversare la grande acqua.
Adios amigos! M’involo otra vez, la stagione è propizia,
porto con me una lingua ormai bastarda, contaminata
di fughe in avanti del pensiero – Kolo Tamam?
chiedono fronti sudate ai margini di un deserto.
Tamam, va bene, perplessa come il mulo scheletrico che bruca sabbia –
ma viva : e ormai oltre la via antica della rabbia

V.

accade la poesia per pieni e vuoti in bilico tra tecnica
e magia – techné candoblé –motori e penne remiganti
capapersa di poeta che volle volare, come Amelia,
vaghezza di vertigine che inizia a turbinare quando la grave
gravità del deambulare è troppo pesante da portare
e i pensieri scivolano in basso irrefrenabili come d’autunno
fronde ex-gaudenti ex-cariche di frutti,
piegati palombari sotto oceaniche tonnellate,
sembra facile con uno scatto di reni risalire, alleggerire le atmosfere
salvo capire che da qui l’uscita – a nuoto a volo o come sia –
è soltanto, senza poter barare, verso il basso

VI

nel sogno volato il tepore sulfureo della terra
rompe le acque, flusso eterno, utero sorgivo –
equilibrismi: tropismi viventi verso la fonte calda,
retrouvailles d’un antico forse solo immaginato tepidarium.
Ma la vulva del vulcano non m’accoglie, mi scaglia lontano
in cenere e lapilli, furiosa di maternità involute o non volute.
Shuuum – di nuovo altrove, a mille miglia, nel parapiglia
di un sogno che non finisce con la notte

VII

pesa lo shock sulfureo sulle ali, stringe alla gravità il sogno
mi trasmigrava tra i continenti, ora di tante trasvolate
solo un affanno m’avanza – e respirando cauta
atterro sui piedi come su carrelli di jet
con il loro bravo attrito sulla pista,
dondolando da un piede all’altro saggio la terra,
piante prensili di ex-scimmia disusa alla crosta terrestre,
mi lancio in penultimi penosi tentativi verso l’alto
un’onda di vuoto, alito gassoso come le scie
intrecciate degli aerei, provo e rilancio, salto e rimbalzo –
poi ricado sul terreno bollente di vulcanico zolfo.
S’avviano i piedi ad una nuova percorrenza
di passo in passo, come un lento ritorno a casa,
una ricordanza, una rassegnazione quasi commossa
alla consistenza del tempo, passo dopo passo per lunghe ore
che portano poco lontano, con molto affanno
con una sisifesca felicità ad ogni sasso, buca, asperità
che costringe a rallentare, a provare, per sempre oramai
terrestre, smemorata di ogni atrofizzata ala che ripiegata tace.

Nota dell’autrice

Il titolo del poemetto contiene i quattro elementi: acqua (nuoto), aria (vuoto), fuoco (zolfo) terra (atterraggio). I VII movimenti del discorrere poetico disegnano un percorso onirico che traversa gli ordini simbolici degli elementi, dalla pulsione di fuga attraverso gli elementi liberatori e fluidi di aria e acqua fino all’atterraggio-risveglio provocato un vulcano che reclama alla terra i suoi diritti e obbliga la passeggera aerea a passeggiare con nuova consapevolezza sulle lente vie terrestri. Il poemetto è codice di un percorso interiore, ma anche narrazione di qualcosa veramente accaduto, quando un’esplosione vulcanica ha sorpreso l’autrice in troppo ariosi pensieri appesi alle scie gassose e volatili degli aerei e l’ha costretta ad un atterraggio di fortuna di inevitabile gravità, “almeno nelle ore di luce”. La notte, si sa, si compone di altri alfabeti.

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Tiziana Colusso, nata a Vergato (Bologna), accanto alla necropoli etrusca di Marzabotto, ha risieduto per molti anni a Cerveteri, sito etrusco nei pressi di Roma. E’ convinta che anche il suo amore per l’Oriente (pratica Tai Chi e Qi Gong, ha praticato la meditazione Vipassana) sia dovuta alla nostalgia etrusca verso una misteriosa origine orientale.

Ha studiato Letterature Comparate all’Università La Sapienza di Roma e all’Université Paris-IV Sorbonne. E’ stata Responsabile Esteri del Sindacato Nazionale Scrittori per quasi dieci anni (a partire dal 2004). Dal 2005 al 2011 membro eletto del Board dello European Writers’ Council, federazione di associazioni di scrittori dei paesi europei, con sede a Bruxelles. Ha fondato nel 2009 FORMAFLUENS – International Literary Magazine. Ha fondato nel 2017 il sito Atlante delle Residenze Creative.

Ha pubblicato saggi, prosa, poesia, fiabe, tra cui: Residenze & Resistenze creative (2018) Torri d’avorio & Autori In Tour. Writers Houses e Residenze di Scrittura in Europa al tempo della sharing economy (2016) prefazione on. Silvia Costa. La manutenzione della meraviglia. Diari e scritture di viaggio, (2013) ; Ecofrasie, audiolibro con CD allegato. musiche originali di Natale Romolo. (2012); La lingua langue (traduzioni di suoi testi poetici in Arabo, Bengalese, Bulgaro, Danese, Francese, Giapponese, Lèttone, Inglese, Romeno, Slovacco, Spagnolo, Ucraino, prefazione Prof. Jean Charles Vegliante – Université Sorbonne Nouvelle (2010); Il sanscrito del corpo, (2007); Italiano per straniati, (2004); La criminale sono io – ciò che è stato torna a scorrere (2002, riedizione in eBook 2011); La terza riva del fiume (2003); Né lisci né impeccabili, (2000), Il Paese delle Orme (1999); Le avventure di Gismondo, mago trasformamondo (1998).

Collabora con riviste cartacee e on line, è nella giuria del premio Storie Inattese; ha tradotto testi letterari, poesia e saggistica. La sua ultima collaborazione in tal senso è la partecipazione – con la traduzione di dodici testi – all’antologia 100 grandi poesie indiane a cura di Abhay K.Kumar , 2019 Edizioni Efesto Roma.

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